Gea, la ragazza che non salvò il mondo


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Recensione

Scheda IT-GE-18

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...e poi arrivò Gea

Luca Enoch, per circa dodici numeri, pur presentando un personaggio sostanzialmente diverso da Sprayliz, di fatto non rinuncia al consueto approccio impegnato. Con Gea, infatti, affronta tematiche complesse con una maturità addirittura superiore rispetto a quella adottata nel precedente fumetto. Le tematiche e il pensiero dell’autore rimangono celate e non spiattellate con evidenza, come accadeva prima. Al lettore si richiede innanzitutto un’opera di riflessione su tematiche addirittura cosmologiche, quali l’eterna lotta tra il bene e il male, ma anche su temi più concreti, seppure di portata universale. Ad esempio la riflessione sulla menomazione e il conseguente confronto del disabile con la vita di tutti i giorni. Riflessione di cui è testimone Leo, il coprotagonista paraplegico delle prime avventure di Gea.

È assodato che il punto di svolta della serie (o è più corretto dire miniserie?) sta nel n.12, dove Enoch inizia ad orchestrare l’escalation degli eventi attraverso il classico espediente narrativo dell’oggetto rituale dagli immensi poteri (il libro degli arcani) rinvenuto da un poveraccio qualsiasi (un occultista male in arnese). La brusca accelerazione sortisce l’effetto di un kick in the ass che però il lettore incassa con quell’euforia tipica della rissa da bar dopo l’ennesima birra.

Let’s roll, ed il certosino quadro comincia a svolgersi al cadere della prima tessera del domino. Un quadro che quindi è doveroso cercare di analizzare, nel quale vengono abilmente disseminate quelle similitudini e associazioni di cui si è detto. Gea vive in una Città Senza Nome, forse la stessa di un Nathan Never che fu, o forse quella nei cui vuoti plana disordinatamente Rat-Man; sottobosco dell’etere psichico denominato akasha, e contemporaneamente locus debordante umanità varia, umana e aliena, chioschi di patate dolci e licei intitolati (più o meno velatamente) ad Andrea Pazienza; crocevia allegramente non autorizzato di entità intrusive che la rendono doppia a se stessa e complessamente unica solo allo sguardo, a sua volta doppio, dei baluardi.

La Città Senza Nome
disegni di Luca Enoch

(c) Sergio Bonelli Editore

La Città Senza Nome<br>disegni di Luca Enoch<br><i>(c) Sergio Bonelli Editore</i>

Uno sguardo filtrato attraverso quelle lenti scure che sigillano e custodiscono il precario equilibrio interiore che soggiace al raggiungimento di quella pienezza della conoscenza, veicolata attraverso le famose 4 F: forza, fede, fermezza e fiducia (tra l’altro accennate solo un paio di volte all’interno dell’intero arco narrativo) lungo le quali si snoda il percorso di crescita.

Io sono un’adolescente..Dovrei essere in piena tempesta ormonale e avere brevi e inconcludenti storie di sesso con i miei coetanei! E invece sono qui a esaminare dissezioni di cadaveri! -Gea dixit-

Una crescita accelerata

E la crescita di Gea ci viene narrata in maniera frenetica, sincopata, a tappe obbligatoriamente accelerate (possiamo solo immaginare cosa le accada da un semestre all’altro :-) e altrettanto divertenti e coinvolgenti. Gea come baluardo e come ragazzina, ovviamente, rispettivamente padrone e preda del delirio ormonale che la caratterizza in quanto adolescente... come d’altronde dice lei stessa nel n.4:
Io sono un’adolescente..Dovrei essere in piena tempesta ormonale e avere brevi e inconcludenti storie di sesso con i miei coetanei! E invece sono qui a esaminare dissezioni di cadaveri!
A questo proposito, pertanto, diviene evidente come Enoch, dopo un primo periodo di "rodaggio", abbia dato il benservito ai convenevoli del salotto buono bonelliano per dare la stura ai propri registri espressivi e narrativi, e questa va inteso ben oltre l’impiego, quali personaggi fissi, di un paraplegico e di un gay dichiarato (in questo, come già visto, l’imprinting di Sprayliz è scontato).

Arguzia, irriverenza, cultura e passione si danno ad esempio appuntamento negli innumerevoli poster che tappezzano la casa-casermone di Gea, inno discreto ma presente alla cosiddetta "libertà di pensiero", anche se influenzata da sobbalzi umorali mattutini (come accade nel n.3). Da elementi come questo si realizza come il contesto "teen" venga trattato nei suoi ordinari eccessi e stramberie, senza l’impellenza di sottolinearli in maniera stereotipata (a quello già ci pensano le fiction nostrane). La cricca della nostra pensa a suonare, a ballare e a bere senza per questo diventare spauracchio di comportamenti "devianti".

In questo poi si inserisce l’elemento maturità di Gea, il cui ruolo la porta alla necessità di avere conoscenze di livello del tutto "altro", in aggiunta ed in contrasto con quelle dei suoi amici, cosa che, unitamente al fatto di vivere da sola, la addita già solo per questo come figura carismatica. E lei lo sa bene. Il suo rapportarsi con il mondo è "da grande" per necessità e vocazione proveniente dalla sua ascendenza matrilineare, ma allo stesso modo, sempre per rimanere nel tema del doppio, è un richiamo ed una ricerca della sua infanzia recisa traumaticamente. Gea è al centro dell’attenzione e sola nel fascio di luce dell’occhio di bue, figura divisa e congiungente in se stessa funghi peyote e cultura musicale a 360 gradi, Hassan Massoudi e piano astrale, segni iniziatici sulla mano e abbigliamento attraverso cui l’autore ci parla del suo pensiero, fantasie di una possibile vita familiare ed una particolare e stramba iniziazione al sesso assieme a Leonardo, e infine velleità da cantautore (le famose rime sbilenche) assieme ad una spada nascosta nel basso.

