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Intervista a Gigi Simeoni:
il progetto A.S.S.E.

di Pierfilippo Dionisio

Spesso tra appassionati compaiono lunghe diatribe sulla differenza tra fumetto popolare e fumetto d'autore. Con meno frequenza invece si dibatte sul posto che viene riservato al fumetto tra le arti figurative.

Recentemente, alcuni "fortunati" hanno avuto modo di ricevere delle anteprime di un tuo progetto che porta il nome di "A.S.S.E.". Cosa siginifica l'acronimo? Oltre all'acronimo, la parola "asse" ha un significato in questo progetto?

Qualche amico ha acquistato i primi barattoli prodotti. Insieme, ha anche avuto tutte le spiegazioni del caso, che sono doverose: A.S.S.E. significa Arte Sequenziale Seriale Esausta.
"Arte sequenziale" è la definizione che Scott McLoud ha dato al fumetto e che io condivido appieno, anche se resta comunque un termine "aperto" ad altre forme d'arte come per esempio il cinema. "Seriale" è la natura editoriale di questo tipo di fumetto. La serialità in senso generale prevede tecniche che si affinano, si consolidano e si ripetono incessantemente in nome della riduzione del costo di produzione ( nel caso del fumetto popolare, possiamo fare l'esempio della stampa in bianco e nero e l'uso del retino per dare la sensazione dei mezzi toni ). Ma la serialità è un meccanismo che riguarda qualsiasi cosa oggi si compri in un negozio.

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Fumetto Fresco (1)
(c) Sime

Riguarda spesso anche l'arte e, sottolineandola, l'autore guadagna in credibilità. La Pop Art è nata su questi presupposti. Nel mio caso, produco tavole che sono insieme prodotti unici e -possibilmente- irripetibili ma pubblicati secondo schemi standardizzati (il formato, il linguaggio usato, il solo colore nero, la data di uscita in edicola). Le stesse tavole possono subire piccole o grandi modifiche man mano che ci si avicina alla data di pubblicazione, e non sempre sono interventi apportati direttamente da me (e questo succede a tutti o quasi gli autori del fumetto seriale), sempre per il meccanismo di una sorta di "catena di montaggio" pensata per ridurre i tempi, i problemi e i costi produttivi.
"Esausta" perchè le tavole hanno percorso tutto il circuito produttivo, sono state pubblicate, l'episodio è stato "scalzato" dall'edicola da quello successivo e gli originali sono stati restituiti all'autore "svuotati" del loro compito primario.

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Fumetto Fresco (2)
(c) Sime

Ma l'asse è anche il centro esatto di qualsiasi cosa che ruoti. E' il centro del movimento. E' la sede del baricentro, oppure ciò che permette a due ruote di sostenere un carico e procedere insieme in modo costruttivo. Infine, l'"asse" o "asso" è quella carta che tiri fuori per soprendere l'avversario.

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Manifesto Fumetto Fresco (Fresh Comix)
(c) Sime

Metti a confronto due termini antitetici come l'unicità e la serialità standardizzata in un linguaggio come quello del fumetto: non ti sembra che sia un dualismo contrastante e difficile da armonizzare?

Assolutamente no. La serialità non esisterebbe senza la necessaria esistenza di un oggetto oroginale unico che viene standardizzato per motivi commerciali.
Di conseguenza l'armonia che ne deriva è assoluta e "conditio sine qua non", una sorta di raccordo concettuale naturale.

Ma se tu cerchi di non esaurire l'arte seriale sequenziale e di impegnarla in un nuovo scopo, non rischi di esaurire il tuo stesso progetto, una volta che l'hai iniziato?

E come? Finchè produco materiale per la pubblicazione seriale, sono a posto. Ho sempre bistecche sul fuoco. Semmai non devo lasciarle bruciare...

E' per questo che crei successive fasi ognuna diversa dall'altra?

Faccio cose diverse perchè penso cose diverse e vivo giorni diversi. Quello che faccio deve rappresentarmi e, se anche parlo di serialità, IO non sono seriale.

