Dylan Dog ritorna dal limbo

una storia dal sapore "antico" che non si dimenticherà facilmente
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Dylan Dog ritorna dal limbo
Dylan Dog 256 "Feroce Takurr, Il"

Dylan Dog ritorna dal limbo

Scheda IT-DD-256

Sono ormai anni che i lettori aspettano pazientemente - e fedeli all’uscita mensile - la storia che riporti in auge il Dylan Dog che era stato costruito da Sclavi, o forse, più semplicemente, quella che cambi le sorti della testata, cancellando anni di prove evaporate nell’inconsistenza, per aprire un nuovo corso. Già, le attese, a volte, generano forti speranze negli affezionati, addirittura miracolistiche. Ma, molto più realisticamente, a queste si aggiungono le delusioni di coloro che se ne vanno e che non torneranno più tanto facilmente. Di coloro che ormai quella speranza l’hanno vista consumarsi sotto i loro occhi senz’appello.

In questi anni, abbiamo assistito alla trasformazione (o negazione?) di quelle coordinate narrative che facevano del personaggio un’icona, anziché, banalmente, ciò che ora è diventato: una persona. Abbiamo dovuto accettare, inoltre, l’inanellarsi di narrazioni insipide, fiacche, mediocri, reiterate per mesi e mesi tanto da estenuare anche il più fedele dei fan.

C’è ancora qualche autore che crede nella versione iconica dell’Indagatore dell’Incubo e che non si è arreso di fronte all’ineluttabile inversione di marcia editoriale che porta all’umanizzazione del personaggio? La risposta non può che essere affermativa. E diciamo subito che stiamo parlando di Michele Medda
Ma oggi più che mai urge porsi una domanda: c’è ancora qualche autore che crede nella versione iconica dell’Indagatore dell’Incubo e che non si è arreso di fronte all’ineluttabile inversione di marcia editoriale che porta all’umanizzazione del personaggio? La risposta non può che essere affermativa. E diciamo subito che stiamo parlando di Michele Medda. Perché proprio lui? Medda, che insieme ai suoi due amici sardi è anche creatore di Nathan Never, nelle sue incursioni nel mondo di Dylan Dog mostra di voler riprodurre ancora la vecchia formula; quella formula che ci aveva regalato ottime narrazioni e che costituiva il "canone" secondo il quale Dylan Dog si era affermato prepotentemente all’attenzione dei lettori in quei lontani anni ’80. Tuttavia, a questa volontà di ricreare l’aura antica del Dylan Dog sclaviano, Medda unisce anche una scrittura di notevole impatto che dimostra quanto egli sia in grado, nei fatti, di proporla nei suoi racconti. "Il feroce Takurr" ne è la prova più lampante, e tra le più riuscite degli ultimi tempi. Esso riassume, infatti, sia la filosofia di Dylan Dog che quella della narrativa meddiana; filosofia alquanto condivisibile e funzionale ai fini di una libera scrittura ispirata al personaggio.

La storia

Lea è stata accusata dell’omicidio del suo ex marito Bertram, nonostante si dichiari innocente. Allora si rivolge all’Indagatore dell’Incubo per sottoporgli all’attenzione il suo particolare caso. Infatti, Lea afferma di aver visto, passando in taxi, una figura mostruosa che si agitava nel soggiorno di Bert. Nessuno l’ha creduta. Ma Dylan Dog accetta di indagare.

Questo è l’incipit dal quale prenderà il via la narrazione. A dire il vero, il giallo è soltanto il pretesto per permettersi di innervare la struttura narrativa di solare surrealismo. E non sarà importante, ai fini della riuscita del racconto, neppure scoprire chi sia l’assassino: l’uno vale l’altro. Ciò che al contrario ci preme evidenziare è non soltanto il taglio surreale cui abbiamo accennato, ma anche la forte critica di cui è intriso l’albo. Critica che s’innesta non come una rozza ideologia, ma come parte integrante del tessuto narrativo entro il quale si muove Dylan Dog. Il messaggio meddiano è rivolto ai nerd che con le loro fisime da collezionisti spesso distorcono il rapporto con la realtà. Ad esempio, è sintomatico - oltre che divertente - l’episodio del ragazzo che tenta di rubare la prima tavola originale di Rocket Boy (pag.20 ) e la discussione che ne verrà fuori con il padrone del negozio.

il giallo è soltanto il pretesto per permettersi di innervare la struttura narrativa di solare surrealismo
Reggie e Edwina sono personaggi ben tratteggiati e molto appropriato è il loro look rockettaro reso graficamente da Saudelli. Philip Boyd, collezionista, che comparirà per la prima volta nel loro negozio "Yikes!", è altrettanto ben caratterizzato: elegante, uomo facoltoso, disposto a spendere qualunque cifra pur di possedere i pezzi necessari al completamento delle sue collezioni o all’acquisto di rarità. Mentre Dylan Dog vive tra surreali apparizioni e realtà grottesche con il suo atteggiamento scettico non dimentico di quell’ironia che lo contraddistingue nei momenti più folli (vedi in proposito pag.77 e 78, ossia l’apparizione dei Thunderpets a casa del Nostro).

