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" Polvere di stelle"

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Vera

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Vera Vallemberg, una grande attrice dell'epoca del cinema muto, trasformata suo malgrado in vampira, si è autoisolata per decenni in una casa di campagna, assistita (e nutrita...) da un servizievole dottore. L'inizio delle riprese, da parte dell'ambiguo regista Ernest von Klauser, di un film sulla sua vita, spingerà Vera ad una "splatterosa" rentrée...

Fammi ricrescere i canini e poi lo vedi il casino che ti pianto!
recensione di Francesco Manetti



TESTI
Sog. e Sce. Pasquale Ruju    

Quando si affronta una tematica ipersfruttata come quella legata ai vampiri, bisognerebbe saperla rielaborare in maniera significativa (come ha fatto Anne Rice con "Intervista col vampiro" o Garth Ennis col Cassidy di Preacher...), per non correre il rischio di offrire ai lettori qualcosa di banale, ininteressante e vacuo.

Con "Polvere di stelle", Ruju si limita a riprendere alcune suggestioni da "Viale del tramonto", uno dei capolavori di Billy Wilder ...e niente più. L'unico vero godimento estetico che ho tratto da questa storia è dovuto alla tavola di pag.69 (dove, peraltro, svolge un ruolo fondamentale il talento di Roi...), nella quale viene ripreso il geniale incipit del film di Wilder, ovvero l'idea del cadavere che si fa narratore della propria storia. Tutto il resto ha il sapore del già visto o, peggio ancora, del fiaccamente rielaborato.

Soporifera, inoltre, la trama, col suo correre dritta sui suoi binari verso uno scontato finale risolto alla bell'e meglio con una carneficina, resa involontariamente ridicola dal fatto che Vera e Terence pronuncino una raffica di frasi fatte (es: "Sono immensamente felice di avervi tutti qui con me... per cena!", pag.80). Scarsa, anzi direi praticamente inesistente, del resto, la suspence: anche i lettori più distratti, infatti, riescono a capire benissimo, grazie alle indicazioni di pag.35, 39 e 44, la vera identità di Ernest von Klauser.

I personaggi, dal canto loro, sono abbastanza privi di spessore. Vera, ad esempio, è senz'altro resa seducente dal disegno di Roi, ma, a livello di sceneggiatura, è un personaggio decisamente schematico; un personaggio che il leit-motiv degli abusi sessuali subiti da bambina (tematica che Ruju inserisce in maniera pretestuosa) non riesce a rendere più intrigante.

Persino Dylan appare "sottotono". Ruju ci presenta un Dylan fiacco, relegato per quasi tutto l'albo nel ruolo del "fidanzato" trascurato, con sul viso un'aria perennemente malinconica; un Dylan che riesce a svolgere, infine, un ruolo da protagonista solo perché Maximilian gli mette sotto il naso le proprie memorie.

Banalmente strumentale, peraltro, anche la presenza di Anna Never, riesumata dal passato della serie solo per giustificare il coinvolgimento di Dylan nella storia. Ruju, infatti, non riesce a rivitalizzare il personaggio, adagiandosi sulla stanca ripetizione delle gag già viste negli albi "Il fantasma di Anna Never" (DD 4) e "L'ultimo uomo sulla Terra" (DD 77a).

"Chiaverottiana la vera e propria conclusione"    
Chiaverottiana, infine, la vera e propria conclusione (e l'aggettivo "chiaverottiano" vuol essere, ovviamente, un'offesa... ;-)). Che cos'è un finale chiaverottiano? E' un finale a effetto mancato, ovvero un finale nel quale l'autore cerca in ogni modo di stupire il lettore senza riuscirci, perlopiù perché questa conclusione si rivela così stupida, insensata e ridicola da far perdere forza all'intero albo (paradigmatico, ad esempio, il finale di "Frankenstein", DD 60, nel quale si scopre che anche la madre è il risultato di un taglia & incolla [si pensi invece al raccontino di Fredric Brown "La sentinella" per avere un esempio di finale a effetto riuscito, in quanto intelligente e perfettamente coerente col resto del racconto]).

