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(3k) Anta
di Moreno Burattini

Zagor è di qualche mese più vecchio di me. Apparve in edicola con il suo albo d'esordio (una striscia intitolata "La foresta degli agguati") il 15 giugno 1961; io venni al mondo nel settembre dell'anno successivo. Adesso che lui varca la soglia degli anni Anta, so che tra poco lo stesso traguardo toccherà anche a me. Quando lessi la sua prima avventura avevo poco più di otto anni, mentre lui era sulla breccia da quasi dieci. Se guardo i bambini che frequentano le elementari adesso, mi sembra che sia passato un secolo. Erano davvero altri tempi: i programmi televisivi cominciavano solo a metà pomeriggio, con la "TV dei ragazzi". Dopo carosello ci mandavano a letto. In ogni caso, c'era poca scelta: solo due canali RAI, naturalmente in bianco e nero. Nei bar si poteva giocare a biliardino o a flipper, non esistevano video-game. Non c'erano dunque schermi catodici a succhiarci il cervello, e noi ragazzi leggevamo fumetti. Non in due o tre: tutti, intendo. Ricordo ancora le feroci dispute fra i miei coetanei su chi fosse l'eroe più in gamba fra Tex, Zagor, il Comandante Mark e il Piccolo Ranger. A me piaceva anche il Grande Blek, però siccome agli altri non andava a genio mi vergognavo a dirlo. Trascorrevamo pomeriggi interi a giocare a carte, e la posta in palio erano pile di giornalini sgualciti che passavano continuamente di mano.

Inizialmente leggevo i fumetti e poi li scambiavo con altri, senza trattenerli. Poi, un giorno, in casa di un compagno di classe, vidi un armadietto pieno zeppo di albi di Zagor tutti disposti in bell'ordine, uno accanto all'altro. Mi accorsi che la cosa aveva risvolti pratici: il mio amico poteva rileggere in qualunque momento le storie che più gli erano piaciute, e di fronte a un numero che riprendeva i fili di una narrazione interrottasi il mese precedente, poteva tornare a controllare che cosa era successo e dove si era rimasti. Ne approfittai subito facendomi prestare "Lo spettro": alla fine della puntata precedente, lo sapevo, Zagor era stato legato a una roccia e le aquile scendevano minacciose, disegnando cerchi sempre più stretti nel cielo, per divorarlo. Come avrebbe fatto a salvarsi? Me l'ero chiesto per mesi. Grazie alla collezione di Simone scoprii che, proprio all'ultimo momento, Cico giungeva a liberare l'amico in difficoltà! Decisi anch'io non avrei più gettato via nessuno Zagor. Cominciai a sloggiare camicie e pantaloni dagli armadi per far posto ai miei giornalini: non solo Zagor, ma anche Tex, Mark, Alan Ford e - quando uscì - Mister No. Lo spazio occupato dai fumetti, in costante crescita come un blob, preoccupava mamma e papà, che un giorno chiesero ai miei insegnanti se fosse il caso di pormi un freno. Mi andò bene: costoro (gli insegnanti) si erano accorti che potevo sfoggiare un'ottima infarinatura della storia e della geografia delle due Americhe, che sapevo parecchie cose sugli usi e i costumi di un ricco campionario di popoli, che riconoscevo gli animali più strani a colpo sicuro. Dai temi scolastici che facevo, dicevano, erano evidenti due verità: primo, avevo imparato molte di quelle cose proprio sui fumetti; secondo, i fumetti mi avevano stimolato ad approfondire certi argomenti su altri libri. Ricordo ancora che, svolgendo un compito in classe in cui si chiedeva di parlare degli eroi di carta miei preferiti, citai a memoria (credo con una percentuale minima di errori) il discorso fatto da Zagor al principe Minamoto in "Arrivano i Samurai". Avevo riletto cento volte quelle frasi, che mi sembravano (e mi sembrano tuttora) bellissime, la summa della filosofia zagoriana: "Anche la mia vita, non c'è dubbio, è segnata dal marchio della violenza - dice lo Spirito con la Scure al guerriero giapponese che gli sta davanti - ma tra noi esiste fortunatamente una differenza incolmabile! Se io combatto, se io uccido, è soltanto perché la situazione di questo meraviglioso ma ancora selvaggio Paese me lo impone! Un giorno, spero, giuste leggi, mentalità più aperte smusseranno i punti di attrito tra gli abitanti di Darkwood e i conquistatori bianchi... in quel preciso istante io rinuncerò senza alcun rimpianto alla mia immagine di combattente e di guerriero, e sarò lieto di buttare nel più profondo dei fiumi quella scure che ora considero un mezzo sgradevole ma indispensabile per ottenere un po' di giustizia!". Quando l'insegnante riportò i compiti corretti, sul mio c'era scritto: "Bravo: hai dimostrato che anche i fumetti possono insegnare qualcosa".

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Oggi, quando leggo sulla posta delle testate supereroistiche i commenti dei lettori a storie degli X-Men o dell'Uomo Ragno, mi chiedo che cosa scriverebbero se avessero letto quelle di Zagor sceneggiate da Nolitta, e credo che non potrebbero non apprezzare anche loro "Arrivano i Samurai", "La marcia della disperazione" o "La rabbia degli Osages". A chi mi dice che Zagor è un personaggio ormai inesorabilmente datato per il suo costume sgargiante che potrebbe sembrare a qualcuno persino ridicolo, faccio notare che proprio i super-eroi americani vanno in giro con delle tenute ancora più vistose e pittoresche, e lo fanno con disinvoltura non fra gli alberi di una foresta di centocinquanta anni fa ma fra i grattacieli delle metropoli contemporanee. L'ho già scritto, e lo ripeto perché ne sono convinto: in un'epoca come la nostra segnata dalle tensioni fra il nord e il sud del mondo, la foresta di Darkwood è una metafora della società multirazziale che tra mille difficoltà si va costituendo, e un personaggio che come Zagor cerca di proporsi come mediatore fra le diverse culture è forse più attuale oggi di quarant'anni fa. Così come l'amore per la natura che si respira nelle sue pagine e che è presente fin dalle prime storie, realizzate quando ancora l'ecologia non era di moda. Per chi legge Zagor, "Balla coi lupi" e "L'ultimo dei Mohicani" hanno davvero scoperto l'acqua calda. E perfino Dylan Dog arriva secondo: Tiziano Sclavi ha fatto su Zagor le prove generali del suo Indagatore dell'Incubo e Darkwood è anche il regno dell'orrore. Non quello più insulso e più splatter, che ti disgusta soltanto; ma quello che ti scava nell'anima e ti lascia un nodo alla gola proponendoti alla fine il dubbio se anche il mostro non abbia diritto alla pietà. Erskine Caldwell, uno scrittore americano recentemente scomparso e celebre per i suoi romanzi di ambientazione sudista, diceva che il segreto della vita è quello di trovare persone disposte a pagarti per fare delle cose che tu saresti disposto a fare pagando, se avessi il denaro necessario. Io sarei stato disposto a pagare, pur di riuscire a scrivere Zagor: è sempre stata la mia massima aspirazione fin da ragazzo. Ho trovato la persona disposta a pagarmi perché lo faccia: Sergio Bonelli, quel Guido Nolitta che tanto ammiravo ai tempi della scuola. Fra tanti sogni che Zagor mi ha fatto vivere, uno lo ha fatto anche avverare. Una volta, sulla posta di uno degli albi dell'eroe di Darkwood, un lettore confidava a Sergio Bonelli: "So di aver avuto un'infanzia splendida, grazie a Zagor". Le stesse parole che avrei voluto scrivere io.
 

 


 
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