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Julia
Scheda Berardi

  
Ormai da un po' non appaiono recensioni di Julia nella home di uBC: cerchiamo di capire cosa è accaduto in questo ultimo periodo di vita editoriale.

Un anno con Julia
articolo di Martina Galea

Riannodando i fili
Ad un anno esatto dall'ultima recensione di Julia, col n.71, "Morirò a mezzanotte", riteniamo opportuno dedicare un approfondimento alla fortunata serie di Giancarlo Berardi e alla sua criminologa così umana e, al contempo, così perfetta. Un consuntivo che si propone lo scopo di capire in che direzione si sta dirigendo la testata, con quali difetti, quali pregi e con quali prospettive future, nella speranza di compensare, almeno in parte, questo anno di silenzio recensorio da parte di uBC.

Julia è senza dubbio un prodotto atipico nel panorama Bonelli, sebbene possa apparire come la testata più bonelliana tra tutte. Queste sue contraddizioni interne, che andremo ora ad esaminare, la rendono un esempio peculiare, ed è forse in queste sue peculiarità che si cela il suo costante e silenzioso successo.

Classica o innovativa?

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La cover del n.1 (disegno di Soldi)
1998 (c) SBE
   
 
Giancarlo Berardi crea Julia nel lontano 1998, e immediatamente la testata si propone come qualcosa di nuovo: protagonista è una donna, la terza (dopo Bella&Bronco e Legs Weaver e prima di Gea) a meritare l'onore di una serie in casa Bonelli. Una donna che si propone come "un'indagatrice dell'animo" e non una poliziotta qualsiasi. Una figura, quindi, incentrata sull'intuizione e l'introspezione, fragile e determinata al contempo, all'interno di una narrazione nella quale l'obiettivo principale dell'autore è di privilegiare i personaggi, e solo secondariamente, imbastire una storia.

Attenzione, questo non necessariamente implica la completa banalità dei soggetti, quanto piuttosto un utilizzo delle dinamiche della storia come pretesto per approfondire la conoscenza coi personaggi, specie i comprimari, sempre delineati con cura e perfezione.

Già questo approccio alla realizzazione del singolo albo rende Julia un prodotto parzialmente differente da altri, più tesi alla costruzione di storie eccessivamente d'azione, a discapito di un possibile approfondimento psicologico. Berardi ha scelto in primo luogo un cast di personaggi, ha dato loro visi e tic tratti dal mondo del cinema, ha progettato una cittadina che nulla ha da invidiare alla Cabot Cove della signora Fletcher e solamente quando ha avuto l'intero panorama perfettamente delineato e sotto controllo ha dedicato la stessa attenzione maniacale all'elaborazione dei soggetti e dei comprimari di ogni singolo albo. Come lui stesso ammette

Julia è l'unico progetto a cui sto lavorando e non potrebbe essere altrimenti, perché mi impegna una media di dodici ore al giorno per cinque giorni alla settimana. Un ritmo pesantissimo che spero di poter allentare con il passare del tempo e il consolidamento della serie.
Un mondo reale, quindi, minuziosamente costruito e curato, nel quale si muovono figure perfettamente credibili e in linea con la società contemporanea: coppie in crisi, folli monomaniaci, disperati, così come famiglie felici o in cerca di felicità. Vita vera, in due parole, ben lontana dai classici mondi d'azione e avventura delle altre testate Bonelli.

"..Julia sfonda la classicità bonelliana e si propone come prodotto alternativo, ma immediatamente dopo si rinchiude in una nuova staticità.."
   
Accanto a questa precisione organizzativa, Julia presenta altre caratteristiche uniche: in primo luogo, 126 pagine in luogo delle canoniche 96. Se in tempi relativamente recenti, con il semestrale Gea (sempre 126 pagine), e ora, con la bimestralità di Martin Mystere e la prossima di Magico Vento (entrambi a 164 pagine), la lunghezza delle storie Bonelli appare più flessibile, agli esordi di Julia si trattava di un evento peculiare, concesso a Berardi proprio alla luce della sua necessità di poter approfondire liberamente i risvolti psicologici delle sue creature.

