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Dopolavoro
Mag.1998
      

Una questione di logica


commento di Michele alla recensione di NP4 "Storia di Allegra"

Volevo scrivere due parole al recensore dell'articolo sul numero 4 di Napoleone. L'appunto va soprattutto alla sua critica verso il modo in cui Ambrosini utilizza i sogni. Continua a ripetere le parole "logica del sogno" come se il sogno fosse qualcosa di razionale da avere lo stesso tipo di logica che si cerca nella fantascienza. Oppure e' lui che non capisce quella logica e ha paura del messaggio di grande maturità psciologica che ci vuole offrire Ambrosini? Io penso che gli appassionati di fantascienza dovrebbero pensarci due volte prima di mettersi a recensire un genere che non amano. Chiedo scusa per la durezza, ma non riesco a sopportare chi demolisce qualcosa solo perche' non ne capisce il significato.
Sempre amici, Ciao.


risponde Francesco Manetti, autore della recensione

Ciao, Michele. Potrei risponderti rinviandoti al saggio di Ignacio Matte Blanco "L'inconscio come insiemi infiniti" (Einaudi, 1975), così scopriresti che per qualcuno l'inconscio (e dunque l'attività onirica) ha una sua logica (ovviamente diversa da quella che seguiamo durante la nostra vita diurna).

Più banalmente (e sinceramente), ti confesso però che la mia espressione "logica del sogno", ripetuta due volte nella mia recensione a "Storia di Allegra" (NP n.4), voleva significare, in senso figurato, proprio l'esatto contrario. Un po', per farti capire, come se io, parlando di una storia di Tex, dicessi che in un paesino del West privo di sceriffo sono i banditi a dettare legge. Quel che volevo dire, insomma, era semplicemente che Ambrosini, trascurando l'intrigo noir della "dimensione reale" per prediligere le disavventure oniriche di Napoleone e di Allegra, rinunciava ad una trama necessariamente fondata su uno sviluppo logico (a prescindere dall'abuso del ricorso al caso) in favore di una trama fondata sulla illogicità del mondo dei sogni, ovvero in favore di una trama nella quale il lettore era essenzialmente invitato a lasciarsi sedurre dal fascino (perlopiù fine a se stesso) della surrealtà. Dato che tu non hai capito quel che volevo dire, è però altamente probabile che io mi sia spiegato male: ho sbagliato, se non altro, a non mettere la parola "logica" fra virgolette.

Detto questo, consentimi adesso qualche altra precisazione. Innanzitutto vorrei sapere perché mi definisci "un appassionato di fantascienza". Cos'altro puoi saperne tu di me, se non quel poco (pochissimo) che è scritto nella mia mini-homepage? Per la cronaca, io leggo certamente Nathan Never (e attualmente, al di fuori dei Bonelli, Alita), ma anche, sebbene a macchia di leopardo, quasi tutti gli altri fumetti Bonelli, e tanti altri fumetti che con la fantascienza hanno ben poco a che fare (e che non è il caso, in questa sede, che io mi metta ad elencare).

Se ti capita di leggere la mia recensione al n.2 di Napoleone o la mia scheda al n.108 di Dylan Dog, ti renderai conto, comunque, che quel che mi piace in Napoleone (e nei testi di Ambrosini), è proprio, pensa un po' :-), la sua componente onirica. Perché non mi è piaciuto "Storia di Allegra"? Semplicemente perché, in questo numero, l'inventività surreale mi è parsa ripetitiva rispetto a quanto già offerto dallo stesso Ambrosini (vedi ad esempio le mie considerazioni sul "cavallo meraviglioso"), ma anche e soprattutto perché le storie (il noir così come la lotta contro Testedicane) mi sono sembrate schematiche e perché il personaggio di Allegra e il suo disagio adolescenziale sono stati trattati, a mio modesto parere, in maniera abbastanza superficiale. A te questo albo è piaciuto? Niente da eccepire. Io non mi metto a disquisire sui tuoi gusti, né a fare gratuite e risibili dietrologie sui possibili perché di questi tuoi gusti.

Personalmente ritengo che i turbamenti esistenziali di una adolescente (e il rapporto che questa adolescente instaura col "mondo degli adulti") siano stati trattati molto meglio nei numeri di Ken Parker nei quali compare il personaggio di Pat O'Shane (KP n.12-15); che semplicità, profondità di contenuti e onirismo siano stati amalgamati in modo più efficace e suggestivo ne "Il lungo addio" (DD n.74); o che lo stesso Ambrosini ci abbia offerto un soggetto più accattivante con "Margherite", DDgigante n.2). Tutto qui (e niente di più).
 

 




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