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" Il cavaliere solitario"

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Quattro canaglie fanno fuori una famiglia di contadini e Tex si pone subito sulle loro tracce per vendicare i morti. Sara` una lunga e faticosa caccia ma il ranger (in versione sguardo torvo e crudele) non concede respiro ai suoi avversari e, uno alla volta, li fa fuori tutti. Ne dubitavate?

Il vendicatore dallo sguardo torvo
recensione di Mauro Traversa



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Nizzi    

Temevo peggio. L' idea di base del vendicatore solitario che da la caccia a 4 assassini è un po' troppo scontata e utilizzata nel genere western per presentarsi accattivante a noi lettori. Inoltre il vincolo che la suddetta caccia si dovesse svolgere secondo una sequenza di quattro fasi, ciascuna delle quali con una pretesa di indipendenza dalle altre, mi faceva temere una storia noiosa.

Infine l'obbligo da parte dello sceneggiatore di rinunciare ad affiancare qualche pard a Tex era per me un'ulteriore fonte di pessimismo: a differenza dell'editore, non ho mai troppo gradito le storie di Tex che se ne va solo soletto in giro per il western a raddrizzare i torti costretto a parlare con il proprio cavallo in mancanza di altra compagnia. I dialoghi e le battute tra Tex e Carson, se non sono sproloqui senza fine come quelli che spesso Bonelli figlio inserisce nelle sue rare sceneggiature, ma dosati intermezzi come Bonelli padre e Nizzi hanno sempre dimostrato di gestire bene, contribuiscono senz'altro ad arricchire la storia ed e`quindi un peccato rinunciarvi.

Ma torniano al Texone: dicevamo che temevo peggio; invece Nizzi dimostra di muoversi abbastanza bene tra i vincoli che gli sono stati posti per questa storia. Dopo l'inizio scontato della vicenda e un primo contatto dei quattro assassini con Tex, contatto dal quale il ranger esce sconfitto con un pauroso volo nel vuoto a valle del quale siamo tutti sorpresi che il nostro eroe sia ancora vivo e tutto sommato abbastanza in forma (ma qui forse una parte della responsabilità è del disegnatore che ha realizzato una scena un po' troppo spettacolare), si entra nelle quattro "sotto storie".

La prima è di origine controllata ed ha la tipica struttura dell'universo texiano. Ray Barrett (il fratello di uno dei quattro assassini) è il classico padrone della vallata affiancato dalla solita banda di cowboy pistoleri e da uno sceriffo corrotto e leccapiedi. Tex si muove come si è sempre mosso quando si è trovato in queste situazioni: affrontando di petto gli avversari e ribattendo colpo su colpo ai loro attacchi. A consuntivo è la sotto storia che mi ha convinto di più; una nota stridente può essere l'esagerato sconforto di Ray Barrett dopo che ha fatto fuori un fratello di cui, fino a poche tavole prima, sembrava non importargli proprio nulla.

Poi la vicenda si sposta nel villaggio di Richfield dove Tex deve dare la caccia al secondo assassino (Luke Thorpe) che vuole riprendersi l'amante di un tempo. Tex si prende altre botte, ma, alla fine, regola i suoi conti in una ghost town. Questa parte scorre bene senza sorprendere nessuno in termini di inventiva. Ma le tavole a disposizione di Nizzi cominciano a ridursi velocemente e lo sceneggiatore si vede probabilmente costretto a semplificare la struttura delle ultime due sotto storie. Così nel sonnolente e scalcinato villaggio di Escalante, Tex ci mette poco a capire che lo sceriffo è il fratello del terzo assassino (Russ Jenkins) e a chiudere i conti. Nota curiosa: anche qui, come nella prima sotto storia, è il fratello dell' uomo braccato da Tex a compiere involontariamente il lavoro del ranger.

L' ultima parte scorre via velocissima e Tex affronta in duello l'indiano Jako ed è il giovane Choka, che Tex aveva poco prima tolto dalle grinfie di un gruppo di bianchi, a sollevare il ranger dall'ingrato compito di uccidere. La scena finale (Tex di fronte alla tomba della famiglia ormai vendicata) è un po' troppo scontata e banale.



DISEGNI
Joe Kubert    

Il blasonato Kubert, annunciato da molti anni, ci mostra finalmente il suo talento nell'ambito della nostra saga preferita. La prima considerazione che mi sorge spontanea riguardando le tavole è che Kubert non ha mai affrontato prima d'ora il genere western. Sfondi naturali, villaggi, interni non riescono assolutamente a trasmettermi l'atmosfera del mondo western che invece emanano le tavole dei Ticci, Villa, Civitelli, Ortiz,….

Un esempio per tutti è il piccolo villaggio di Escalante appoggiato al deserto: un boccone ghiotto per un disegnatore western D.O.C per mostrare vecchie baracche di legno consumate dal vento del deserto, botti di whisky e ruote di carri abbandonate e coperte di sabbia, cespugli spinti dal vento che attraversano la main street.. ebbene tutta questa atmosfera, il tratto di Kubert non riesce a trasmetterla. Devo dire che personalmente ero rimasto molto più soddisfatto dal lavoro di Colin Wilson sul Texone del 2000 proprio per il fatto che Wilson è un'artista abituato a "muoversi" nel western.

Kubert da il meglio di se stesso nelle scene di dinamismo dove il ranger salta e compie evoluzioni acrobatiche non da poco quale lo sparare in "rovesciata" o affrontare in duello l'indiano Jako. Per quanto riguarda il volto di Tex è decisamente troppo torvo con quegli occhietti cattivi e incubizzanti e quel ciuffo ribelle che in certi momenti gli cala sul viso. Kubert ha certamente voluto enfatizzare la figura del cavaliere solitario dallo sguardo severo in quanto eternamente impegnato nella sua sacra missione, ma il vero Tex è decisamente piùallegro e solare.

Peccato non avere visto Kubert in azione su Carson: il disegno dell'artista sul vecchio Kit presente nell'introduzione del volume lascia intuire una più azzeccata rappresentazione. Insomma, lo abbiamo scritto altre volte: un Texone è un'occasione di tributo di un grande artista alla saga texiana e questa collana è nata apposta per creare uno spazio alternativo a quello della serie regolare. Non deve quindi rappresentare un fattore penalizzante il fatto che, chi opera nell'ambito del Texone, debba avere diritto ad una interpretazione del personaggio molto più libera di quella richiesta nella serie regolare. Ai miei occhi è invece più penalizzante il fatto che un'artista non riesca a tramettermi la sensazione che la vicenda si è realmente svolta nel vecchio West. E` in base a questa considerazione che il passaggio di Kubert nell'universo di Tex non mi ha troppo entusiasmato.



GLOBALE
 

E' una storia che si legge bene, senza intoppi, ma senza sollevare troppi entusiasmi. Visti i vincoli che aveva e il numero di pagine a disposizione, Nizzi non poteva francamente fare di più. Se lo sceneggiatore avesse avuto a disposizione le 300 pagine (numero che ritengo personalmente l'ideale per costruire una buona storia), allora avrebbe potuto meglio espandere le ultime due parti che appaiono invece un pochino sacrificate.

Per quanto riguarda il disegno, gli estimatori di questo artista (come nel passato quelli di Zaniboni e Magnus, per citare due disegnatori non abituati a "fare il west") saranno stati certamente soddisfatti. Chi invece, come me, preferirebbe vedere all'opera un'artista anche molto meno blasonato, ma più addentro al mestiere di disegnatore western, forse ha ricevuto una soddisfazione minore da questo lavoro.
 

 


 
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