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Quello che non ti aspetti

una premessa impossibile per un albo sorprendente
Recensione di  |   | tex/


Quello che non ti aspetti
Tex Color 1


Scheda IT-TX-C1

Sorprendere il lettore è la parola d'ordine, l'obiettivo, la missione di qualsiasi autore di fumetti. La linea di demarcazione fra chi ha successo e chi no può essere data da quest'unico, tutt'altro che insignificante, aspetto: capacità di stupire contro prevedibilità, emozione contro noia, voglia di rischiare contro comoda routine.

Si dirà: facile a dirsi, molto meno a farsi. Soprattutto oggi, confrontati con un pubblico bombardato da stimoli ed effetti speciali di ogni genere, sempre meno avvezzo alla lettura prolungata e sempre più invischiato nelle trame di una Rete che induce tempi ridotti, frammentarietà, estrema facilità di deconcentrazione e, soprattutto, scarsissima pazienza. Ancora peggio voler tentare di stupire su Tex, non solo a causa di sessantatré anni di storie stratificate e sedimentate nella memoria dei lettori, ma soprattutto per le specificità del personaggio e della serie, che limitano, e molto, la capacità di manovra degli autori.

Con queste premesse, l'annuncio della nuova collana "Color Tex" non partiva sotto i migliori auspici. Nata dichiaratamente sull'onda del clamoroso e inaspettato successo dell'edizione storica pubblicata settimanalmente dal gruppo "Repubblica-Espresso", "Color Tex" va ad aggiungersi ad Almanacchi, Maxi e Texoni fra le pubblicazioni inedite che affiancano la serie regolare, senza alcun dichiarato motivo d'interesse che non fosse, appunto, quel colore al quale la casa editrice ha peraltro sempre creduto poco. D'altronde, la nostra prevenzione aveva qualche fondamento. L'edizione storica ha venduto talmente bene da spingerne le pubblicazioni fino a ridosso della serie inedita, attraversando tutte le fasi della vita editoriale di Tex, dagli esordi al leggendario periodo aureo, ma anche il lungo declino, il chiaroscuro della fase post-400, fino alle buie profondità dell'ultimo decennio e alla vivace rinascita degli ultimi anni. Orbene, una tendenza di vendite così omogenea avrebbe potuto indurre il marketing della Sergio Bonelli Editore a rivolgersi a un lettore interessato più al giallo fosforescente della camicia di Tex che alla qualità delle storie, un lettore di bocca buona al quale propinare un po' di pagine sceneggiate senza troppo impegno, purché stampate con vivaci cromie.

E invece...

Il giuramento (in giallo)
Tex Color 1, pag.73 - Tavola di Bruno Brindisi

(c) 2011 Sergio Bonelli Editore

Il giuramento (in giallo)<br>Tex Color 1, pag.73 - Tavola di Bruno Brindisi<br><i>(c) 2011 Sergio Bonelli Editore</i>

"E venne il giorno" è una storia realmente degna di una collana speciale e dell'eccezionalità del colore.

L'idea di base è di quelle che si possono usare una, due volte nella vita, pertanto si può ben affermare che Mauro Boselli non si sia risparmiato per dare il miglior avvio possibile all'ultima nata. Una doppia, lunghissima introduzione, sospesa fra passato e presente, ci fa piombare inaspettatamente in una situazione del tutto inedita e manifestamente assurda, ma proprio per questo intrigante, coinvolgente, complici una sceneggiatura praticamente perfetta e uno dei migliori Kit Carson che si siano visti negli ultimi due decenni.

Gli eventi travolgeranno Tex, Kit e Tiger, i quali si lanceranno a testa bassa in una missione che, per la prima volta, non potrà avere un lieto fine. Almeno in apparenza. Ma è inutile, ora, dilungarsi sulla trama.