In ogni caso, l'opera d'arte che vien fuori non è più fumetto, giusto?

Lo è ancora più di prima. E' fumetto senza i limiti imposti dalla sua condizione originaria di fumetto seriale. Diciamo che i miei fumetti A.S.S.E. stanno ai fumetti tradizionali come un matto sta al resto del villaggio. Alcuni lo vedranno sempre e solo come un pazzo, altri lo vedranno come un uomo libero e liberato dai meccanismi forzosi della quotidianità.

E' possibile che ciò non aiuti il fumetto in quanto il prodotto seriale non è mai artistico per la critica? E se il "fumettaro" si allontana dal fumetto non contribuisce questo a rafforzare l'idea per cui l'arte è una cosa diversa dal fumetto?

Eh no! Alt...alt...
Il prodotto seriale, dopo Warhol per dirne uno coi controcazzi, è Arte. Warhol addirittura esalta la serialità dei suoi soggetti filtrandoli attraverso la sua arte e riproponendoli nuovamente come prodotti seriali tramite la tiratura in varie copie, ognuna con una nota di differenza. Per Warhol, addirittura, il prodotto artistico definitivo scaturito dal suo iter NON E' la tela, bensì il catalogo stampato in tot copie sul quale appare la riproduzione della sua tela.

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Warhol - 100 Campbells Dosen
Il fumetto seriale è considerato arte, ma un'arte sempre troppo vacuamente contemporanea e lontana da certi schemi di sofferenza esistenziale che tanto piacciono ai critici di sempre (tolti quelli un po' più spericolati). In realtà, è solo un effetto del montaggio finale per la destinazione del prodotto al pubblico più vasto. Un bravo fumettista è soprattutto un bravo narratore. Quindi, sa individuare nella struttura seriale nuovi montaggi per raccontare cose nuove e diverse. C'è ancora una magìa vera che nessuno potrà mai cancellare, ed è la capacità di un fumetto ben realizzato di evocare nella mente di chi legge quello che "non si vede e non si legge". Lo spazio tra una vignetta e l'altra. E' un meccanismo mentale chiamato "closure". Ecco, la "closure" è un meccanismo mentale innato che cerca sempre di scoprire e decodificare la logica narrativa nel montaggio sequenziale delle vignette. E' lo stesso meccanismo che ci fa vedere una faccia in un cerchio contenente tre punti equidistanti o nella calandra di un'auto. Infine, io (come fumettista per il fumetto seriale) mi avvicino ancora di più al mio lavoro rispettandone se possibile ancora di più le leggi editoriali perchè da questo scaturisce la purezza del mio intento artistico. Di recente, proprio per fare mie le tecniche originali del fumetto seriale, ho abbandonato del tutto o quasi l'utilizzo dei retini e dei pennarelli, imparando faticosamente (sono mancino) ad usare solo il pennino ed il pennello. Beh, un originale osservato da vicino rivela quanto sia importante questa tecnica per la vitalità del segno che mostra. Ora realizzo l'intera tavola con pennino e pennello, a parte le campiture più grandi che faccio ancora a pennarello. Sono molto soddisfatto di come lavoro, perchè capisco che sto seguendo la mia indole artistica in modo libero e senza sconvolgere l'ordine delle cose nei rapporti tra me e il mio editore. Ricordo che quando sono approdato alla Bonelli, la prima cosa che Antonio Serra mi disse fu qualcosa del tipo "niente esperimenti artistici sulle tavole, perchè qui gli artisti hanno la vita breve". E aveva ragione da vendere: la SBE fa fumetti da oltre cinquant'anni in un certo modo vincente. Io, dal canto mio, ho sempre pensato che se un editore si affida alla mia professionalità per un prodotto che tradizionalmente segue certi schemi produttivi, non devo fare cazzate fuori ordinanza. Anzi, al contrario: per dare maggior valore e significato alla mia scelta artistica, il mio prodotto "seriale" deve essere il più possibile chiaro, tranquillizzante e manieristico ( salvo inevitabili peculiarità del mio segno, che lo rendono riconoscibile ). Ecco, la risposta era lì, ma era solo da leggere tra le righe con un gioco mentale di "closure": dal mio lavoro di fumettista sarebbe scaturita la mia arte, NON sulle tavole ma DOPO le tavole, traendo nutrimento e significato proprio dalla loro natura seriale.

