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" Il "senza nome""

TESTI
Paola Barbato
DISEGNI
Giancarlo Alessandrini

Evocazione

Pagine correlate:

Continuano le crisi esistenziali dell'Indagatore dell'incubo.

´┐Ż la recherche de Dylan Dog
recensione di Daniele Calandra

Questa storia ´┐Ż molto interessante sul piano metanarrativo ma piuttosto debole a livello di ritmo. Il tema centrale, caro a Paola Barbato, ´┐Ż quello della crisi di identit´┐Ż; la struttura ´┐Ż identica ad un paio di albi di Dylan Dog molto recenti, della stessa autrice: "Il pifferaio magico" (n.210) e "La scelta" (Speciale 18). Tra l'interessante premessa ed il finale, la narrazione si riduce ad una stressante coazione a ripetere che, svelato il proprio meccanismo, si rivela tanto pi´┐Ż fiacca quanto sono numerose le pagine. Chiude l'albo la potente apparizione di Xabaras, punto limite del "sogno" e chiave di volta narrativa.

Ne "Il senza nome" Dylan si spoglia della propria identit´┐Ż, cominciando una serie di lavori che si rivelano tutti, curiosamente, border line: mestieri che pirandellianamente danno sul nulla (l'attore e il bibliotecario), l'emissario della Morte (le sartine), il traghettatore di anime (dog-sitter e taxista) e il martire (il critico, l'unico che riesce a vedere). Alla fine ritorna punto e daccapo perch´┐Ż non si pu´┐Ż "sfuggire a se stessi" e bisogna tornare in edicola. Per usare una metafora, tra gli innumerevoli pezzi musicali che si possono suonare con un clarinetto, Dylan ´┐Ż in grado di riprodurre solo il "Trillo del diavolo" di Tartini.

"Una serie di banali storie dell'orrore (anche divertenti) o di storie dell' orrore banali..."    
La Barbato fa incontrare a Dylan, praticamente, lo spirito del puro non essere; poi ci racconta una serie di banali storie dell'orrore (anche divertenti), o di storie dell'orrore banali, che hanno il difetto di voler solo riempire il tempo e di lasciarsi percepire immediatamente come retoriche; infine regala al lettore che l'ha seguita un bellissimo climax ascendente ed un finale magnificamente costruito. La narrazione ´┐Ż unitaria solo all'apparenza, proprio perch´┐Ż la storia perde coesione e densit´┐Ż dopo la premessa: Dylan precipita nel non tempo e le sue azioni non sembrano successive bens´┐Ż alternative. Tutto il circo dei personaggi storici dylandoghiani compare tra le pagine per ricordare all'eroe il mondo che si lascia alle spalle, ma ognuna delle varie ombre ´┐Ż ridotta a un pugno di fraseggi caratteristici: la cattolica Lillie dice a Dylan che ´┐Ż un miscredente e Bree lo chiama Dailan. La rievocazione, seppure piacevole per l'autoindulgente lettore abituale, non ha lo stesso impatto che poteva aver avuto sul recente speciale (anche perch´┐Ż Alessandrini, pur bravissimo, non ´┐Ż empatico come Piccatto era riuscito ad essere in quella circostanza). L'idea di fondo, forse, poteva essere affrontata in modo pi´┐Ż radicale.

Nel complesso una storia positiva: i dialoghi sono brillanti e qualche situazione ´┐Ż interessante. In particolar modo, si lascia segnalare la scena in cui Dylan spoglia il proprio appartamento dai mobili/suo passato: scopriamo la Trelkovski e Lord Wells, venuti ad aiutarlo, mentre lui (che sa gi´┐Ż della loro presenza) si muove tra le stanze.

(23k)
Dylan regna sul soprannaturale...
Disegni di Alessandrini
(c) 2004 SBE

   

Ci´┐Ż che ´┐Ż certo ´┐Ż che la brava Paola Barbato (e recentemente anche Tito Faraci nel n.217) si divertono a raccontarci un indagatore dell'incubo in crisi esistenziale: Dylan "rifiuta la sua vita", "diventa un altro", alla fine "ritorna nel personaggio". Cosa rester´┐Ż di questo momento esistenziale? E' il segno di un progetto? Un semplice divertissement? Xabaras e la continuity dylandoghiana non sembrano ora pi´┐Ż utilizzabili di quanto non lo fossero diversi anni fa: il tutto resta, praticamente, giusto un maestoso garbuglio psicanalitico. Il personaggio feticcio di Sclavi acquisisce una propria unitariet´┐Ż nei ricordi grazie a Paola Barbato, per poi potersela di nuovo dimenticare (con Sclavi) o ricordarsela sempre (di nuovo con la Barbato); continua a non avere un'infanzia, a mentire a se stesso distinguendo Xabaras dal suo idealizzato padre e cose cos´┐Ż.

Giancarlo Alessandrini sfrutta bene il formato del Gigante e dimostra grande abilit´┐Ż a tratteggiare i comprimari della serie, disegnando bellissimi primi piani (Bloch pag.25, Madame Trelkovski pag.26 e Wells a pag.27). Meno definita la fisionomia di Dylan Dog. Non gli assegnamo il massimo assoluto a causa di qualche incoerenza come l'aspetto di Wells, a pag.164 molto diverso da quello a pag.27; a pag.201 e 202 Dylan non convince.

Bravissimo Angelo Stano: una copertina molto lucida, un disegno suggestivo che raccoglie uno degli episodi pi´┐Ż simpatici della storia. Una lamentela accessoria: le copertine dei giganti raccolgono purtroppo molte ditate! ;-)

Per concludere: l'originalit´┐Ż di fondo di Dylan viene ancora una volta sottolineata da questa storia, piacevole ma non ottima.
 

 


 
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