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" L'alieno"

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Chi è? Da dove viene? Perché è venuto? Dove va? Ma soprattutto che senso ha ‘sto benedetto Alieno?

Le frustrazioni di un uomo arrivato
recensione di Vincenzo Oliva



TESTI
Sog. e Sce. Pasquale Ruju    
Che diavolo ci facciamo qui?

Se lo chiede, a pag. 50 di questo n.149, Groucho. E con Groucho se lo chiede anche il lettore; lettore che arrivato qui comincia anche a chiedersi perché abbia speso 3.500 lire per il, non proprio indubbio, privilegio di poter leggere "L’alieno" (e la domanda, a dire il vero, non riceverà risposta in seguito... :-) ).

Pasquale Ruju torna ai testi di Dylan Dog , ed è un ritorno deludente, sulla scorta delle sue ultime, non esaltanti prove.

Autore in passato di storie pregevoli come quella nel gigante n.4 "Il vicino di casa" e quella nel gigante n. 5, "Il canto della sirena", o lo speciale n.11 "Il treno dei dannati" , per Dylan, oppure , per Nathan Never, il n. 75 "India"; Ruju sembra ormai aver smarrito la sua scrittura, fondata su personaggi vividi e di grande spessore umano, per adagiarsi nella tranquillizzante e soporifera imitazione di uno stile dylandoghiano preconfezionato, uno sclavismo "normalizzato" ed innocuo, comune a quasi tutti coloro che hanno affiancato Sclavi nei testi della sua creatura e dove l’orrore e l’incubo del padre di DD finiscono per stemperarsi in un horror di maniera.

"Il problema è una storia senza mordente e spesso priva di logica (..)"
   
Su un soggetto veramente minimo e tutt’altro che brillante - un alieno misterioso che "invade" la mente delle persone; e qui avviene principalmente sul piano fisico, giacché l’"invasato" mantiene il controllo della propria mente, ed anzi usa l’alieno per perseguire i propri scopi di vendetta - si innesta una sceneggiatura che fa acqua da molte, se non troppe, parti.

Siamo in un college inglese (il St. August), frequentato dai rampolli - più o meno degeneri - della upper class britannica. Il sistema educativo britannico ci viene qui presentato secondo una visione molto scolastica, con la descrizione di "nonnismi" da manuale, insegnanti carogne (ma come mai tocca sempre ai professori di ginnastica, o comunque agli allenatori di qualche sport)? :-) ), professoresse giovani e delle quali il sensibile protagonista adolescente è (assolutamente non) segretamente innamorato (e l'esemplare in questione fornisce anche la "donna del mese" a Dylan), un direttore bastardo ma che deve prendere ordini dalla moglie, proprietaria del collegio.

Nulla di nuovo, dunque, ma non è certo questo a non andare. Una storia ben scritta, che funzioni, con personaggi ben caratterizzati e non banali, può anche parlare per la millesima volta di un argomento e restare perfettamente godibile, far scoprire un lato ancora non considerato di tale argomento, per quanto questo sia abusato.

Il problema è che qui abbiamo una storia senza mordente, spesso priva di una qualsivoglia logica . Ad esempio, gli incappucciati che arrivano alla fine e uccidono l’ospite dell’alieno, chi sono? Chi li ha mandati? Ma veramente in ogni storia con l’UFO ci devono essere tizi simili di mezzo? Americani, ovviamente, come tengono a far sapere i due di questa storia.

"Ma perché il direttore Fontleroy deve vendicarsi per forza?"
   
Certo, fa molto X-files... Questo però, non spiega ancora perché appiccicare così, alla fine dell’albo, i due; né spiega perché i due facciano fuori il direttore Fontleroy, che - come nessuno (a parte Dylan e un paio di.. centomila lettori.. :-) ) aveva capito - era il vero ospite del minuscolo UFO; e non Justin Green, l’adolescente sensibile, utilizzato come strumento dal Fontleroy e mostrato in giro per tutto l’albo come il "visitato" .

Altre falle, poi, sono disseminate in tutto l’albo:

  • perché l’alieno vuole assolutamente ripartire portandosi dietro Fontleroy?
  • perché Edwina Walton, la moglie del direttore, aspetta dieci anni (dieci!!!) di sparizioni misteriose di ragazzi prima di chiamare Dylan?
  • perché Bill Benson e i suoi due scagnozzi debbono PER FORZA essere dipinti come il prototipo di un incrocio tra hooligans e teddy boys?
  • perché c’è Marsha Darnell in questa storia? Solo perché gli adolescenti sensibili devono essere innamorati della prof.? O perché Dylan - per contratto - deve avere una donna a episodio?
  • perché l’alieno è rimasto per anni sulla Terra, con il solo scopo apparente di costruire un apparecchio che gli permettesse di portarsi dietro Fontleroy, nei suoi vagabondaggi stellari, se poi se ne va in tutta fretta - senza tentare minimamente di salvarlo - appena Fontleroy viene colpito dagli incappucciati? E che doveva farci con Fontleroy?
  • ma soprattutto: perché Fontleroy, uomo "arrivato", oltre che "posseduto" - uomo che avrebbe dovuto essere concentrato esclusivamente sulla costruzione del meccanismo che avrebbe dovuto portare alle stelle lui e l’alieno - perde tempo a sfogare in vendette inutili e che attirano l’attenzione le frustrazioni della sua adolescenza al St. August College?