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Fumetto Fresco (3)
(c) Sime

Quindi un progetto senza una fine. Ma qual è il fine, se ce ne è uno, di questo progetto?

Sapere che chi non deve capire non capirà, e chi deve capire amerà quello che faccio. Ho notato un rapporto diverso con le persone, da quando faccio queste cose. Ed è il mio modo di mandare a fare in culo chi tratta le tavole originali (gente del settore, autori compresi, e mercanti da fiera) come se fossero cose morte, da ammucchiare sui banchetti o in terra in quel modo indegno che tutti conosciamo, da svendere un tanto al chilo. Di recente ho conosciuto Sergio Perosa (www.perosaarte.it), una persona eccezionale. Collezionista attento, amante del bello e dell'eleganza. Compra e vende le tavole originali con la delicatezza sapiente di un maitre che presenta e serve un vino d'annata. Quello sì che è rispetto, ha fatto perfino stampare cartellette rigide con il marchio della sua galleria per confezionare le tavole vendute. Eh, la classe non è acqua...

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Fumetto Fresco (4)
(c) Sime
  
Ma tornando ai perchè di tanto sbattimento del sottoscritto, lo scopo è cercare, trovare, proporre gli "avanzi" del prodotto di comunicazione di massa decontestualizzandone ogni più piccola parte e cercare di dire ancora qualcosa di nuovo. In fin dei conti, oggi tutto è così: dal cinema alla televisione, dalla letteratura al teatro, dalla politica alla scuola. Tutti tagliano, rimontano, decontestualizzano, tornano sui loro passi e si ripropongono con vesti nuove ma intenti vecchi. Nessuno (o quasi) crea più nulla di veramente nuovo. Anche io, non ho fatto fare dei barattoli nuovi e diversi. E nemmeno ho creato nuove tavole per l'occasione, come farebbe un pittore astratto con le sue tele. Ho preso, tagliato, ricomposto. Cambiato. Panta rei. E' il ciclo vitale.

Ma non ti pare che quello che fai, sebbene manipolando elementi già in essere, sia diverso da quello che si può definire come la crisi postmoderna dei giorni nostri, quando per era postmoderna si identifica un sistema, per lo più applicato alle arti, che ha continui referenti con il passato, producendo p.e. remake, parodie, seguiti e continuamente riferendosi al passato, anche quello più vicino?

Sì, infatti è diverso. Io non ripropongo le stesse cose in salsa diversa.
Non è inutile amarcord.
Ho fatto una cosa che nessuno (penso) aveva mai fatto prima, perchè ho dimostrato che lo sdegno reverenziale che si prova davanti ad un originale solo quando l'autore lo disseziona col taglierino è un atteggiamento falso. E' un timore "della domenica", che viene riposto quando si tratta sul prezzo dello stesso originale per uno sconto di dieci euro. E di gente così ce n'è davvero tanta.

La parola "esausta", che compone l'acronimo A.S.S.E. alla lettera E, è quella su cui si focalizza maggiormente l'attenzione di chi si imbatte nella tua opera: che peso ha questa parola per te? Cosa gli vuoi conferire e cosa significa?

Esausto. Spiegato. Dipanato, esteso e lasciato asciugare.
Lo scopo primario raggiunto, la prima fase esistenziale completata fino in fondo. Ma ora c'è una nuova fase, dove la tavola non ha bisogno delle altre tavole per raccontarmi qualcosa e dove anche la singola vignetta o addirittura un frammento di essa può essere completamente isolato dal contesto originario ma continuare a raccontare qualcosa di importante.

