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La space opera del Futuro (o il Futuro delle soap operas?)

alla ricerca di una storia
Recensione di  |   | nathannever/


La space opera del Futuro (o il Futuro delle soap operas?)
Agenzia Alfa 19 "Battaglia per la libertà"


La space opera del Futuro (o il Futuro delle soap operas?)

Scheda IT-NN-aa19

Recensione

Vuolsi così colà...
l'innegabile capacità di imbastire che Vietti ha...
ma solo di imbastire e lasciar là! :-)

Come si accorgeranno i lettori più attenti, il titolo di questa recensione è stato ripreso in diversa maniera dal precedente articolo in cui si parlava della prima apparizione di questo nuovo spin-off neveriano. Non fa sempre piacere giocare con le parole, o instillare doppi sensi che indugino su un giudizio non positivo della storia da parte di chi scrive, ma in alcuni casi rimane l’unico espediente un minimo più elegante per esprimere una forte delusione di fondo. Perché siamo di fronte a questo, ad un monumento (per via della lunghezza) alla delusione!

La battaglia

Cerchiamo di attenerci ai fatti: "Battaglia per la libertà" si pone immediatamente a valle, per certi versi, de "I nuovi eroi", balenottero con il quale avevamo salutato l’ingresso di una nuova propaggine di un universo (quello incentrato su Nathan Never) in apparente continua espansione, come del resto è stato ulteriormente confermato dalla nascita della nuova testata-contenitore "Universo Alfa".

Dopo la distruzione del pianeta governato da Link (e dalla sua controparte oscura), dal quale sciorinavano, diretti verso la Terra, orde di mute (esseri dalla doppia natura biologica e tecnologica), gli agenti Alfa Liam, Scout e Joanna, aiutati dallo stesso Link e dalla telepate Kay, hanno dato origine ad un fronte di resistenza contro il Concilio dell’Equilibrio, la cui guida suprema, Erebron, sembrava essere perita nella stessa distruzione di cui prima.

La struttura narrativa del precedente episodio si era dipanata su ritmi medio-alti per i 3/4 dell’albo, per poi subire - cifra stilistica caratteristica dello storytelling viettiano - un’impennata nel finale condensando fatti ed eventi, e relegando a piccole nicchie elementi che si intuiva chiaramente sarebbero stati ripresi in un eventuale prosieguo. Questo modo di fare però già allora non era giustificato appieno: la "densità" del racconto veniva infatti a perdere di omogeneità, così come l’accenno sul finale a nuovi personaggi appariva alquanto posticcio, quasi giustapposto, lasciando un retrogusto di incompiuto che non sempre fa bene ad un racconto di questa portata (da intendersi principalmente in relazione al numero di pagine).
Sarà anche una banale riflessione, ma questo nuovo Agenzia Alfa avrebbe dovuto vedere la luce immediatamente dopo quell’altro. La banalità sta appunto nel fatto che si sa che i tempi di lavorazione, per prodotti come questi, non sono inferiori ai due anni, ma in questo specifico caso, pur leggendo adesso le due storie in maniera continuativa, quel senso di irrisolto di cui prima è risultato se possibile amplificato.

Tornando ai fatti: Erebron ovviamente non è morto, anzi è lui ad avere l’onore della sequenza iniziale, dove manco a dirlo entra in scena un nuovo personaggio (il quale curiosamente, pur essendo da lungo tempo a servizio del capo del Concilio, non è mai apparso in passato). Allo stesso modo, è sopravvissuto anche "the dark side of the Link", il quale da una caverna sperduta sul Monte Bianco si prepara ad attuare l’originalissimo progetto di conquista del pianeta, interagendo in maniera ambigua con Link & Co. al solo apparente scopo di perseguire i propri piani. Questi ultimi, infine, si dibattono lungo il corso delle pagine per cercare Nuke, un bambino-robot modello C-014 (i cosiddetti "robot con il cuore") per farsi aiutare a ripristinare una sorta di trasmettitore satellitare di portata smisurata per diffondere nell’intero sistema solare il messaggio di "verità" sul reale volto del Concilio dell’Equilibrio. Accanto a questo compaiono: altre telepati rinnegate (che a loro volta hanno visioni su un essere dagli spaventosi poteri); militari alle prese con problemi di coscienza; il nuovo "villain" onnipotente che subito si scopre aver già combattuto contro le telepati; il "diario di Kay Frayn", proveniente da un oscuro passato; le visioni degli agenti Alfa (elemento già presente nel precedente episodio), sempre collegate alle vite di Nathan Never e compagni; alleanze che si fanno e si disfanno; robot che muoiono; mute addomesticati; pum pum bang bang (traduzione: scontri a fuoco di vario genere); uso e abuso del tòpos fantascientifico del teletrasporto; altro ancora che sicuramente c’è, ma che al momento non sovviene.

