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Poveri diavoli

ma che ci fa un Dampyr a Venezia?
Recensione di  |   | dampyr/


Poveri diavoli
Dampyr 76 "Spada senza tempo, La"


Poveri diavoli

Scheda IT-DP-76

Era persino ovvio che anche il girovago Harlan Draka dovesse transitare per Venezia: la città lagunare ha infatti accolto la visita doverosa dei più importanti personaggi Bonelli.

Bonelli a Venezia

Forse è stato Nathan Never a regalarci la Venezia più fantastica e struggente nell’albo Speciale n.4 “Fantasmi a Venezia”. La Venezia di Nathan Never, oramai sepolta dal mare, è ancora tenuta in vita da una cupola di vetro.
Nei recessi sotterranei di questa sorta di catafalco sottomarino vivono, celate agli occhi degli uomini, misteriose creature ancestrali i cui volti sono identici a maschere di carnevale. Queste creature sono degli empati che assorbono le emozioni e gli incubi degli uomini reali. Quella storia al ricordo è ancora capace di suscitarci qualche brivido di emozione. Non lascia traccia invece la Venezia, sufficientemente banale, in cui Gianfranco Manfredi fa muovere Dylan Dog ("La morte rossa", n.126). Il racconto è ispirato (con evidenti riferimenti a partire dal titolo) alla “Maschera della Morte Rossa” di Edgar Allan Poe. L’immaginario della Venezia di Manfredi non riesce a discostarsi dai temi (troppo sfruttati) della pestilenza, della morte e della decadenza della città lagunare.
Accuratamente ricostruita dal punto di vista storico è invece la Venezia dello spin-off di Martin Mystère, Storie da Altrove: “L’isola che giaceva in fondo al mare”, in cui trova spazio una elegante ricostruzione della leggenda principe di Venezia, quella di Maria Partecipazio detta “Vulcana”. Una storia in cui la fantasia si confonde con la realtà storica, come d’altra parte succede per quasi tutte le leggende (che sono numerosissime) nate nella città lagunare. Martin Mystere aveva invece vissuto una avventura a Venezia nel n.147 "La casa dalle finestre cieche". Una storia tutto sommato affascinante dal momento che, nell’atmosfera magica veneziana, il “detective dell’impossibile” si confrontava anche con la storia del ghetto ebraico di Venezia.
Anche Gea piomba in una Venezia surreale, sospesa fra le nubi, in cui palazzi alti come rupi si rispecchiano in un aereo nulla. Questa storia, intitolata “Gea nel Paese delle differenze”, è stata pubblicata fuori serie, con la colpevole responsabilità del vostro recensore, una volta tanto in veste di sceneggiatore, e con l’insostituibile complicità del solito Luca Enoch.

È doveroso sottolineare, ad ogni modo, che sia la Venezia di Nathan Never che quella di Gea sono state ispirate dalla Venezia Celeste di Moebius (alias Jean Giraud), il grande fumettista francese.

Nahema e Veniero
Dampyr 76

(c) 2006 SBE

Nahema e Veniero<br>Dampyr 76<br><i>(c) 2006 SBE</i>

Che ci fa un Dampyr a Venezia?

Si diceva prima che Venezia ha un enorme patrimonio di leggende e di storie fantastiche che spesso toccano temi sovrannaturali. Demoni, streghe e fantasmi sono protagonisti di numerose leggende veneziane. D’altra parte, commenta lo stesso Herald Tribune recensendo un libro sui fantasmi veneziani (E. Grandesso, Fantasmi di Venezia, ed. Helvetia):
“Dalle sue chiese secolari ai sontuosi palazzi, Venezia è stata testimone di così tanti fatti di sangue che ci si chiede come mai i suoi canali non siano tinteggiati di rosso…”
Insomma di materiale ce ne era a sufficienza per far coincidere l’arrivo di Dampyr a Venezia con una storia spettacolare, inquietante e magari raccapricciante.
Questo episodio inoltre nasce da un’idea che, se sviluppata con sapienza, poteva essere senz’altro efficace: quella di collegare Venezia con l’Estremo Oriente, il Giappone. Il tema di Venezia e l’Oriente, anche se non di assoluta originalità, poteva senz’altro divenire pretesto per un storia interessante e coinvolgente. Dalla lettura di questo numero però sembra che l’obiettivo sia fallito appieno.

