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" I prigionieri dell'isola"

TESTI
Michele Medda
DISEGNI
Onofrio Catacchio

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recensione di Giorgio Loi

Un altro albo "fuori continuità" di Medda che, così facendo, sembra confermare il suo progressivo disimpegno dalla testata limitandosi a firmare storie riempitive che si collocano al di fuori dei filoni principali inaugurati da Vietti e soci.

Stavolta Medda tributa un palese omaggio proprio a Vietti introducendo nel mondo di Nathan le carceri virtuali che, ricordiamo, furono il tema conduttore del primo numero di Hammer, breve serie di fantascienza edita a partire dal 1994 per i tipi della Star Comics e creata da Vietti insieme con Olivares, Simeoni e altri giovani autori bresciani. E, guarda caso, sempre del 1994 é il film "Fuga da Absolon", con Ray Liotta, di cui questa avventura di Nathan è un palese rifacimento.

Tutta la struttura centrale, ossia la semi-barbarica isola carcere (dove-tutto-è-permesso) dominata da varie bande sanguinarie, nella quale spicca una comunità autogestita che cerca di darsi regole di convivenza civile, è presa dalla succitata pellicola. Inoltre, quasi a mettere le mani avanti, come sta ormai diventando abitudine per Medda, non poteva mancare il siparietto autoassolutorio che, dietro il debole paravento della crisi creativa nell'industria dei videogiochi, ci ricorda per l'ennesima volta quanto sia difficile sfornare una storia al mese e via discorrendo. Francamente se ne poteva fare a meno.

Comunque tra gli inserimenti "originali" troviamo posticcio e non molto convincente quello della realtà virtuale, con Sigmund che si inserisce nella rete informatica della software house tramite la demo (sic) di un gioco di ruolo fantasy. Migliore, sicuramente, il ribaltamento del meccanismo "realtà-illusione" con i prigionieri che, convinti di vivere un'esperienza simulata, scoprono alla fine una realtà diversa. Peccato che se ne accorgano troppo presto e che quindi anche il lettore capisca che la soluzione che sembra più evidente non può essere quella vera (per inciso, anche la microtelecamera impiantata nella nuca dei detenuti è una citazione da Hammer).

Al successo della storia non contribuiscono i disegni di Catacchio, nuovamente alle prese con tematiche di realtà virtuale dopo il 69 "Cacciatori di virus". Il suo tratto surreale, deformante, probabilmente si ritiene sia adatto per descrivere l'irrealtà del cyberspazio; questo potrebbe anche spiegare l'inserimento -a nostro avviso forzato- di questo tipo di sequenze nella storia ma, sempre a nostro modesto avviso, un certo stile è semplicemente inadatto per una serie realistica quale Nathan Never si presume che sia. La sproporzione delle anatomie, il tratto grossolano, la mancanza di sfumature, la difficoltà nel discernimento delle fisionomie, la poca cura nella riproduzione tecnologica: tutti rilievi che in un certo tipo di storie passerebbero in secondo piano di fronte a un'efficace narrazione (caso tipico, Bacilieri quando interpreta le storie noir a sfondo onirico di Napoleone), ma che in Nathan costituiscono elementi importantissimi, quasi imprescindibili.

Una storia deludente, considerato che Medda ci aveva abituato a ben altro. Dobbiamo quindi concludere che i segnali di stanchezza e disinteresse manifestati nella scorsa Lucca erano reali e che queste sono le conseguenze tangibili? Ci spiacerebbe se così fosse, anche perché perderemmo uno dei pochi autori che si permettono arditi inserimenti "politicamente scorretti" e che noi, in questi tempi di omologazione soffocante, apprezziamo non poco (qui si inizia con una correttissima compagine di due femmine e quattro maschi, di cui tre bianchi e un negro; però una donna e il negro muoiono subito, l'altra donna si rivela una carogna, l'isola su cui atterrano è popolata da crudelissimi, cattivissimi e coloratissimi indigeni contrapposti alla bianca e buona sister Magdalene e alla fine l'unico a salvarsi, oltre a Nathan, è un arianissimo svedese: incredibile! ;-).
 

 


 
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