E la cosa più bella è che tutti questi non sono affatto paradossi, o almeno non lo sono più di quanto lo sia l’adolescenza in se stessa.

Con il tredicesimo numero, con l’inizio dell’invasione, i temi sociali lasciano il passo. Il ritmo dell’opera cambia.

Epilogo?

Come detto, con il tredicesimo numero e con l’inizio dell’invasione, i temi sociali lasciano il passo. Il ritmo dell’opera cambia. I comprimari storici, Leo e Sig, quasi scompaiono dal contesto. In particolare il ritmo serrato degli avvenimenti viene penalizzato dalla serialità semestrale, che poteva funzionare ancora quando le storie, per quanto prevedessero una continuità più ampia, si concludevano in un solo albo.

Questi elementi, unitamente al fatto che l’operazione Gea si sarebbe conclusa in diciotto numeri (contro i venti inizialmente previsti) ha indotto molti a pensare a un taglio imposto dell’editore. Addirittura a una censura sull’autore troppo impegnato nel sociale. I ritmi, divenuti troppo veloci, lasciavano pensare a una accelerazione forzata. È bene smentire queste convinzioni. In effetti risulta che non sono stati realizzati due episodi previsti, ma come ci ha tenuto a sottolineare anche Enoch nel suo blog, questi non avevano un rilievo particolarmente importante nel contesto generale. Per quanto riguarda invece gli ultimi episodi, sicuramente Enoch ha seguito la strada che ha preferito, senza imposizioni da parte di alcuno. Può essere che Bonelli, per coerenza con la propria linea editoriale, non abbia particolarmente gradito l’impegno sociale di Enoch (che però conosceva benissimo già in Sprayliz), però non risulta che abbia mai fatto nulla per condizionare la sua produzione artistica.

E’ sicuramente vero che c’è una iato tra gli episodi precedenti l’invasione e quelli successivi, ma questo è causato da motivi legati alla sceneggiatura e non da eventi eterodiretti. Dietro tutta l’opera c’è sicuramente un intreccio molto complesso, articolato e anche tormentato. In effetti il tono complessivo è molto più elevato di quanto lasci intravedere l’ironia, dietro alla quale l’autore si nasconde e dissimula. L’autore, sotto il divertimento e la sagacia, fa trapelare un profondo pessimismo in genere sulla natura dell’uomo e sui suoi comportamenti. Emergono qua e là quadri allucinanti delle stragi di cui l’umanità si è resa colpevole. Dai genocidi del ventesimo secolo sino alle stragi compiuti dai baluardi contro "Il Nemico". Nell’ultimo numero non mancano angosciati richiami alla Terra stessa intrisa di sangue e che richiede ulteriori tributi. Una visione metastorica, quella di Enoch, disperata nella contemplazione del passato e del presente dell’umanità.

D’altra parte, così come l’ironia non distoglie dalla tragedia, il tratto elegante di Enoch serve per enfatizzare un autentico orrore. L’autore si serve di un disegno, innocuo a prima vista, per far emergere sbigottimento e prolungato terrore nel lettore. La sua conoscenza perfetta delle forme anatomiche gli consente di lasciare sfogo alla sua predilezione nell’invadere, distruggere, deformare, possedere, inondare di umori e liquami disgustosi i corpi disegnati, bestie, demoni o uomini che siano. Come Cronenberg, Luca Enoch ci conduce nel campo del body horror, incutendoci paura e nausea per le deformazioni e le mutazioni del corpo. In ogni caso impressiona l’enorme lavoro di documentazione che ha portato alla realizzazione del personaggio e che è di supporto a tutte le storie.

Sembra quasi che, come accade nelle migliori avventure letterarie Enoch, in questo fumetto abbia messo tutto sé stesso e lo usi come strumento per risolvere le domande cui lo stesso autore non sa e forse non osa dare risposta. Nelle avventure di Gea sono percorsi sentieri in cui si dispiegano temi vicini alla nostra sensibilità. Spesso i temi sono correlati in materia dualistica (intolleranza ed invasione, normalità e diversità) alla contrapposizione dicotomica, però non viene mai data una soluzione univoca e incontrovertibile. Molto spesso le tesi si sovrappongono e si confondono per lasciare sul campo un numero di domande più numeroso di quello che era stato proposto all’inizio. Ma Enoch apre baratri in cui presenta domande di altro e più alto tenore, e cioè sul motivo e sul significato del male sulla Terra.

Il tono delle domande è altissimo e le risposte non possono e non devono essere date.

Degenerazione...
disegno di L.Enoch

(c)2007 Sergio Bonelli Editore

Degenerazione...<br>disegno di L.Enoch<br><i>(c)2007 Sergio Bonelli Editore</i>

Questo spiega anche il finale, definito "aperto", di tutta la serie. Sicuramente è molto realistico in una saga cosmogonica, in cui non viene data alcuna risposta definitiva, in cui il livello delle domande ha lasciato nel lettore un’unica certezza, e cioè quella dell’impossibilità dell’uomo di rispondere con certezze. Ecco, in una saga di questo tipo solo un finale di vaghezza poteva avere un senso.

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