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" Le foreste dell'Oregon"

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E' lui o non è lui? Nell'osservare le "gesta" di questo personaggio vestito da boscaiolo che pretende di essere un famoso ranger del texas, nonché agente indiano e capo riconosciuto di tutte le tribù Navajos, non sappiamo più che cosa pensare. Mai come in questo triste revival della prima avventura firmata da Claudio Nizzi abbiamo avuto chiara consapevolezza di quanto Tex Willer senta il peso degli anni.

Essere e non essere
recensione di Giorgio Loi



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Nizzi    

Sono passati quindici anni da quando Tex e Carson si trovarono per la prima volta alle prese con i boscaioli dell'Oregon, e si sentono tutti. Allora si trattava di un albo celebrativo e Claudio Nizzi, per la prima volta "in chiaro" alla firma delle avventure del ranger, era in forma smagliante. Ironicamente vi è più d'un punto di contatto fra le due vicende: quasi uguale il numero delle pagine (220 contro 224); la risposta alla richiesta di un amico grande e grosso (Gros-Jean contro Pat McRyan); l'ambientazione, fino ad allora inedita; la difesa di un onesto imprenditore del legname dalle prepotenze di un disonesto; un vile rapimento nella parte terminale della storia.

Perché il contrasto è così accentuato? Perché, a dispetto delle somiglianze di facciata, i protagonisti delle due avventure hanno talmente poco in comune da far dubitare di avere a che fare con gli stessi personaggi. Che siamo profondamente insoddisfatti è chiaro, ma l'insoddisfazione non deriva tanto da difetti intrinseci della sceneggiatura -povera, elementare se si vuole, ma priva di grossi buchi logici o difetti marchiani- quanto dal sempre più accentuato snaturamento del protagonista della testata e, soprattutto, dal modo palese in cui viene perpetrato.

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un bel primo piano di Gros-Jean, i pards sullo sfondo
di Venturi (c) 2003 SBE
   
 
E' una tendenza in atto da tempo ma che ultimamente sembra stare accelerando in maniera preoccupante. Il Tex attuale, quanto meno quello scritto da Claudio Nizzi, ha perso ormai quasi tutti i tratti caratteriali che il suo creatore, Gian Luigi Bonelli, gli aveva infuso e che ne hanno fatto, meritatamente, il più longevo e popolare personaggio dei fumetti italiano. Il processo di mutazione genetica si è sviluppato nel corso degli anni, ma in quest'ultima avventura, molto più che in altre precedentemente pubblicate, si è avvertito un "salto di qualità", un'enfasi, una platealità finora inediti. Se prima il narratore si limitava a far comportare Tex non "da Tex", ora amplifica la cosa inserendo dialoghi e situazioni che apparentemente evocano tratti del carattere primigenio ma che, al contrario, inducono il lettore a uno stridente e impietoso confronto fra ciò che Tex dovrebbe essere e ciò che, tristemente, è diventato.

Andiamo con ordine e ripercorriamo brevemente, sul filo della memoria, le vicende di quindici anni fa. Tex e Carson accorrono al richiamo di un vecchio amico, forte e buono ma incapace di prendere iniziative personali, in difesa di un onest'uomo e della di lui figlia dalle angherie di due fratelli prepotenti. I pards parano diverse mosse dei cattivi con durezza e determinazione, senza mai farsi sorprendere e sempre un passo avanti ai loro avversari; solo alla fine, con il rapimento della ragazza, gli antagonisti sembrano riuscire a mettere temporaneamente in iscacco i nostri eroi, ma Tex risolve la situazione con un'audace trovata da par suo, facendo infine giustizia dei maramaldi.

Che c'è di strano? si dirà. Stiamo parlando di Tex Willer, no? Tutto giusto, se non fosse che ne "Le foreste dell'Oregon" non troviamo assolutamente nulla di quanto sopra. Appena Tex e Carson scendono dal battello è il grosso e "stupido" Gros-Jean che li informa su tutto e dice loro come dovranno vestirsi e comportarsi; al campo dei boscaioli vengono messi a tirare il carretto con un vecchio incartapecorito perché, essendo nuovi, il lavoro di taglialegna potrebbe essere troppo duro per loro; non anticipano assolutamente nulla (piuttosto, se la dormono della grossa) e non arrivano minimamente a sospettare del colpevole fino a quando non salta fuori un ragazzino che ha visto tutto e decide di fidarsi di Tex; la fiducia si rivela totalmente mal riposta perché Tex si fa rapire il ragazzino sotto il naso proprio dalla persona che stava accusando, e non gli resta quindi che "lanciarsi" in una calma e rilassata missione di soccorso (dove ostenta una flemma assolutamente innaturale). Ritmo, azione, eventi spettacolari: nulla di tutto ciò e lontanamente paragonabile al texone di 15 anni fa. Per contorno al quadro desolante appena tracciato, in 220 pagine Tex non esplode un solo colpo e tira tre-dicasi-tre cazzotti!

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Tex in azione, per l'unica volta!
di Venturi (c) 2003 SBE

Ma allora a che ci riferivamo con l'effetto di amplificazione cui si accennava poc'anzi? Per decenza, un Tex simile si sarebbe potuto giustificare solo con la scelta di dare, per una volta, maggiore spazio ai comprimari, lasciando i protagonisti naturali in secondo piano, in un discreto e rispettoso cono d'ombra. Niente di tutto questo.

