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"Ardenne 1945"


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Soldato Jerry
recensione di Paolo Ottolina



TESTI
Sog. e Sce. Michele Masiero    

Partiamo da un evidenza: le guerre offrono una formidabile sponda al narratore. Non c'è bisogno di sforzarsi troppo per tirar fuori sangue, paura, coraggio, ardore, violenza, follia, passione: è già tutto lì. La guerra ha figliato un suo genere letterario, l'epica, che da 3000 anni affascina i lettori (e ancor prima gli ascoltatori) di tutto il mondo. D'altronde l'epica annovera tanti e tali racconti, romanzi, poemi, chansons, film, fumetti che il cimento con queste tematiche può far tremare il narratore più scafato. Si può ancora sorprendere, stupire, ingannare il lettore con una storia di guerra? Forse no, ma lo si può sicuramente affascinare. Ecco, è in questa chiave che si può inquadrare l'ennesima storia retrospettiva di Jerry, inserita nel fortunato filone (per la serie) dedicato a svelarci i tormentati anni del pre-Manaus. Filone che, con una scelta oculata, si è deciso negli ultimi anni di circoscrivere ai soli episodi extra-serie.

"Si può ancora sorprendere il lettore con una storia di guerra? Forse no, ma lo si può sicuramente affascinare"
   

Abbandonando il flashback diretto, scelto come formula più immediata per le più recenti storie retrospettive come lo Speciale 9 o gli albetti di Esse-Esse, Masiero si riallaccia idealmente alla tradizione nolittiana. Da sottolineare, in questa prospettiva, le notevoli analogie con "Attacco Suicida" (131/133): qui come allora abbiamo una narratore (Jerry), un ascoltatore donna (Patricia Rowlands là, Meg qui), una stanza d'ospedale come luogo del racconto. Iniziato l'episodio, non si può dire che la trama ci sorprenda con inimaginnabili colpi di scena: c'è il tema dell'amicizia virile (dopo un'iniziale contrasto, un elemento molto sfruttato su questa serie), del sacrificio, dell'ottusità militare (altro classico per le storie di guerra), di un contrastato rapporto filiale. Una dettagliata e credibile ricostruzione storica (chi vuole approfondire questo e altri argomenti vada alla scheda della storia) sostiene bene le varie fasi, con l'unica eccezione del finale: lasciare due soldati soli in un distaccamento isolato mi sembra una soluzione un po' forzata, al solo fine di arrivare al tragico epilogo.



DISEGNI
Roberto Diso    

(17k)
Il Colonnello Owen se ne va. Disegno di Diso
(c) 1997 SBE
   
 
Se il Diso anni '80, pulito nella sua superba rielaborazione della linea chiara, non è più dei nostri, poco male. Quest'altro Diso, più sporco e "graffiato", continua comunque a riproporci le sue figure dinoccolate e certe impareggiabili espressioni.

Magnifico per impatto emotivo ed efficacia il vignettone quadrato di pag.123, quello dell'addio del Col.Owen (v. qui a lato).



GLOBALE
 

Una buona storia che non tradisce le aspettive, ma che non sa neppure sorprendere. Rispetto a certi discutibili episodi visti recentemente sulla serie regolare è in ogni caso un passo avanti.


 

 


 
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