Non che - ovviamente - tali domande dovessero avere una risposta espressa e documentata nell’albo. Il problema è che non danno l’impressione di essere state prese in considerazione dall’autore, rimangono sospese nella storia, come elementi dei quali si è dimenticata l’esistenza.

Poco si salva, dunque, e nel poco si impone (almeno lui!) Groucho.

Non che il nostro sia stratosfericamente brillante; il fatto è che appare quasi miracoloso riuscire a trovargli ancora battute che strappino il sorriso; e questo accade in più di un’occasione, valga come esempio la storiella di pag. 42, presentata da Groucho come ricordo scolastico: "Una volta la maestra ci propose un tema particolarmente difficile.. "voglio che parliate dei valori tradizionali della vita" ci spiegò, "cioè la religione, la nobiltà, la famiglia.. e poi aggiungeteci pure un pizzico di incertezza e un po’ di suspense." Io mi ci sono messo d’impegno e dopo tre minuti ho presentato il mio tema. Faceva più o meno così: "Mio Dio! - disse la baronessa - Sono incinta! E non so di chi!"



DISEGNI
Ugolino Cossu    

Ritorno ai pennelli di Ugolino Cossu, un ritorno non certo baciato dal successo.

Lo stile di Cossu è stato sempre caratterizzato da uno scarso dinamismo; ma la durezza del tratto veniva compensata dalla luminosità dei volti, dall’espressività, dalla cura con cui ha sempre realizzato gli ambienti naturali.

In questo albo la staticità si fa eccessiva, i personaggi - a tratti - sembrano imbalsamati, le scene al campo di rugby sembrano recitate da manichini snodabili a cui una mano dispettosa fa assumere le pose più strambe.

Torna il suo Dylan dal volto allungato, che qui si fa ancora più lungo ed aquilino, e che perde espressività, divenendo totalmente levigato, sembrando a volte scolpito nella pietra dalla mano di uno scultore che gli ha rubato l’anima.

"Alcune luci, ma anche ben più di qualche ombra, nella prova di Ugolino Cossu"
   
Torna il suo Groucho dal volto morbido e arrotondato, qui ormai trasformato in un simpatico orsacchiotto paffutello; ma questa è un’evoluzione che, nel rendere ancora più buffo un personaggio caricaturale, si fa apprezzare e Groucho pare assumere un’anima inedita, accentuando il suo lato umoristico, senza perdere da quello ironico.

Come visto, dunque, non ci sono solo ombre nella prova dell’artista romano; e se è vero che sembra piuttosto indeciso :-) sul volto di Marsha Darnell (basti vedere alcune vignette: sesta a pag.15, terza a pag.16, quinta a pag.27, quinta a pag.82), è altrettanto vero che la caratterizzazione e l’espressività degli altri personaggi è sicuramente buona o anche eccellente, specialmente quella di Justin Green e del direttore Fontleroy, i due protagonisti della vicenda. Se un ulteriore appunto può essere mosso, è che - come in una storia Disney - Fontleroy ha la colpevolezza scritta in faccia sin dal suo primo apparire in scena. Era davvero necessario che il "cattivo" portasse le stimmate della malvagità in tanta evidenza?



GLOBALE
 

Una storia senza lode, dunque, e con più di qualche infamia. Se nel complesso la prova di Cossu non può dirsi insufficiente (ma certo è lungi dall’essere in qualche modo brillante), altrettanto non può dirsi per i testi.

E’ una di quelle storie che capita di leggere all’interno di una serie lunga, anche quando è onusta di gloria passata come DD.

Per altro, il livello medio della serie negli ultimi tempi appare tornato su valori apprezzabili (maxi a parte :-) ), per cui non sembra il caso di allarmarsi per un storia meno riuscita come questa.

Decisamente poco esaltante la copertina, che, quasi in sintonia con i disegni dell’albo, trasmette un senso di staticità, con un Dylan fissato in una smorfia di sofferenza incongrua, che invece di comunicare drammaticità sembra semplicemente messo in posa per la fotografia da una mano inesperta; e gli sbuffi del vento, per quel loro essere sabbiosi, accentuano questo effetto, restituendo all’occhio del lettore una scena di pietrosa fissità. Un Angelo Stano che appare stanco, dunque.

C’è da sperare che nel prossimo episodio, alla boa dei 150 numeri, Dylan Dog ci offra qualcosa di meglio

 

 


 
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