Tex e Carson sono presenti quasi ossessivamente dall'inizio alla fine, ma come soprammobili; Tex si lamenta del dover rinunciare ai suoi ferri da tiro, ma poi non li usa mai; i pards sono apostrofati come "gente che dorme con un occhio solo", e poi dobbiamo sorbirci un Carson dal sonno duro che si sveglia per ultimo in mezzo a una baraonda infernale; bastano tre pugni per far guadagnare ai due pards la fama di "gente pericolosa come mai s'era vista", e immaginiamo quanto l'evento sia stato sconvolgente in una comunità di rudi boscaioli; Tex rassicura il piccolo testimone di non temere, che "nessuno gli farà del male", e infatti poche pagine dopo glielo rapiscono sotto il naso dopo essersi fatto battere in velocità nientepopodimeno che da un taglialegna (!); non si capisce perché ma Tex ritiene di non poter fare a meno dell'aiuto di uno sceriffo di cui "si dice" che non sia al soldo di Shannon; con il ragazzino ancora nelle mani dei rapitori, i pards ricevono un caloroso ringraziamento per aver fatto… che cosa? Perfino certi richiami al linguaggio d'un tempo, certi atteggiamenti da "duro" che potrebbero ricordare gli antichi fasti, sono inseriti in contesti totalmente inadeguati sortendo un effetto caricaturale (come quando Tex, pistola in pugno, minaccia "bonellianamente" di far fare un "rapido ruzzolone all'inferno" a tre pericolosissimi avversari… disarmati!).

C'è di più. L'anarchico giustiziere che raddrizzava le storture di leggi spesso ingiuste e ritagliate su misura per i potenti, ora si vanta di "aver raccolto prove e testimonianze" e consegna alla legge, quella stessa legge che fino ad allora aveva chiuso gli occhi davanti ai crimini del disonesto Shannon, un vecchio signore colpevole di essersi fatto giustizia da solo; un gesto sicuramente da condannare sul piano giuridico, ma dato che il concetto di certezza del diritto era quanto mai aleatorio nell'America di fine 800 riteniamo più che fondati i dubbi circa il fatto che Shannon sarebbe riuscito a sfangarla, con buona pace delle convinzioni legalitarie di Tex; un Tex che un tempo avrebbe affidato la sentenza a una Giustizia Superiore e che solo pochi anni fa avrebbe quanto meno lasciato il vecchio libero di fare i conti con la propria coscienza, ma che ora sembra diventato la caricatura anacronistica di un Pubblico Ministero.

In sintesi: mai come in questa "avventura" Tex c'è senza tuttavia esserci. C'è qualcuno che porta il suo nome, che veste come lui e che pretende di parlare lo stesso linguaggio, ma che dev'essere a tutti gli effetti un suo sosia perché non riusciamo oramai a trovare quasi più niente, in questo curioso simulacro, del ranger d'acciaio che ha fatto innamorare tre generazioni di lettori.



DISEGNI
Andrea Venturi    

Venturi torna ai pennelli dopo oltre cinque anni dalla sua ultima prova (n.451 "Oppio!") e si nota un'evidente maturazione, soprattutto per quanto riguarda la caratterizzazione di Tex. L'influenza di Giovanni Ticci è evidente e, d'altronde, nessun autore che si accosti al mondo di Tex può prescindere dal modello del grande disegnatore senese.

Possiamo ravvisare, qua e là, anche spruzzate di Claudio Villa ma non vorremmo, con questo, fare torto all'individualità di Venturi che, nonostante i modelli, ha uno stile personale ben riconoscibile, di assoluto valore.

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Tex scivola tra le ombre della notte
di Venturi (c) 2003 SBE

Venturi possiede un tratto sintetico ma capace anche di raggiungere notevoli livelli di dettaglio. E' ancora un po' discontinuo nella rappresentazione dei volti ma, per il resto, se la cava bene: nelle pose, sempre naturali e convincenti; nel taglio delle inquadrature, notevolmente variate e con prospettive tutt'altro che banali; nei paesaggi e nelle ambientazioni, curati al punto giusto; nell'uso ben dosato di luci e ombre; nelle scene dinamiche, per le quali Venturi sembr particolarmente portato ma che, ahimé, in questa storia non abbondano (per usare un eufemismo).

Nel complesso, una prova matura e più che soddisfacente.



GLOBALE
 

Dal nostro voto traspare un giudizio profondamente negativo. Ma la storia è veramente tutta da buttare?

Tutt'altro, vi sono diversi elementi degni di nota: dall'ambientazione "boschiva", poco sfruttata, a un recupero (a tratti) convincente del simpatico Gros-Jean, a una discreta caratterizzazione dei boscaioli che, per una volta, non sono piatte sagome di contorno ma veri comprimari con una loro dignità.

Potremmo anche passare sopra, per una volta, alla mancanza di ritmo e di tensione, alla diluizione eccessiva del soggetto, alla sbrigatività delle soluzioni narrative, ma balza subito all'occhio che nel nostro piccolo elenco v'è un grande assente: Tex. Volendo, per una volta, indulgere al gusto del paradosso, potremmo affermare che il maggior difetto di questi due albi risiede nel... logo di copertina!

Non possiamo affermare in coscienza che questa sia una delle peggiori storie mai scritte, ma quello che abbiamo visto agire ne "Le foreste dell'Oregon" è sicuramente uno dei peggiori Tex di sempre.
 

 


 
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