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" Lo specchio demoniaco"


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Vampiri di celluloide
recensione di Francesco Manetti



TESTI
Sog. e Sce. Maurizio Colombo    

Sono molte le cose che mi lasciano perplesso in Dampyr. Visto anche lo spessore che Boselli ha saputo dare ad altri personaggi di casa Bonelli (la citazione, ovvia, è per "Il passato di Carson" TX 407/409), mi aspettavo, ad esempio, che la scoperta della propria natura da parte di Harlan portasse, almeno nei primi numeri, ad una maggiore attenzione alla psicologia del protagonista (pur senza arrivare all'esistenzialismo del "Dhampire" della Vertigo). Invece, già a partire dal quarto numero (ovvero ancor prima dell'incontro con Caleb Lost), Harlan , Kurjak e Tesla iniziano a comportarsi come eroi senza macchia e senza paura, disposti a spostarsi da un continente all'altro per combattere Maestri delle tenebre, demoni, streghe, vampiri senza porsi troppe domande, senza traccheggiare un minimo, completamente calati nella parte dei salvatori dell'umanità (quando persino uno come Zagor, ogni tanto, ha qualche crisi di coscienza...).

Dal punto di vista strettamente narrativo, si finisce così per avere una certa ripetitività di trame, già di per se stesse estremamente lineari. Cambiano le ambientazioni, ma lo schema è sempre quello: Caleb Lost dà un incarico ad Harlan, Harlan si reca sul posto e, individuato il problema, lo elimina ("tu sei il male e io sono la cura", in poche parole). In alcuni casi si ha qualcosa che va effettivamente ben oltre questo sintetico schema: penso, ad esempio, a storie come "I ribelli" DP 14, vero e proprio fumetto engagé, e "Nati nella palude" DP 15, albo ricco di personaggi, di sottotrame... Più spesso, l'unica significativa variante fra i vari albi è data dalla caratterizzazione dei personaggi con i quali Harlan si allea per sconfiggere il nemico di turno.

Giunti al ventesimo numero della serie (ebbene sì, sto commentando questo n.18 con un bel po' di ritardo...) ci si accorge che sono proprio le ultime storie di Maurizio Colombo ad andare poco oltre lo spunto di partenza, poco oltre l'ossatura di base. Data un'idea - o, per meglio dire, dato uno dei tanti topoi dell'horror, ad esempio quello della casa infestata che si rivela essere lo stesso vampiro (cfr. "Casa di sangue" DP 10) -, Colombo, una volta creato, al limite, un comprimario un minimo accattivante (come il Kaled de "La luce nera" DP 19), si limita a lasciar scorrere le storie verso il medesimo prevedibile finale. Cosa abbastanza deludente, specialmente per quei lettori che hanno avuto modo di sperimentare, leggendo lo splendido "C'era una volta a New York" MN m2 - o anche solo un buon albo come "Lamiah" DP 9 -, di che cosa sia capace questo autore.

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Da "Via col vento".
Disegno di Luca Rossi (c) 2001 SBE

"Lo schermo demoniaco" ha, in realtà, una buona prima parte. Lo spunto è certamente abusato, ma lo spirito cinefilo di Colombo riesce a non far risultare stucchevoli le scorrerie dei vari personaggi di film horror nella platea del Murnau Bioscope - anche se il momento più felice è forse quello in cui il regista Musuraka rivisita una celebre scena di "Via col vento". In mezzo agli ormai numerosi Maestri delle tenebre conosciuti nella serie, perlopiù intercambiabili (che si chiamino Gorka, Vurdalak, Shrek, Verdier o Nergal), Musuraka ha poi una sua precisa fisionomia.

Appena date le premesse, Colombo sembra però non aver più molto da dire e finisce così per portare troppo rapidamente i suoi personaggi verso lo scontro finale (che, con i suoi preparativi, occupa quasi un terzo dell'albo). Cosa resta, quindi, una volta chiuso l'albo? Nient'altro che qualche suggestione, grazie soprattutto ai disegni di Luca Rossi.



DISEGNI
Luca Rossi    

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Si va al cinema!
Disegno di Luca Rossi, (c) 2001 SBE
   
Già, Luca Rossi. Chi altri se non questo autore poteva essere chiamato a disegnare quest'albo? Il suo stile espressionistico, con questi violenti contrasti fra bianchi "sparati" e profonde zone d'ombra, è perfetto per una storia in cui, malgrado l'ampio spettro citazionistico, il rinvio alle atmosfere del "Nosferatu" di Murnau prevale, sin dalla copertina, su quelle alle versioni cinematografiche più recenti del mito del vampiro.

Particolarmente incisivo, sempre dal punto di vista espressionistico, il volto di Musuraka. Per il resto, la Tesla di Luca Rossi continua ad essere rappresentata, quando non è in azione, come una ragazzina esile, quasi graziosa (ottimo contrasto col suo essere vampira...), mentre mi pare nuova la rappresentazione di Kurjak come sorta di gigante buono, un po' tontolone (cfr. la gag di pag.21), scelta forse in linea con una trasformazione del personaggio decisa in corso d'opera dagli stessi Boselli e Colombo.



GLOBALE
 

Le copertine di Riboldi non hanno quasi mai accontentato i lettori: i personaggi appaiono, di solito, un po' troppo rigidi e Harlan ha spesso, diciamolo francamente, delle espressioni un po' ebeti (vedi quella della copertina del numero precedente). Qui, con quel protendersi di Nosferatu verso la platea, riesce ad ottenere un certo effetto sul lettore, malgrado predomini l'orribile viola delle poltroncine.

Con tutto il rispetto per Riboldi, preferirei comunque veder realizzare le copertine da un disegnatore che meglio rappresenti lo spirito della serie. Magari dallo stesso Luca Rossi, del resto già copertinista dampyriano per il primo numero nuova serie di Dime Press.
 

 


 
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