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Caro Marty...

una storia dove il Nulla avviene
Recensione di  |   | dylandog/


Caro Marty...
Dylan Dog 244 "Marty"


Scheda IT-DD-244

Si conclude (per ora, almeno) la réntrée di Sclavi sulle pagine dell' Indagatore dell'Incubo, con una storia dichiaratamente ispirata a "Marty, vita di un timido", film quattro volte premio Oscar nel 1955, interpretato da Ernest Borgnine (cui ovviamente il Marty della storia si rifà anche graficamente).

Sarebbe interessante per una volta impostare un’analisi partendo dai disegni, piuttosto che dai testi.
Accade a volte che chi legge possa avere la sensazione che quel particolare tratto non (o poco) si addica ai toni di quella specifica storia.
È una sensazione che, di primo acchito, capita invero di rado. Il numero dei casi potrebbe eventualmente salire agli occhi di qualcuno più versato nella materia, che sia in grado di estrapolare le peculiarità di uno stile e definirne così in maniera logica ed argomentata le sensazioni, i dinamismi e le percezioni trasmissibili insite in esso.
Ma spesso una preparazione del genere non serve, e già dal primo sguardo che cattura la tavola nell’insieme, il lettore sa se sarà (quantomeno in parte) appagato.

Un simile cappello per giustificare l’approccio a questa storia da parte di chi scrive.
Quello di Casertano è un tratto pieno, che spezza in maniera netta luci ed ombre, che mette in scena in maniera semplice uno splatter d’altri tempi (pag. 82), e si compiace nel fare di proposito a meno di particolari su particolari, in favore di una compìta esiguità che travalica anche la necessità di testo (pag. 94 e 95), come dire: sceneggiare un fumetto è anche (a volte soprattutto) un cane che fa le feste ad una persona anziana, senza parole, su sfondo bianco.

Dylan torna qui ad essere “Il–Personaggio–Sclaviano”, triade archetipica di elementi che ne hanno conferito ai tempi lo status che ancor oggi lo accompagna, pur tra qualche acciacco.
È una storia vissuta sui pensieri di Dylan, dove nulla accade, o meglio, “il Nulla”; quel senso di vuoto che circonda le esistenze e si incarna nel virtuale equilibrio dinamico della routine quotidiana; il netto contrasto tra gli orrori che gli occhi di Dylan/Sclavi scorgono (che vogliono scorgere?) tra un mercatino, o una passeggiata al parco, e le efferatezze – anche se solo immaginate – di una star hollywoodiana (Jude Law) al servizio della delinquente innocenza (o forse di una innocente delinquenza) di una vita che va a spegnersi, senza alcuna retorica se non quella di un “male di moda” che oramai ha perso anche la forza di espediente narrativo facendosi prepotentemente largo tra le nuvolette di un fumetto; quella voglia di storie, da raccontare ed ascoltare, che Dylan catalizza in luogo di ciascuno di noi, potendo lui permettersi di vivere ad una velocità differente, passaggio volutamente dissonante in una partitura di intervalli apparentemente tutti in chiave.

Un cane che fa le feste ad una persona anziana, senza parole, su sfondo bianco
disegni di Giampiero Casertano

(c) 2006 SBE

Un cane che fa le feste ad una persona anziana, senza parole, su sfondo bianco<br>disegni di Giampiero Casertano<br><i>(c) 2006 SBE</i>

...Dylan torna qui ad essere “Il–Personaggio–Sclaviano” ...
Marty è il trionfo di una nostalgia e di un déjà–vu che in fin dei conti non dispiacciono.
La maturazione stilistico/linguistica di Sclavi (cfr. l'articolo "Venti anni con Dylan Dog") lo porta a chiudere un percorso circolare, che pur mantiene una virgola che strizza l’occhio in alto per avventurarsi in una spirale crescente, a significare che anche la perfezione della forma geometrica per eccellenza può essere aggirata al fine di confondere il lettore che cercasse di identificare il punto d’inizio del cammino dell’autore.

Alan Moore, citando Charles Fort all’inizio di quell’esplorazione della società vittoriana che è From Hell, ha scritto: “Si può misurare un cerchio cominciando da qualunque punto”.
E allora, se proprio si volesse gettare un ponte tra le epoche tracciando una corda tra due punti di questo cerchio, si dovrebbe tornare indietro con la memoria a quel capolavoro dell’ineluttabilità della casualità che è "Accadde domani" dove, nell’arco di una manciata di pagine, un omino lambiva quotidianamente, in un iniquo misto di semplicità, compiacimento e rassegnazione, la piccola morte del sonno in attesa della grande morte (che però nella sarabanda di eventi narrati in quella storia lo avrebbe ignorato).

È nell’insignificanza di quell’omino che sta quella maestria di Sclavi su cui furono versati ai tempi i proverbiali fiumi di inchiostro.
Quella medesima insignificanza che solo ora ha potuto assurgere a concreto, condiviso e purtroppo condivisibile frammento di vita di Dylan, restituendo al contempo la consapevolezza che mai avrebbe potuto farlo prima: una corda tra due punti di un cerchio non costituisce una scorciatoia rispetto all’arco su cui essa insiste.

...Marty è il trionfo di una nostalgia e di un déjà–vu che in fin dei conti non dispiacciono ...
Nell’ultima pagina di questo racconto, nell’ultima vignetta di questo racconto, immediatamente sotto i versi di Guccini, sembra giacere (il verbo inglese to lie renderebbe meglio l’idea) la solita tiritera sul “Dylan è cambiato, Sclavi è cambiato, noi lettori siamo cambiati”, e via dicendo…
E se pure fosse?
Una volta fu detto (e precisamente in Zed, n.84) “A volte è la verità ad essere retorica”: pensare di condividere questo pensiero, anche solo per una volta, è necessariamente segno di debolezza?

Un cerchio comincia da qualunque punto.

Dylan Dog 244, "Marty", di Neri/Sclavi e Casertano, Sergio Bonelli Editore, 100 pag., b/n, brossurato, in edicola dal 23 dicembre 2006

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