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"L'avamposto
dei trappers"


TESTI
Ottavio De Angelis
DISEGNI
Raffaele Della Monica

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Un Macbeth nel west
recensione di Daniele Alfonso

Manca solo una foresta che cammina...

L'accostarsi di un nuovo autore ai testi della propria serie preferita è sempre accompagnato da un misto di speranza e di timore. La speranza è che la nuova leva riesca a trovare un approccio in qualche modo innovativo alla narrazione e ai personaggi, compito non proprio facile per una serie dalla lunga vita editoriale come Zagor, che oltretutto (e per fortuna) è scevra di facili cliché che possano aiutare il lettore a sentirsi immediatamente "a casa" - escludendo il leggendario appetito di Cico. Il timore è che il giovane autore, volendo innovare, non porti il necessario rispetto alla psicologia dei protagonisti e ai topoi della serie, già consolidati nel corso degli anni.

In questo caso, l'approccio originale sta nell'ispirazione al celebre dramma shakespeariano "Macbeth", il che è senza dubbio un'innovazione, visto che Sergio Bonelli non era solito trarre i suoi modelli dalla letteratura classica, preferendo come riferimenti i romanzi e i film di avventura, western, e horror, che avevano segnato la sua fanciullezza. E' facile pensare alle opere di Jack London, o Jules Verne o Emilio Salgari come terreno fertile da cui la saga zagoriana può attingere idee, ma è vero che i grandi autori, come Shakespeare, sono universali e possono essere sempre presi a riferimento, mutatis mutandis: De Angelis ce lo dimostra.

In questa storia di respiro shakespeariano, in cui compare una perfetta Lady Macbeth, un fantasma (anche se immaginario) e delle oscure profezie che magari sarebbero anche piaciute al Grande Bardo, il carattere di Zagor fatica ad emergere, adombrato com'è dalla moltitudine di personaggi che calcano il proscenio: la luce dei riflettori basta a malapena per tutti, e a risentirne è il ritmo della sceneggiatura, che si fa affannato nel tener dietro agli avvenimenti, che si susseguono a un ritmo incalzante, raccordati uno all'altro in maniera non sempre ottimale, innaturalmente rapida di tanto in tanto. Con questo non vogliamo dire che la vicenda, per quanto interessante, avrebbe meritato uno sviluppo superiore alle 188 tavole concessegli, e siamo perfettamente d'accordo con Gianfranco Manfredi, che nella posta di MV 71 ha risposto a un lettore che chiedeva storie di più ampio respiro dicendo "è meglio che al lettore alla fine resti un pizzico di voglia, piuttoso che di noia".

Tuttavia, ci pare che De Angelis debba ancora farsi un po' le ossa prima di raggiungere l'esperienza di Manfredi nella gestione di una vicenda che coinvolga così tanti personaggi. Il suo esordio è da pacca di incoraggiamento sulla spalla, ma non di più.

La vicenda, certamente di piacevole lettura ma priva di risvolti capaci di entusiasmare, deve molto ai disegni di un Raffaele della Monica sempre molto bravo, talmente bravo che cominciamo a temere che qualcuno, nelle alte sfere della SBE, mediti di trasferirlo a qualche serie di maggiore tiratura, come magari Tex o Dampyr. Visto che episodi del genere sono già successi con Marcello, Dotti, Andreucci e Torricelli, i nostri timori ci sembrano tutt'altro che infondati: speriamo bene!

Per fortuna ogni tanto Della Monica sbaglia... anche se a dire il vero è sempre difficile stabilire se sia il disegnatore a non esprimersi al meglio, o se piuttosto questi non faccia i proverbiali salti mortali per rimediare alle magagne della sceneggiatura. Osservate ad esempio la morte del trapper a p.28 del N.455: questi esce dal fiume carponi, e subito dopo si ritrova supino, trafitto da una lancia. Se la capriola del trapper, avvenuta nella closure tra le ultime due vignette, sia colpa di De Angelis o Della Monica, lasciamo ai posteri il compito di stabilirlo.
 

 


 
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