La storia ci è piaciuta, innanzi tutto e soprattutto, perché è coraggiosa

La storia ci è piaciuta, innanzi tutto e soprattutto, perché è coraggiosa. Sia chiaro, il coraggio non consiste nel limitarsi a inserire Tex in un contesto insolito; questo potrebbe farlo qualsiasi sceneggiatore alle prime armi in fregola di facile visibilità, grazie a un esordio "col botto", ma poi incapace di gestire adeguatamente le conseguenze del suo avventato gesto e destinato a un esito disastroso. No. Il coraggio di Boselli consiste nell'avventurarsi in un sentiero palesemente insidioso, con piena e assoluta consapevolezza di tutti i paletti che la scrittura texiana impone, e cavarsela comunque brillantemente. Ne sa qualcosa lo stesso editore di Tex, un grande sceneggiatore che, dietro lo pseudonimo di Guido Nolitta, scrisse una ventina di storie fra gli anni 70 e 80, di cui alcune ancora oggi giustamente ricordate per la carica innovativa e l'originalità, ma dove probabilmente in nessuna il personaggio di Tex è stato pienamente rispettato, bensì variamente piegato alle esigenze della storia. Non solo Boselli non ricorre a trucchi del genere, ma si concede il lusso di enfatizzare le caratteristiche eroiche, per non dire sovrumane, dei due pards anziani, senza compromettere la tensione e l'interesse della trama. Una trama, va detto, non troppo complessa, ma alquanto movimentata e ben costruita, fin nei particolari. Certo, non capita tutti i giorni di vedere Tex combattuto tra ragione e cuore, tra logica e sentimenti, ma una buona storia si regge su ben altro: sceneggiatura solida e coerente, dialoghi convincenti, tempi ben bilanciati, personaggi azzeccati e "in parte". Qui troviamo tutto, ottimamente amalgamato da quella volontà di stupire e di evitare le scorciatoie "comode" che contraddistingue il miglior Boselli, o almeno, quello che piace a noi.

Kit Carson in azione!
Tex Color 1, pag.38 - Disegni di Bruno Brindisi

(c) 2011 Sergio Bonelli Editore

Kit Carson in azione!<br>Tex Color 1, pag.38 - Disegni di Bruno Brindisi<br><i>(c) 2011 Sergio Bonelli Editore</i>

Sappiamo bene che gestire un personaggio infallibile e invincibile, contornato da tre pards per definizione immortali e pure loro abilissimi, può apparire alla lunga castrante, ma è proprio questa una delle maggiori difficoltà dello scrivere Tex, difficoltà che Boselli affronta e supera spesso felicemente. E tanto per rendersi la vita ancora più difficile, rinuncia pure allo stereotipo dello sceriffo corrotto, per offrirci uno dei rari adamantini rappresentanti della legge con i quali Tex ha avuto a che fare. Sì, perché comprimari e antagonisti sono un altro dei punti di forza dell'albo: ben caratterizzati, ma non invadenti, che svolgono onestamente il loro compito ma lasciano ai titolari della serie il giusto spazio. E poi, diciamolo, far sparire nella prima metà dell'albo quello che sembrava essere l'antagonista chiave della vicenda, destinato al solito trito "scontro finale" con l'eroe, è stata una mossa inattesa che abbiamo apprezzato. Insomma, chi soffre il peso eccessivo dei comprimari nelle storie boselliane stavolta non avrà di che lamentarsi, se non che paradossalmente la scena a Tex rischia di rubarla proprio un brillante Kit Carson, perfetto nell'affrontare tanto i peggiori pendagli da forca quanto... il gentil sesso!

Non poteva poi mancare il (molto boselliano) doppio finale, ossia a venti pagine dalla fine, quando tutto sembra ormai concluso, si scopre che tutto è ancora da fare. Poco male se a quel punto il gioco si fa scoperto: l'importante è la voglia di tenere sempre alta l'attenzione del lettore in modo onesto, senza barare e restando coerenti con le premesse e con la natura dei personaggi.

