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Perfezione vo' cercando...

controrecensione de "Lo sceriffo indiano"
Recensione di  |   | tex/


Perfezione vo' cercando...
Tex 581-582


Scheda IT-TX-581-582

Esordio ai testi texiani, benché seconda storia pubblicata, di Tito Faraci. A nostro modesto avviso, la storia ne conferma tutti i limiti mostrati al di fuori dell'universo disneyano, dove per solito si esprime al meglio (si veda l'ottimo volume Topolino Noir edito da Einaudi). Limiti, si badi bene, che non sono tecnici. La grammatica fumettistica faraciana è pressoché perfetta, qui come quasi sempre. Tecnicamente. Tito Faraci è estremamente abile come sceneggiatore, uno dei più abili in attività. E questa storia lo conferma. Un pelo meno grammaticalmente corretto è il suo Tex, con quello svarione - uno solo ma grosso - del bagno con lo sceriffo indiano. Insomma, non perché (o non tanto perché) mancasse poco a Brokeback Mountain, come è stato sottolineato in rete; ma perché Tex ha una storia consolidata ultrasessantennale, e inserire ex abrupto un amico tanto intimo dopo quasi seicento albi della serie regolare, e quindi ben oltre seicento albi, appare una forzatura.

Vabbe', è un rilievo veniale. Molto meno veniale è che una storiellina esile esile, che sarebbe stata comodamente in 130 pagine al massimo (ma proprio al massimo) sia stata stirata fino a riempire due albi. Per farlo, Faraci abbonda, anzi abusa di flashback ridondanti, prolissi e spiegazionisti al massimo. Pecca, lui così grammaticalmente abile nello sceneggiare e nel raccontare a fumetti, di mal utilizzo del mezzo. Anche se poi, perfino in quegli inserti inutili, non si può negare il virtuosismo grammaticale dell'autore. In generale, però, Faraci pecca di verbosità eccessiva, che annega l'eventuale recupero di certi stilemi del dialogo glbonelliano con l'insistenza e la ripetizione scolastica: si finisce solo per gigioneggiare e fare accademia. Freddamente. Sempre fatta salva la tecnica, ripeto. Ma è l'ennesima conferma della debolezza del Faraci narratore, del soggettista (non è un caso che su Diabolik, dove spesso c'è Gomboli ad affiancarlo e, immaginiamo da buon curatore della testata a far da guardiano dell'ortodossia, egli renda meglio: e lo si può vedere nel recente "Io sono Diabolik", il primo grande DK di quest'anno).

Faraci, si può estremizzare, ha poco da dire, però sa farlo molto bene.
Faraci, si può estremizzare, ha poco da dire, però sa farlo molto bene. Non è poco, ma probabilmente non è abbastanza per Tex. I personaggi, così, restano sfocati. Lo sceriffo indiano amico di Tex è una figura che non suscita emozione (per quel che si diceva prima, e per quella freddezza accademica, quell'algida bravura tecnica che traspare dalla pagina faraciana); se non lo rivedremo più nella saga sappiamo già che non lo rimpiangeremo: perché l'abbiamo già dimenticato. Il signorotto che spadroneggia nel paese è un bestione idiota, e non si capisce come un tale minus habens possa essere diventato il capintesta di una comunità umana. Suo figlio è uno psicopatico nevrastenico senza il minimo allure da cattivo: resta soltanto un povero sciroccato.

E poi c'è il giudice. Grande caso in rete per il finale della storia: perdono sì, perdono no; ebbene la questione mi pare irrilevante :-). Come anche quella della scelta dello sceriffo di riprendere il suo posto. Vanno perfettamente bene. Come sarebbero andate bene quelle opposte. Entrambe concludono una storia che narrativamente era già conclusa: sono il sigillo personale dell'autore, come la vede lui: e per come la vedo io, ha tutto il diritto di vederla come gli pare sulla questione :-). Meno, sul fatto che il giudice faccia un po' troppo il verso ai simpatici cattivi boselliani di Tex, ma ne rappresenti un esemplare "leggero", anzi leggerissimo, quasi impalpabile: i suoi dilemmi, i suoi moventi e giustificazioni suonano artatamente costruiti e accademici (ancora, sì). Come il personaggio. E come un po' tutto quello che c'è nell'albo: ammirevole architettura di zucchero filato. Tito Faraci pare condannato alla sua abilità. E a specchiarvisi dentro. Dunque, alla fine il personaggio migliore è lo scagnozzo del signorotto del paese, messo a fare la balia al figliolo deficiente di questi. Una figura secondaria, eppure tornita bene e dotata di una personalità definita e coerente, oltre che rappresentata con accuratezza. Lateralmente, la capacità dell'autore emerge a tutto tondo.

Grandi assenti, i pards. Faraci guarda indubbiamente al modello bonelliano, ma, timido, non osa una storia manovriera, non osa inquadrare la mitologia texiana in tutta la sua dimensione epica: l'epopea dell'eroe circondato dai suoi amici.

I fratelli Gianluca e Raul Cestaro si adeguano, e realizzano un lavoro tecnicamente molto buono, molto curato nei dettagli e nella gestione delle inquadrature (a parte qualche svarione sul fronte naturalistico: l'orso è abbastanza improbabile, per dire). Manca un'espressività, un'incisività che dia un po' di sangue a una storia esangue. Manca una personalità grafica più spiccata. Forse è questione di tempo; forse di lavorare ciascuno per conto proprio; forse di lavorare su storie più stimolanti.

  • Soggetto: 2
  • Sceneggiatura: 5
  • Disegni: 3
  • GLOBALE: 47%


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