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" Robinson Hart:
I nomadi dell'infinito"


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A spasso nel tempo. . . l'avventura continua
recensione di Paolo Ottolina

E' più brutto Aric Kalibaan o Carlo Vanzina? Mignacco vincerà mai un Premio Oscar? Vedremo mai Robinson Hart mettersi sulle tracce dei naufraghi temporali Boldi e De Sica? Le domande sono retoriche, ma non abbiamo dubbi che se Zona X incassasse nelle edicole quanto l'ultima vanzinata ha incassato al botteghino, in Via Buonarroti non sarebbero affatto contrariati...



TESTI
Sog. e Sce. Luigi Mignacco    

Cosa pretendere da una (mini)serie come Robinson Hart? Per scelta l'utilizzo dei viaggi nel tempo non vuole essere trampolino per aggrovigliati paradossi temporali o per epiche scorribande nel continuum cronologico. Siamo più vicini allo spirito della Macchina del tempo utilizzata da Topolino e Pippo per controllare perchè Napoleone teneva la mano nella giacca e amenità simili. Quindi anche il prestito forzoso da Poul Anderson (v. articolo), è accettabile, tenuto conto che si trattata di una correzione in corsa (da miniserie a termine, a serie potenzialmente infinita).

Sottraendo alla vicenda l'arabo medievale, il soggetto è adattabile a qualsiasi serie
   

Dopo l'interessante rivisitazione delle leggende arturiane e dopo il tuttosommato piacevole excursus western del n.26, questo è un episodio interlocutorio e piuttosto deludente. Sottraendo dalla vicenda il naufrago del tempo arabo, il soggetto diventa adattabile a qualsiasi serie, con l'eroe che indaga da perfetto detective e sventa i piani dei malvagi in un concitato finale.

Per la prima volta, Robinson lavora (quasi) in coppia, coadiuvato dall'intraprendente fidanzata Jenny, purtroppo calata nella parte dell'ennesima fidanzata giornalista-detective-supergirl. Iniziamo ad avere un po' di nostalgia delle vecchie, affidabili, fidanzate dei fumetti di una volta, che stavano nelle strorie giusto per gridare "aiutooo!" ed essere salvata dall'impavido eroe...

Da notare come il tema di cronaca degli assalti ai barboni deve aver colpito Mignacco, visto che lo riutilizza in una sua storia a distanza di pochi mesi (v. Mister No n.265). La storia sfrutta l'idea de "La leggenda del Re Pescatore", per innestarvi una leggenda metropolitana come quella degli organi che "spariscono" nel sonno a ignari cittadini sequestrati nottetempo. Difficile anche spiegare l'incipit "paleolitico" con la caccia ai mummut: o era per dare un gusto di "viaggio temporale" a una storia altrimenti molto comune, o era un altro soggetto abortito e riciclato, o, ancora, l'episodio di Cordova non garantiva pagine a sufficienza e c'è stato bisogno di un'integrazione.

Discreti i dialoghi, per i quali Mignacco ha sempre una bella mano e piacevole la caratterizzazione del modo di esprimersi dell'arabo medievale Jahled Beni Kusher: sembra uscito da un poema epico ariostesco.

E stavolta l'elfide Aric Kalibaann è un po' meno saccente e insopportabile del solito, un po' più umano si potrebbe dire.



DISEGNI
Alberto Castiglioni    

Pur preferendo l'interpretazione fornita da Russo, col suo segno sintetico (un po' pesante, a dirla tutta), il più classico Castiglioni non è da disprezzare. La linea molto fine e precisa, stavolta appoggiata anche da alcuni retini, crea dei bei primi piani, piacevoli ed equilibrati nel chiaroscuro. Notevole il livello di dettaglio degli ambienti, soprattutto quando le inquadruture si allargano e lasciano spazio per le architetture di Cordova o per le distese preistoriche.

Notevole il dettaglio degli ambienti e piacevoli i primi piani    

Per contro, le figure sono appesantite da una notevole fissità nelle scene più dinamiche e da alcune espressione degne di attori da Z-movie. Fastidioso un "vizio" del disegnatore: spesso le figure intere sono disegnate sghembe, e se l'effetto voluto è quello di movimentare le scene, il risultato è straniante e non del tutto piacevole. Innaturale, inoltre, il modo in cui molti personaggi si protendono in avanti nel parlare, risulando simili a grosse marionette umane (avete presente i teatrini per bambini con Arlecchino e Pulcinella che si prendono a bastonate?).



GLOBALE
 

Da un po' di tempo in qua, Zona X sembra essere diventata lo specchio della classica storia Bonelli media: dialoghi scritti con mestiere, lettura scorrevole, disegni all'altezza. Professionale, eppure terribilmente vuota e artificiosa. Senz'anima, fatta da onesti mestieranti, ma senza passione, senza vera comunicativa. Speriamo per il futuro, visto che la serie (così pare) vivrà. Caotica la cover di Alessandrini.
 

 


 
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