Realismo, introspezione, soggetti diluiti per consentire di cogliere ogni minima sfumatura: caratteristiche forse più adatte ad un manga di Mitsuru Adachi che non ad una testata Bonelli. Il tutto, infine, gestito dalle perfette sceneggiature di Berardi, nella quale la rigida scansione delle tavole permette una costruzione cinematografica dell'azione, con montaggi alternati, stacchi per analogia o contrasto, cambi inaspettati di soggettive, controcampi e via dicendo. La griglia bonelliana, pur impreziosita da scelte registiche ottime, rimane quindi rigidamente bloccata, e i casi di splash page o di abbandono della canonica suddivisione della tavola si possono contare col contagocce: decisamente una scelta di classicismo, pur col suo stile interno.

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Due atipiche tavole tratte da "Rosso Natale" (n.51) e "Nel cuore della tempesta" (n.74)
disegni rispettivamente, di Giorgio Trevisan e Claudio Piccoli
(c) SBE

Questi in sostanza gli aspetti che rendono Julia una testata peculiare:

  • una gestione interamente in mano al creatore Berardi, dalla grafica alla costruzione delle tavole, oltre che a soggetto e sceneggiatura;
  • un numero di pagine maggiore rispetto ad altri albi Bonelli, pur con la consueta mensilità, cosa che genera un prodotto più approfondito e, forse, ragionato;
  • una predilezione verso la psicologia dei personaggi piuttosto che verso l'azione, con uno spiccato interesse verso i rapporti interpersonali, il tutto senza inficiare la bontà e la fluidità del racconto;
  • una sceneggiatura perfettamente oliata, un vero e proprio manuale di tecnica, fuso con soggetti dal sapore reale e attuale.

    Tutto questo è Julia, ma Julia è anche altro.

    Eppure qualcosa stona...
    Se le caratteristiche presentate fino ad ora possono essere considerate i maggiori pregi della testata, non vanno dimenticati i difetti, nati probabilmente come tratti caratteristici e solo successivamente divenuti elementi negativi. I personaggi, così accuratamente delineati e approfonditi, rasentano spesso la caricatura: mentre la bonaria Emily è nata già con le fattezze della spalla comica, senza eccessive velleità di realismo, Webb, Leo, la nonna e Irving potevano essere degli ottimi spunti di approfondimento, data la cura con cui abbiamo visto essere gestiti.

    Purtroppo, il limite maggiore della testata emerge proprio qui, nella sua atemporalità, nell'assoluta mancanza di una dimensione di sviluppo emotivo di albo in albo. Webb rimane uno scapolo che stira in calzini, Irving un buontempone col compito di fare da paciere, Emily la solita affettuosa caciarona e Leo il consueto dongiovanni cortese. Nessuna evoluzione, nessuna modifica dello status quo: ogni albo è identico a se stesso, pur con tutte le varianti del caso. L'unica concessione alla regola, nel n.64, "La notte dei diamanti", con il primo (e unico, finora) bacio tra Julia e Webb, e il tenente pronto a dichiararsi, è crollata con un banale clichè: un amnesia riparatrice, un trucco, forse scorretto, che non tutti i lettori, affamati di sentimento, hanno apprezzato.


    Il bacio dimenticato (disegno di Federico Antinori)
    2004 (c) SBE

    Da sottolineare, tuttavia, come Berardi da qualche mese stia cercando di rendere più dinamica la scena del crimine: nel giro di questo ultimo anno di vita editoriale, Julia è volata in Francia, è finita in un paesino dimenticato tra le montagne, ha incontrato un vecchio amore a Milwaukee, è persino tornata giovane, nella splendida storia presente nel primo Almanacco del giallo dedicato alla nostra criminologa (in sostituzione dello storico Nick Raider). Le stesse scenette, divertenti all'inizio, ora trite, di litigi tra Julia e Webb, o scenate tra Webb e Leo, sono in netta diminuzione, a fronte di un maggior interesse verso Julia, donna single in cerca di stabilità emotiva.