Soggetto e sceneggiatura

Il fatto è che tutta quanta la narrazione appare piuttosto pretestuosa. La storia della Katana del defunto samurai Ishiyama Saemon si inserisce nella vicenda in maniera forzata e illogica. Il tenue filo che collega Venezia al Giappone è rappresentato dalla katana giapponese che rimane un elemento spesso estraneo e staccato dalla vicenda, incentrata sulla tenzone tra Nahema, Belyalis e il loro partner umano, Veniero Zen, da una parte e Harlan, Kurjak e padre Alvise, dall’altra.
Insomma il connubio Venezia e Giappone proprio non riesce. Si avverte in tutta la storia lo sforzo di correlare realtà che proprio non riescono a trovare un logico contatto. L’ambientazione veneziana è abbastanza riuscita ed ha senz’altro una sua efficacia. La narrazione però non riesce a unire i vari elementi fantastici in una visione d’assieme e gli spunti suggestivi, che pure ci sono, rimangono tessere di un mosaico incompiuto. Le varie leggende veneziane, che l’autore dimostra di conoscere, non trovano un adeguato riscontro nell’economia complessiva della narrazione.
Anche l’analisi della personalità dei personaggi rimane in superficie. Prendiamo come esempio il rapporto tra Nahema e Veniero Zen. Poteva essere una bella occasione per approfondire la personalità del demone (già presentato in Dampyr n.65, “L’angelo ribelle”), prendendo spunto dalla sua vicenda con il mortale. Cosa ha rappresentato Veniero Zen per il demone? Solo un sadico utilizzo, un piacere sessuale appagato o qualcos’altro? Al lettore è instillato un dubbio che non sarà chiarito.
Eppure ci troviamo di fronte a una sceneggiatura di stampo cinematografico e senza apparenti smagliature. Le carenze sono proprio nel soggetto che nasce da una idea stentata: non coinvolge e non riesce a regalarci neanche mezzo brivido di paura o di suspence. Appare evidente che Mignacco è uno sceneggiatore prestato a Dampyr. È poco avvezzo a costruire quei climi e quegli ambienti di autentico terrore che invece riescono così bene a Boselli. Lo sforzo del soggettista di aprire la strada all’avventura giapponese di Boselli non trova il successo di una soluzione originale. Nel corso di tutta la storia pare di avvertire l’imbarazzo di Mignacco, costretto a doversi gestire comunque la katana, e la sua fatica nell’individuare soluzioni narrative che si incastrino perfettamente con il contesto.
In questa avventura c’è tutto il mestiere dell’autore: niente da dire. Il problema è che il lettore questo lo avverte: sente la narrazione costruita a tavolino, non partorita da una idea geniale, ma dallo sforzo dell’abile artigiano con tanta tecnica e poca fantasia. In conclusione la storia si configura come una posticcia introduzione all’avventura in due episodi che sarà ambientata in Giappone da Mauro Boselli: Venezia meritava di più.

Una sfida per Harlan
Dampyr 76

(c) 2006 SBE

Una sfida per Harlan<br>Dampyr 76<br><i>(c) 2006 SBE</i>

I disegni e la copertina

Bella prova di Fabrizio Russo. L’ambientazione veneziana è disegnata con tratto elegante. Anche se qualche indecisione ancora compare qua e là, mi ha colpito piacevolmente l’espressività e la precisione che l’autore è riuscito a dare ai volti, offrendo una caratterizzazione inconsueta in un fumetto seriale. Si veda come esempio il ritratto dell’ultima vignetta di pag. 29.
Proprio perchè lo stesso autore in passato aveva palesato qualche indecisione nel ritratto questo numero mi pare rappresenti un bel risultato della sua carriera artistica.

Sempre impeccabile la copertina di Enea Riboldi che palesa un certo fascino.

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Scheda IT-DP-76

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