Il progetto è composto di varie fasi. Hai già programmato quante e con che cadenza intervallarle?

No, no. Man mano che procedo trovo le soluzioni.

La prima fase è stata "Fumetto Fresco" (Fresh Comix) e consiste in tavole originali -pubblicate in precedenza- sigillate in barattoli trasparenti di tipo industriale. Cosa signifca? Lo sai che questa fase potrebbe essere paragonata a "Merda d'artista" di Piero Manzoni?

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Piero Manzoni - Merda d'artista (1961)

Sì, non sei il primo che me lo fa notare. E la cosa non mi dispiace, anzi. Per Manzoni era una scommessa, un atto dirompente che dimostrava (a ragione) quanto fosse facile strapazzare la critica dell'arte per fare faville ed assurgere ai massimi livelli con un qualsiasi gesto, anche il peggiore (come appunto inscatolare la propria merda) e chiamarlo semplicemente "d'artista". Spiega che l'artista è una sorta di re Mida, che se fortemente convinto e veicolato può trasformare tutto in oro al solo tocco, anche la merda. Lui fece anche l' "Aria d'artista", gonfiando dei palloncini. Fece anche delle uova sode e le rese memorabili lasciandovi semplicemente sopra una sua impronta digitale. E inventò così l'happening, facendo mangiare le uova a dei convitati.

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Piero Manzoni - Uova d'artista (1960)
I miei barattoli, invece, puoi vederli come una sorta di "private funeral" che io stesso eseguo alle mie tavole, oggetti che mi sono costati impegno, fatica e energie artistiche. Più che vicino a Manzoni, direi che sono in contro-iter rispetto a Andy Warhol: lui, in una sorta di strozzatura da clessidra, faceva passare la serialità del quotidiano attraverso l'esperienza dell'assurgere ad opera d'arte che, a sua volta serializzata e stampata sui cataloghi, riconduceva l'oggetto alla sua destinazione primaria della diffusione. Io prendo qualcosa che ha raggiunto già il suo stadio finale della, chiamiamola così, prima tappa esistenziale. Poi diventa qualcos'altro.

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Warhol - Cavellini (1974, ritratto eseguito da Warhol dopo l'incontro tra i due;
Cavellini è ricordato, tra le tante cose, come l'inventore dell'autostoricizzazione)

La seconda fase è "U.F.O. Tales" e stavolta hai abbandonato i barattoli per ritagliare vignette e confezionarle in astucci per la custodia di compact disc. Cosa vuoi sottolineare? perchè hai scelto questo tipo di confezione? C'è un qualche legame con il suporto digitale o semplicemente la custodia si confaceva a tuoi progetti?

Sono U.F.O., dischi volanti. I dischi vanno nelle custodie per i dischi.

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Manifesto U.F.O. Tales
(c) Sime

L'aver modificato direttamente la tavola a disegni che avevi prodotti, ritagliandone vignette, non ti ha creato problemi? Perchè l'hai fatto? Vuoi lasciare l'opportunità di dare una nuova e sempre diversa vita a queste vignette?

Mi ha creato inevitabili problemi, ma solo tecnici. Lì non ho tagliato via, come non taglia via il chirurgo che mi opera di appendicite. Ho operato per salvare.

Hai pensato cosa potrebbero pensare gli appassionati di fumetti ed in particolare i collezionisti di tavole originali?

Certo. Alcuni non capiranno, altri si scandalizzeranno. Altri diranno che tanto come fumettista non valgo un cazzo e quindi faccio bene a distruggere il mio lavoro. Qualcuno dirà che ho trovato il modo di vendere le mie tavole a prezzi troppo alti col pretesto dell'arte. Altri ancora diranno: toh!Qualcosa di nuovo e diverso...
Quello che pensano i collezionisti di tavole è relativo, perchè comunque, se vogliono, possono sempre comprare le tavole tradizionali dal sottoscritto o da Perosa Arte.