Che cosa c'è che non va, a mio avviso, nel finale di "Polvere di stelle"? Il fatto che Ruju rovesci maldestramente, nel tentativo di offrire al lettore una suggestione in più, un assunto dell'albo. Nel corso della storia avevamo visto come Vera, pur conservando la propria bellezza, apparisse come un cadavere ogni volta che rifletteva la propria immagine in uno specchio. Nel finale, al contrario, Vera appare come un mostro, mentre nello specchio si riflette l'immagine della Vera bellissima degli anni '20.

Tutto questo, però, non sarebbe, di per sé, niente di grave,. Il grave è che Ruju fa voltare Vera verso uno specchio nel momento esatto in cui sorge il sole, lascia campeggiare l'immagine di Vera sullo specchio quando ormai la vampira è ridotta ad un mucchietto di cenere, per poi fa sì che lo specchio, auto-infrantosi, continui a conservare, nei suoi vari frammenti, i dettagli del volto dell'attrice. Il tutto condito da una scempiaggine fatta pronunciare, con toni sentenziosi, da Dylan ("Era solo Vera Vallemberg, Bloch. Era la divina. La donna dei sogni. Il riflesso dei nostri desideri.").

Eh sì, davvero il miglior modo per chiudere un albo già di per sé non esaltante...



DISEGNI
Corrado Roi    

(9k)
Vera
(c) 1998 SBE
   
Corrado Roi, malgrado le sue recenti incursioni in altre testate bonelliane (Julia e Magico Vento, per i quali ha realizzato rispettivamente il n.2, "Oggetto d'amore", e il n.20, "Bedlam") e malgrado il suo essere diventato disegnatore leader del neonato Brendon, non tradisce affatto i suoi lettori "storici", continuando a disegnare anche per Dylan Dog (la serie che, con le sue tematiche horror, gli è senz'altro più congeniale).

Sebbene i disegni de "Le ali della notte" siano più curati (penso, ad esempio, alle vignette nelle quali viene mostrato l'incubo ad occhi aperti di Tessa, alle pag.47-49), anche quelli di quest'albo sono senz'altro di ottimo livello. Sempre affascinante e seducente il volto di Vera; suggestive le atmosfere tenebrose, i chiaroscuri, come anche, talvolta, certe levità nel tocco della matita (come nella scena del "bacio" fra Vera e Max, a pag.86).

Talvolta, però, Roi è eccessivamente cupo anche quando non è il caso di esserlo. Nell'ultima vignetta di pag.34, ad esempio, l'abbraccio di Dylan ad Anna, abbraccio che dovrebbe essere di felicitazione per il modo in cui la ragazza ha saputo calarsi nella parte di Vera, ha un che di mesto, quasi di tragico...



GLOBALE
 

Bello il disegno di copertina, col suo prevalere di una tonalità seppia (la quale conferisce all'immagine un'aria retrò). Né la copertina, né i disegni di Roi possono però compensare la pochezza del testo di Ruju.

In definitiva, dunque, questo è un altro albo che dimostra come, fatta eccezione per la maggior parte delle storie del nuovo Sclavi (lo Sclavi che si sposa, lo Sclavi che dimagrisce, lo Sclavi che si lascia fotografare e intervistare... ;-)) e fatta eccezione, fortunatamente, anche per qualche inaspettata meteora di altri autori (ad esempio, "La prigione di carta", DD 114, scritto da Michele Medda), i testi presentati negli ultimi anni per la serie di Dylan siano fra i meno inventivi di casa Bonelli; ovvero come la maggior parte dei Dylan siano ripetitivi, privi di sorprese, di suggestioni inedite (almeno per chi, come me, ha letto e riletto praticamente tutte le 197 storie dell'indagatore dell'incubo pubblicate sinora).

 

 


 
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