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Sei nella Zona del Crepuscolo! Oh no!

quindici anni dopo, Masiero ci riporta ad Inverary
Recensione di  |   | dylandog/


Sei nella Zona del Crepuscolo! Oh no!
Dylan Dog 238 "Eredi del Crepuscolo, Gli"


Scheda IT-DD-238

Iniziamo, in modo un poco teoretico, col dire che la zona del Crepuscolo riassume uno dei principali archetipi di Dylan Dog ovvero il rapporto tra normalità e orrore.
Siccome i "non morti" di Inverary sono stati mesmerizzati hanno dimenticato il loro trapasso, poi hanno a disposizione un dottore/alchimista che li rattoppa in continuazione e fanno fatica ad accorgersi che il loro corpo ogni tanto si sbrindella.

Ma è la stessa Vita che è morta a Inverary perché colà si è estinto il senso stesso della possibilità: le persone vivono e rivivono sempre le stesse cose come in un loop da cui non possono uscire, interiormente sono dei cadaveri.
La ripetizione distrugge ogni entusiasmo: l'esperienza viene destrutturata dall'attenzione che le si posa ogni volta, sempre più intensa per forza di cose, finché dopo averla svuotata rimane morta come un guscio estraneo, cresce la rabbia e poi la disperazione. Quindi magari la rassegnazione e ci si abbandona.
è la stessa Vita che è morta a Inverary perché si è estinto il senso stesso della possibilità: le persone vivono e rivivono sempre le stesse cose come in un loop da cui non possono uscire, interiormente sono dei cadaveri.
Gli abitanti di Inverary scelsero che continuare in questo modo era meglio che scomparire del tutto, se uno si svegliava per caso dall'incantesimo subito sceglieva di tornare in sonno perché voleva sopravvivere.

Dopo la teoria la pratica: ecco l'excursus storico sulle esperienze di Dylan nel Crepuscolo.

Si comincia con un buon numero 7 - Sclavi e Montanari&Grassani - dove Dylan vede cosa è Inverary ed è costretto ad accettare quell'orrore che gli si para davanti, la scelta autoriale è quella di conservare quel luogo che infatti dopo tornerà buono.

Nel "Ritorno al Crepuscolo" - n.57 e stessi autori - anche Dylan Dog viene mesmerizzato e di fatto viene avvinto dal sottile fascino di Inverary, nelle spire di un nichilismo deprimente tra metafisica (le azioni sono prive di significato), metafumetto (la nostra personalità qui è pretestuosa) e sentimentalismo perdente (perché Opal è il punto di contatto tra realtà e metafora, la disgraziata viene abbandonata nel mondo spazzatura del Crepuscolo). Ottimo.

Valeva la pena poi di concludere con "L'ultimo uomo sulla terra", Sclavi e Roi e, nota bene, si proponeva come una possibile, maestosa conclusione per tutta la saga di Dylan Dog.

E a questo punto che si innesta Masiero. Prende la discutibile decisione di distruggere Inverary facendo decidere la sua coscienza critica (il dottore) per un suicidio collettivo, che si convince che la morte è comunque preferibile a un'esistenza tanto triste.
E come viene presentata la conclusione? Come un superamento diciamo "hegeliano" che Dylan compie nei confronti della Zona. Cioè parte da Londra con l'intento di scoprire "cosa lo lega a quel luogo" (sic) per poi tornare a casa alla fine quando è arrivato alla conclusione che la "zona del crepuscolo esiste ed è dentro di lui". E questo è stucchevole oltremodo.

L'unico elemento di novità della storia è proprio questo superamento della Zona e il successivo riassorbimento, in sé per sé finalmente, e una volta bocciato questo non rimane più niente di interessante da premiare.
Quasi niente. Dylan che indaga l'irrompere del divenire a Inverary quando alcuni corpi, anime, si sfracellano per sempre, è una idea simpatica e pure il montaggio, va detto, è molto buono per il modo in cui confonde il presente e il passato. Ma nel complesso questa storia non ha nervo, nè ritmo e non intercetta lo spirito di tutte le altre che si sono svolte nella zona del crepuscolo: tutta fatta com'è di risvegli improvvisi e accorgimenti spaventosi, "Sono nella zona del crepuscolo!", poi sollievi, "No, no, era tutto un sogno".
Questo genere di "oscillazione" c'erano pure ne "Ritorno al Crepuscolo" ma in quel caso la composizione era accompagnata da certi guizzi di genialità che rendevano la storia decisamente efficace. Non questa volta, questo ennesimo ritorno è per lo più un triste e noioso dejà vu.

Montanari e Grassani con il loro tratto precisino, scuro e inquietante si prendono la sufficienza. Hanno fatto di meglio altre volte: certe sequenze sono troppo spigolose (il racconto di Poe oppure pag.96) e sembrano disegnate piuttosto in fretta. Belle le decomposizioni ma i cadaveri, si sapeva, li hanno sempre disegnati un gran bene.

Per concludere ancora due parole: il soggetto "Crepuscolo" era molto difficile e non a caso nessuno lo prendeva in mano da oltre dieci anni.
Sarebbe stato meglio decidere di non toccarlo piuttosto che bruciarlo in questo modo, in fondo sembrava tanto interessante perché si ribellava a qualsiasi Conclusione, dato che gli abitanti della Zona volevano pietosamente (o in modo impietoso) rimanere in piedi. Dylan Dog 238, Gli Eredi del Crepuscolo, 100 pag. b/n, brossurato, Sergio Bonelli Editore, in edicola da fine giugno 2006

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