Secondo te, il linguaggio del fumetto che emerge dalle tavole e dalle vignette sarà compreso da chi si interessa di arte contemporanea e la definisce tale o troverà difficoltà e si troverà di fronte ad un ibrido?

Sarà compreso dalle persone che vedono oltre. Se tra queste trovo anche un bravo gallerista, ben venga.

Cosa significherà possedere un tuo barattolo o qualche astuccio di CD con le tue opere?

Fare un gesto "oltre". Regalarsi qualcosa che non scade, non stanca, non delude, si mostra volentieri agli amici e (cosa non ultima) si rivaluta col tempo. Significa avvicinarsi all'arte, ma dalla porta di servizio.

Cosa dobbiamo aspettarci in futuro? Qualsiasi confezione potrà interagire con la tua produzione? Ma il progetto A.S.S.E. consisterà solo in particolari tipi di confezione o andrà ben oltre?

Andrà oltre, ma non nel senso di lasciar perdere le confezioni seriali. Diciamo che spazierò in ogni direzione.

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Le installazioni-tipo degli U.F.O., nella formula "da appartamento"
(c) Sime

Come promuoverai la tua opera?

Al momento sto cercando di fare tam tam, grazie anche all'interessamento di amici (come voi) e conoscenti. In seguito, intendo presentare il progetto già avviato a qualche grosso gallerista per farmi veicolare meglio.

Fumetto e Arte. Fumetto è Arte. Prima hai parlato di Andy Warhol e della Pop Art. Hai mai pensato di confrontare queste tue nuove composizioni con alcune tele di Roy Lichtenstein?

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Roy Lichtenstein - O.K., sei in gamba (1963)
   Lichtenstein e il fumetto

Una caratteristica del fumetto è quella di esprimere una passione e un'emozione violenta in uno stile completamente meccanico e distaccato. Esprimerla con uno stile pittorico vorrebbe dire diluirla. La tecnica di cui mi servo non è commerciale, lo è solo apparentemente e il modo di vedere e comporre e unificare è diverso e ha un altro fine.

(R. LICHTENSTEIN, 1963; da V. ACCAME)

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Roy Lichtenstein - Cry Girl

Meno che con Warhol, perchè Lichtenstein lavora in superficie, ferma l'attimo scaturito invece da un'immaginazione in movimento. Inoltre, i suoi quadri utilizzano il linguaggio visivo del fumetto ma ne scavalcano la realtà tecnologica originale ( per esempio il retino come espediente meccanico per ottenere i mezzi toni, replicato manualmente ). Lichtenstein è attratto dal modo freddo e superficiale della tecnica fumettistica, utilizzata per dare invece un messaggio forte e violento. Usa la forma per rinforzare il valore del contenuto, con un effetto di contrasto. Forse in questo posso considerarmi abbastanza vicino a lui.
Roy Lichtenstein, secondo me, chiude il cerchio del "divisionismo" iniziato da Emile Seurat nell'ottocento: il francese proponeva ciò che la stampa e in seguito la fotografia a colori resero necessario per ottimizzare i costi di produzione: l'effetto di mezzi toni dato dall'accostamento controllato di punti di colore base. Lichtenstein sottolinea proprio l'aspetto più evidente delle colorazioni tipiche dei fumetti a basso costo, replicando pittoricamente il retino meccanico del processo di stampa e talvolta replicando addirittura il cosiddetto "fuori registro" ( quando per un errore di allineamento delle pellicolle, la colorazione sborda dai contorni ).

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Emile Seurat - Una domenica pomeriggio all'Isola della Grande Jatte (1884-1886)
Io, invece, non replico niente e opero al contrario utilizzando vere matrici originali che hanno GIA' subito la serializzazione in modo ufficiale e assoluto (centinaia di migliaia di copie) e le trasformo in "nuove" matrici originali, che saranno serializzate con la pubblicazione (spero!) su cataloghi d'arte.


Grazie a Sime per l'occasione di aver presentato la sua opera in evoluzione.
 

 


 
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