È a questo punto inevitabile chiedersi: ma come fa tutta questa carne al fuoco a stare in 320 pagine? La risposta è semplice: non ci sta! Viene compressa, distribuita, alternata, miscelata, ma il risultato finale è che "Battaglia per la libertà" non è una storia che si può leggere tutta d’un fiato, a meno di non avere polmoni da record: troppi i temi, troppo diseguale il ritmo, troppo lenta la narrazione in generale. Per la maggior parte dell’albo i personaggi passano il tempo a raccontarsi quello che stanno facendo (e fin qui, in ottica bonelliana, purtroppo lo si può anche capire), ma il modo in cui lo fanno è di una monotonia che rende difficile al lettore mantenere una soglia di attenzione sufficiente a continuare ad impegnarsi per capire il senso generale della trama. E infatti la trama va a farsi benedire, perché quello che dovrebbe essere il plot principale (la diffusione del messaggio di "verità" al sistema solare tutto, ed oltre) è continuamente distratto da deviazioni e sub-deviazioni, tavole di collegamento e stacchi narrativi da una situazione all’altra (dove ovviamente bisogna riprendere il filo di quanto lasciato in sospeso una quarantina di tavole prima, e quindi parte il riassunto nel riassunto).

...dov'è la storia?

Dov’è allora la storia?
Forse giace nelle pieghe di una sorta di continuity elastica, che quando all’improvviso si ricorda di comprimersi per riprendere un po’ di nerbo provoca il raggrinzirsi delle psicologie dei personaggi, della qualità dei dialoghi, della capacità di rispettare il flusso di eventi già descritti in precedenza, ed altre minuzie simili.
Nulla viene in pratica risolto, ma solo si produce uno stratificarsi di elementi incapace di liberarsi da uno spiacevole senso di pesantezza. Sarà anche vero che il racconto in questione può immaginarsi strutturato per fungere da anello di collegamento tra la sua collocazione attuale (Agenzia Alfa) e quella successiva (Universo Alfa), per cui nel passaggio di testimone bisogna preoccuparsi di tenere ben saldi tutti i fili lasciati appesi. Il problema però è che i fili lasciati appesi sono veramente "tutti", nel senso che nessuna sottotrama è stata conclusa, oltre al fatto che, a causa dei normali tempi di lavorazione, ci si troverà a parlare nuovamente di questi personaggi non prima di altri due o tre anni, e già tremano i polsi all’idea di un nuovo "episodio intermedio" all’interno di un mega-quadro di proporzioni bibliche, in cui nuove sottotrame prenderanno il via andando a far compagnia all’allegra brigata che già popola le pagine di questo malloppone (e molto tra parentesi, e molto sottovoce, si può anche dubitare che un mega-quadro esista realmente. Come dicono da sempre i creatori delle più famose serie televisive: "è più facile porre nuove domande che fornire delle risposte").

Di nuovo, perciò: dov’è la storia?
Perché Liam, Scout e Joanna sono rimasti con gli stessi dubbi e problemi di prima? Perché Link, a dispetto di mille parole, non è stato mai veramente in grado di spiegare perché abbia voluto dare origine ad una sua controparte oscura? E perché quest’ultima doveva apparire come il gobbo di Notre-Dame? Perché la tanto agognata verità viene diffusa "all’urbi e all’orbo" (citando Camilleri), ma non alla platea dei lettori? Perché la telepate Kay perde completamente quel minimo di spessore che aveva mostrato nel precedente episodio? Perché le telepati rinnegate alla fine sembra siano più di quelle "ufficiali"? Perché compare un nuovo villain? Non dovrebbe essere Selena. Non è Gabriel, nè Neos (?). Ma allora chi è?