Dylan e i Thunderpets
disegni di Franco Saudelli, Dylan Dog n.256, pag.87

(c) 2008 Sergio Bonelli Editore

Dylan e i Thunderpets<br>disegni di Franco Saudelli, Dylan Dog n.256, pag.87<br><i>(c) 2008 Sergio Bonelli Editore</i>

I dialoghi sono molto brillanti ed esaltano quell’impeto narrativo che trascina il lettore fino all’ultima pagina senza cadere nell’indelicatezza di un finale prevedibile, scontato o banalizzante, come spesso accade quando non si sa come chiudere una storia degnamente. A questo proposito, è doveroso sottolineare l’esilarante finale, in cui i monsterribles tornano ad essere liberi perché rubati dal ladro gentiluomo Alain Lepin (sicuramente ispirato ad Arsenio Lupin) secondo la logica che ad essere collezionati sono anche gli esseri umani.

le digressioni, i riferimenti, i messaggi, le citazioni, gli echi della memoria, fanno parte di quel modo particolare che Sclavi aveva di interpretare i tempi e di esprimere attraverso il suo fumetto i suoi umori, le sue idiosincrasie, senza che questo venisse a danno dello sviluppo della trama
Dal punto di vista della struttura narrativa, è interessante notare come la scelta di nomi o situazioni sia spesso il risultato dell’assemblaggio di citazioni, distorsioni, rievocazioni, o frantumi di altro "materiale" che assumono un diverso significato nella nuova riformulazione.

Quindi, abbiamo una sceneggiatura ben strutturata, molto vicina allo Sclavi più pirotecnico, che mantiene alto il ritmo della narrazione senza momenti di calo di tensione o di interesse, abbagliando con il suo registro visionario ricco di variopinte suggestioni.

Non mancano gli omaggi alla serie stessa, rispettivamente a "Memorie dall’invisibile" (n.19) nell’ultima vignetta di pag.16 e a "I conigli rosa uccidono" (n.24) nelle vignette successive, soprattutto in quella dove l’uomo con l’impermeabile mostra i guanti alla fine di pag.17. Né digressioni spontanee come quella su Freddy Mullen, che incomincia a pag.59 per terminare alla successiva. Oppure provocazioni, come quella della didascalia esplicativa sulla dicitura OT (off topic) a pag.79, in cui ci sembra di cogliere un riferimento neppure tanto velato al fatto che il mondo degli adulti è spesso infantile e disinformato, e che va in netta antitesi con il mondo dei più piccoli, talvolta costretti a crescere più in fretta e recependo i cambiamenti prima degli adulti.

Negli ultimi esempi fatti, potrebbe sembrare che Medda vada un po’ fuori strada. Eppure le digressioni, i riferimenti, i messaggi, le citazioni, gli echi della memoria, fanno parte di quel modo particolare che Sclavi aveva di interpretare i tempi e di esprimere attraverso il suo fumetto i suoi umori, le sue idiosincrasie, senza che questo venisse a danno dello sviluppo della trama. È quindi lecito ritenere queste caratteristiche narranti essenziali e per nulla gratuite, rammentando che Michele Medda, pur attenendosi al "canone", ha una sua soggettività da cui non può prescindere nella rappresentazione dell’universo dylandoghiano.

I disegni

il tratto cartoonesco saudelliano è in grado di valorizzare la forza immaginaria della sceneggiatura
I disegni di Franco Saudelli sono più che buoni soprattutto perché sembrano esprimere efficacemente lo spirito ludico e visionario del racconto. Infatti, il tratto cartoonesco saudelliano è in grado di valorizzare la forza immaginaria della sceneggiatura, contornando fisionomie in modo convincente e rappresentando egregiamente le espressioni dei volti. In sostanza, ci troviamo di fronte ad uno di quei rari casi in cui il disegnatore riesce ad estrapolare graficamente il quid narrativo per mezzo di una spontanea e fruttuosa simbiosi con la scrittura. Ovviamente, non tutto è perfetto: qualche incertezza nel tratteggiare un volto resta (ad es. il volto della donna a pag. 41 ultima vignetta). Niente di particolare, tuttavia, che possa influire sul giudizio globale.

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