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Il caso Dylan Dog

storie di una crisi in corso
Recensione di  |   | dylandog/


Il caso Dylan Dog
Dylan Dog 271 "Piccolo Diavolo, Il"


Il caso Dylan Dog

Scheda IT-DD-271

Sono tempi duri, si suol dire. A volte con distratta retorica, tal’altra con cognizione di causa. E il nostro compito è sempre quello di stabilire quanto di vero e oggettivo vi sia nelle circostanze per distinguere lo spessore di certe affermazioni.
Sono tempi duri per Dylan Dog? Forse è il caso di tentare un'analisi.

Il periodo non proprio felice che la testata sta attraversando è palese a tutti. Il personaggio risulta spesso irriconoscibile oppure si ritrova depotenziato all’interno di una trama narrativa senza spessore, mediocre e, quando va proprio male, anonima. Non che questa sia una novità, visto il vertiginoso calo qualitativo cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ma questa volta vi si aggiunge una certa gestione "anarchica" della serie che propone versioni del personaggio troppo distanti l’una dall’altra. Che cosa accade, allora, quando non solo l’identità del titolare della serie è stravolta e di scarso spessore, ma anche le storie nelle quali interagisce sono sostanzialmente inadeguate?

Che cosa accade, allora, quando non solo l’identità del titolare della serie è stravolta e di scarso spessore, ma anche le storie nelle quali interagisce sono sostanzialmente inadeguate?
Si perdono lettori. La risposta non era difficile da dare. Tuttavia, si potrebbe obiettare che si perdevano anche prima. Certo. Ma oggi abbiamo una consapevolezza in più per poter affermare che lo status attuale costituisce una ulteriore spinta propulsiva ad accelerare il processo di disfacimento di questa icona dell’immaginario fumettistico e non.
Dylan Dog è un nome che devi conoscere anche senza aver letto nulla. Dylan Dog è un simbolo che evoca sogni, emozioni e fantasmagorici incubi; nato in un periodo storico preciso, quello degli anni ’80, ma che è riuscito ad attraversare il tempo, a superare la "moda", la contingenza. Così come Tex, figura storica del fumetto italiano. Forse la sua summa.
Ed è da queste semplici considerazioni che chi scrive si sente spinto, ancora oggi, in questi tempi di profonda e perdurante crisi, a parlare dell’Indagatore dell’Incubo. Con affetto, sì, ma anche con la consapevolezza di una disfatta.

La storia

Torna ai testi Giancarlo Marzano, una delle (relativamente) recenti leve dylandoghiane approdate sulla serie regolare col n. 257, "Il custode".
Nei primi lavori, il nostro sceneggiatore non ci aveva convinto più di tanto a causa di una sua marcata estraneità nei confronti del medium, che si traduceva in una conoscenza tecnico-fumettistica molto acerba. Forse troppo. Nonostante tutto, abbiamo atteso con pazienza che maturasse qualcosa di positivo, che pure qui e là faceva capolino tra gli interstizi delle sue storie. Che cosa è accaduto? Ci sono stati momenti altalenanti, con qualche buona prova che lasciava ben sperare.

In questa occasione, purtroppo, Marzano mostra nuovamente i suoi limiti. Pur con una grammatica fumettistica migliorata e un’attenzione maggiore ai dialoghi, non sfugge al classico spiegazionismo bonelliano e a momenti di verbosità che rallentano il ritmo narrativo. Ad esempio, la leggenda del demone Xiphenor, seppure esposta in poche pagine (49-53), riesce ad appesantire la lettura con noiose trovate e ragionamenti arzigogolati.
Ben più nocivo lo spiegazionismo finale (pagg. 91-95), che soffoca ogni residuo d’immaginazione nel lettore strozzando il fluire della storia e terminandola anzitempo. Il prosieguo, così, diviene senza scopo e posticcio.
Altri problemi si verificano nella delineazione di alcuni personaggi e in certi passaggi della trama. Questi ultimi resi più confusi anche dal disegno di Roi che disorienta l’occhio nella rappresentazione delle locations, spesso troppo simili tra di esse. Ad esempio, nell’incipit, allorché si passa dal magazzino dei Coleman, nel quale viene ritrovato il misterioso diavolo nel barattolo, allo studio di Craven Road 7 ( pagg.6-12), pochi indizi permettono un immediato riconoscimento del cambio di scena.