Ma la vera nota dolente si chiama, ancora una volta, Kit Willer

La storia non è, tuttavia, impeccabile. La seconda parte scade leggermente rispetto all'ottimo incipit, e se il livello dei dialoghi è generalmente superiore alla media delle storie di questo autore, ogni tanto affiorano un po' di zucchero in eccesso e qualche spiegazione di troppo. Ma la vera nota dolente si chiama, ancora una volta, Kit Willer. E' comprensibile che la drammaticità dell'evento, unita alla giovane età, possa, anzi, debba avere su di lui un effetto sconvolgente, ma la soluzione adottata non rende onore al personaggio, così come fu caratterizzato da G.L. Bonelli nella fase della maturità. Sembra che il giovane Willer abbia ormai assunto all'interno del quartetto la funzione di jolly, di carta multivalente da giocare in modo differente a seconda delle convenienze, a rischio di farlo apparire schizofrenico. Per essere più chiari, invece di vederlo piagnucolare avremmo preferito una reazione di rabbia disperata, e invece di sentirlo predicare continuamente prudenza ci saremmo aspettati, al contrario, un comportamento avventato e irruente, in linea con la sua voglia di vendetta, il suo sangue per metà indiano e, perché no, la sua impulsività. Sappiamo di correre il rischio de "se l'avessi scritto io", nel quale nessun critico obiettivo dovrebbe incappare, ma con tutta la buona volontà non riusciamo a capire che cos'abbiano in comune i Kit Willer visti in Patagonia, I giustizieri di Vegas, Colorado Belle e questa E venne il giorno: quattro personaggi differenti a distanza di pochi anni, tutti scaturiti dalla medesima mano. Si trattasse di un altro autore non faremmo nemmeno la fatica di farlo notare, ma trattandosi di Mauro Boselli, l'unico sceneggiatore attualmente su piazza in grado di affrontare storie con tutti i pards e l'unico che presti una qualche attenzione al più giovane del quartetto, ci chiediamo se anche lui non condivida almeno in parte i nostri appunti.

Sparatoria finale
Tex Color 1, pag.153 - Tavola di Bruno Brindisi

(c) 2011 Sergio Bonelli Editore

Sparatoria finale<br>Tex Color 1, pag.153 - Tavola di Bruno Brindisi<br><i>(c) 2011 Sergio Bonelli Editore</i>

Il comparto grafico è di buon livello, ma da Bruno Brindisi potevamo aspettarci qualcosa di meglio. Bene le caratterizzazioni dei personaggi e in generale le figure umane, dai primi piani ai campi totali, ma le pose dinamiche ci sono apparse spesso poco convincenti e i paesaggi, gli spazi aperti e in generale i campi lunghi appaiono privi di profondità; in una storia western, nonché ricca d'azione come questa, è un problema che si fa sentire.

Il suo tratto pulito si dovrebbe sposare bene con un colore che però non è assolutamente all'altezza di una collana che per il colore nasce. Le colorazioni su Tex non sono mai state eccezionali, ma finora si era trattato di albi celebrativi, di un "di più" applicato a un fumetto nato e pensato per il bianco e nero. Ma una collana denominata "Color Tex" dovrebbe avere il colore come suo elemento fondante, quindi non è accettabile la pressoché totale assenza di sfumature, di ombre, di giochi di luce. E' mai possibile che tra giorno e notte cambi solo il colore del cielo, lasciando tutto il resto immutato, a cominciare dal giallo fluorescente delle camicie di Tex e Kit? Ci spiace che ciò vada a detrimento del lavoro dell'incolpevole Brindisi, ma il nostro giudizio non può che restarne negativamente influenzato.

In conclusione, è senz'altro un albo da prendere e gustare con piacere. Lascia l'amaro in bocca, però, che nel primo "ColorTex" le note peggiori riguardino proprio il colore. Il colorista potrebbe procurarsi qualche albo di Blueberry, di Jean Giraud, giusto per farsi un'idea di come affrontare degnamente un fumetto western.



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