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    La cover dell'almanacco 2005

    Quel che, quindi, costituisce il maggior pregio della serie e la sua carica di innovazione, ovvero il realismo, la cura dei personaggi e l'introspezione, rischia di trasformarsi nel suo peggior difetto, rendendo i protagonisti delle macchiette banali accanto a dei solidi comprimari. La mancanza di una memoria storica della serie, tranne che per rarissimi casi (Myrna Harrod, comparsa nella trilogia iniziale, n.1-n.2-n.3 e poi nel n.39, oppure il ladro gentiluomo Tim O’Leary, apparso nel n.24 e poi nel n.64), inoltre, rende ogni albo simile al successivo, senza alcuna evoluzione psicologica dei personaggi, nati ricchi di sfumature ma immobili nelle loro caratteristiche.

    Una delle altre armi a doppio taglio della testata è costituita dai disegni: in quest'ultimo anno si sono alternati abili disegnatori come Claudio Piccoli, Roberto Zaghi, Enio, Steve Boraley, Ivan Calcaterra e Ernestino Michelazzo, solo per citarne alcuni, senza però che si possano notare acme di bravura, se non per l'ottimo Garcia Seijas. Non che questi disegnatori non siano seri professionisti, bravi e capaci. Semplicemente, il ferreo controllo di Berardi su disegni e costruzione della tavola la maggior parte delle volte impedisce l'emergere dei punti di forza di ciascun disegnatore, e crea un'uniformità di buon livello, altro elemento che contribuisce alla sensazione di leggere ogni mese un nuovo, stesso albo.


    Le sorelle Kendall (disegno di Seijas)
    2005 (c) SBE

    Dopo un anno, cosa resta?
    Terminata, quindi, la lettura dell'ultimo Julia, il n.82, "Le tante vite di Delmer Barrows", la sensazione è piuttosto chiara: questo, come gli undici che lo hanno preceduto, è un albo perfetto nei tempi e nel ritmo, nella costruzione della storia, nella gestione dei personaggi, nel buon livello dei disegni. Tuttavia, è anche perfettamente identico a tutti gli altri, con gli stessi, bilanciatissimi dialoghi, la stessa magistrale sceneggiatura, gli stessi tic e le stesse manie così realistiche. Un albo appassionante e noioso nello stesso tempo. Contraddittorio, immobile e innovativo, per l'appunto.

    A suo modo, Julia sfonda la classicità bonelliana e si propone come prodotto alternativo, ma immediatamente dopo si rinchiude in una nuova staticità dalla quale Berardi pare non voglia uscire. Staticità perfetta, semplicemente magistrale in ogni dettaglio, ma pur sempre staticità. La bandiera bianca della bravura di Berardi davanti alla serialità.

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    Una giovane Julia
    di Laura Zuccheri

    All'interno di un prodotto seriale, la costante ripetizione degli stessi punti di forza è un bene o un male? La risposta è difficile, specie se si considera che la testata più venduta di casa Bonelli è anche la più granitica, ovvero l'inossidabile Tex. Anche Julia si classifica certamente come un prodotto di successo, tale da meritare persino (come già detto) un almanacco. In più, Julia brilla grazie alla innegabile bravura del suo autore, sebbene gli standard altissimi a cui ha abituato i lettori rendano, paradossalmente, difficile apprezzare in pieno ogni albo, e conducano, alla lunga, alla noia.

    Ed è soprattutto per questo che nell'ultimo anno uBC non ha ospitato recensioni dei numeri di Julia, per la manifesta inutilità di proporre sempre la medesima opinione ad ogni recensione: davanti ad un giallo ben costruito, a dei personaggi sempre vivi, ad una sceneggiatura brillante, a dei disegni pregevoli, cosa resta da dire di mese in mese? Nulla, se non fare i complimenti agli autori, pur sempre con la sfuggente sensazione di essere bloccati in un limbo senza tempo.

    Quale che sia il destino di Julia (evolvere sentimentalmente? Emigrare in Europa? Restare a Garden City?), auguriamo alla testata una vita editoriale lunghissima, perchè, e questo è comunque fuori da ogni dubbio, si tratta di un prodotto di altissimo livello, la cui presenza non può che aiutare il panorama fumettistico italiano a migliorare.
     

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