Una storia forse può anche nascere e prendere forma attorno a dei quesiti da risolvere, ma non può perpetrarli ad libitum. Forse, in tutto questo, di libertà c’è solo una parola nel titolo. Un racconto del genere non è libero da se stesso, e si trascina pericolosamente lungo il crinale della sospensione dell’incredulità. Quanto a lungo potrà tendere la mano verso un nuovo appiglio, nella speranza che questo non si manifesti nella sua labilità?

I disegni non aiutano. Non è mai semplice esprimere un giudizio su un lavoro che, in quanto di fattura artigianale, ha dopotutto in sé un valore aggiunto che lo rende unico e caro. Il sentimentalismo però non sempre ci può appannare la vista e farci vedere tavole degne di ricordo. L’apporto di Jacomelli, che tanto aveva valorizzato il precedente Agenzia Alfa, si ferma in realtà alla prima trentina di tavole (e tra l’altro limitato alle sole matite). Dall’altra parte, lo sforzo fatto da Martino per mantenere una cifra visiva coerente purtroppo non riesce, anzi sembra arrendersi ben presto alla sfida delle 320 tavole, scivolando lentamente verso un tratto stilizzato, annacquato, che se da un lato non osa scalfire la gabbia bonelliana, dall’altro addirittura si impelaga con un uso del tutto fuori luogo della retinatura, la quale appesantisce di molto la narrazione, contribuendo non poco ad aumentare il già endemico senso di approssimazione che accompagna per intero l’albo.

La libertà

Un’ultima considerazione: sarà di certo un fenomeno legato al più generale momento di crisi economica che ci investe ormai quotidianamente, ma è evidente come nella scuderia Bonelli le fila si siano assottigliate, anche in relazione al fiorire delle miniserie, che hanno tolto temporaneamente dalla circolazione un certo numero di autori (senza fare giudizi sulla loro bravura rispetto agli altri), e caricando così gli "autori rimasti" di un ulteriore sforzo di "versatilità" nel cercare di muoversi su più fronti (basti vedere esempi come quello di Boselli, sospeso tra Dampyr e la sua futura ufficializzazione su Tex, o Ruju, che tra poco comparirà anche su Martin Mystère, dopo le sue incursioni su Nathan Never e la sua miniserie Demian). L’allontanamento dei tre sardi dalle pagine di Nathan Never (solo Vigna sembra per adesso non impegnato su altri fronti, sebbene il suo contributo fattivo sia comunque diminuito) ha lasciato a Vietti la responsabilità - più volte richiamata - di prendere nella pratica il timone della testata. La politica più semplice sembra quindi essere stata, piuttosto che lo sforzo di compendiare le tre componenti iniziali, quella di creare una visione nuova, già in passato definita quella del "Nathan videogame".

Fintantoché un’alternanza con altri autori (sempre senza voler preferire alcuni nomi rispetto ad altri) rimane individuata garantendo un minimo di plasticità alla vita editoriale della testata, questo passaggio ad una "seconda stagione" del personaggio lo si può contemplare ed analizzare vedendolo come già in atto da qualche anno (volendo allungare al massimo i tempi, forse dalla fine della Saga Alfa): si sa, le transazioni sono suscettibili a perdurare nel tempo. Nel caso in cui, come più volte appare, l’equilibrio sia solo di facciata, la consapevolezza che "c’è una crepa in ogni cosa" inizia a farsi strada anche nei lettori "non smaliziati", ossia quelli che arrivano all’appuntamento mensile con un entusiasmo che si sforzano di mantenere nonostante tutto intatto e genuino (che tra l’altro è anche l’anagramma di ingenuo..).

Un equilibrio solo di facciata?

Ma fino a quando questo entusiasmo potrà costituire la giustificazione di storie come questa?



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