I personaggi

Michael, il ragazzo fuggiasco sospettato di essere il responsabile dei delitti, è un personaggio degno di nota. Egli decide di andarsene di casa dopo un violento diverbio con il padre, uomo prepotente e autoritario (pagg.18-19). Pur non bucando la pagina il suo ruolo emerge in maniera discretamente definita grazie ad una valida rappresentazione dei suoi rapporti conflittuali con suo padre. Quest'ultimo, al contrario, ha sì una sua validità - o meglio: funziona -, ma non risalta più di tanto. La madre è figura piuttosto defilata, fors’anche di mediocre fattura. Dunque, il quadretto famigliare che ne esce fuori regge quel tanto - o quel poco - che basta per arrivare all'epilogo di pag. 96 in cui avviene la riconciliazione di Michael con i genitori.
La rilevanza simbolica di questo ritorno alla normalità, in cui si sottolinea come di essa facciano parte anche quelle burrascose relazioni tra i membri della famiglia, è modesta, seppur non disprezzabile. Ciò è imputabile soprattutto ad una scrittura che durante il corso dell'albo manifesta troppe carenze e scarsa scioltezza: difetti limitanti anche quando si riesce ad imbastire una buona scenografia o qualche sequenza d'ispirazione sclaviana.
Groucho appare due volte. Ma se non ci fosse stato non sarebbe cambiato nulla. La sua presenza è inutile e le sue battute fuori contesto.
Nel primo omicidio, Bloch si mostra stranamente troppo sicuro di sé nel giudicare i fatti, propendendo quasi subito per la "pista soprannaturale". Tutto ciò per coinvolgere Dylan Dog in fretta e furia, che accetta il caso in full immersion. Quel Bloch che, nonostante non disdegni mai l’aiuto dell’ old boy, è stato sempre armato di sano scetticismo.
Non che questo sia sbagliato o che non si possa fare. Le perplessità nascono tutte dalle modalità con le quali lo sceneggiatore compone il segmento narrativo. Infatti, a pag. 30, l’ipotesi che il "rituale satanico" possa essere un depistaggio viene accennata soltanto perché Dylan, come suo solito, pone la questione prima di accettare il caso. Ma nei fatti la risposta di Bloch pare più una giustificazione a posteriori, poiché nulla sembra far presagire dalle sue prime conclusioni di pag. 28 che quello fosse stato il suo primo pensiero. Ciò rende macchinoso e un po’ innaturale l’intervento del protagonista nella vicenda.
Dylan Dog è abbastanza centrato. Abbastanza. Poiché l’assenza dell’ironia, sia nel tessuto narrativo dell’opera, sia nell’atteggiamento del protagonista - sempre ombroso - danno un’impressione generale di cupezza. In questo senso, anche il disegnatore vi contribuisce non poco con il suo chiaroscuro.

La prevalenza di un protagonista molto cupo è una delle pieghe interpretative che stanno prendendo piede nella serie.

La prevalenza di un protagonista molto cupo è una delle pieghe interpretative che stanno prendendo piede nella serie.
Mentre l'ironia, quando la si utilizza, è spesso una nota stonata.
Nella fattispecie, lo svenimento dell'ispettore alla vista di un piede in un sacchetto (pag. 28), più che regalare un momento di alleggerimento e di piacevole sorriso, sembra quasi disturbare l'andamento serioso della narrazione.

I disegni

I disegni di Corrado Roi sono sottotono. Alla ricerca di una sintesi sin da "I ricordi sepolti" per poi passare attraverso "Da una lontana galassia", si arriva a "Reincarnazioni", forse con il desiderio di voler trovare anche una nuova estetica, o soltanto per fare un altro passo. Ma i segni evidenti dell' incertezza si rivelano proprio ne "Il piccolo diavolo".
Portando avanti il discorso "sintetico", a nostro avviso, Roi sta sfociando nella destrutturazione del suo tratto suggestivo, ora un po’ sciatto, svogliato, con un rapporto chiaroscurato più vicino alla sbavatura che alla compenetrazione dei contrasti.

Le peculiari caratteristiche del nostro disegnatore, se da una parte hanno degli indubbi pregi che hanno contribuito notevolmente a fare la fortuna del fumetto, come la capacità di far emergere figure dalle ombre e di costruire scenografie a dir poco inquietanti e suggestive; dall’altra difettano di una eccessiva staticità e scarso dinamismo nel raffigurare sequenze d’azione. Non è una novità. Roi è sempre stato così. Ma, adesso, con la recente piega sperimentale che lo contraddistingue, incomincia a sottrarsi malamente a quei "difetti", che vanno ad assommarsi agli affannati esiti di quest’ultima prova.

Conclusioni

Per quanto l’opera presenti molti nei e non sia eccelsa, c’è da evidenziare il fatto che Marzano, diversamente da alcuni suoi colleghi, sembra aver compreso meglio lo spirito della testata. Infatti, non sono poche le sequenze abbastanza valide che riportano in auge gli stilemi dylandoghiani più classici. Ad esempio: gli spostamenti cinematografici degli scenari, come quello del demone (pagg. 38-39); i tipici flashback che raccontano la vita di uomini qualunque che stanno per essere vittima del mostro di turno (vedi la storia del barbone, pagg. 35-37). E persino l'impostazione del soggetto, che punta su una trama minimale che si tende ad arricchire e valorizzare con quegli elementi narrativi. Purtroppo, però, il principale ostacolo da superare resta la sceneggiatura, ancora troppo farraginosa, verbosa e appesantita per rendere sublimi quei pochi pregi cui abbiamo accennato.
Lo abbiamo detto: sono tempi duri.

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