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La sindrome di Mortimer

quando la logica sacrifica il coinvolgimento del lettore
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La sindrome di Mortimer
Zagor


La sindrome di Mortimer


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Scheda IT-ZG-521-524

Anche l’abisso guarda

Comparso per la prima volta in un episodio del 1998 ("Colpo da maestro", n.394-396) e da allora ritornato in altre tre occasioni, Mortimer è ormai diventato il più importante avversario di Zagor del periodo post-nolittiano, guadagnandosi sul campo un posto nella galleria dei grandi cattivi della serie dedicata allo Spirito con la Scure.

Parzialmente ispirato a geni del crimine come il professor Moriarty o Diabolik, Mortimer è carismatico, brillante e spietato. Non è uno di quei villain che tramano per conquistare il mondo (per farsene cosa, poi, non si sa), anche perché non ha a disposizione la tecnologia di Hellingen, la magia di Kandrax o la forza sovrumana del vampiro Rakosi. Le sue principali armi sono invece la logica e l’intelligenza, sensibilmente superiori alla media, con cui concepisce furti sensazionali. Come in un esperimento scientifico in laboratorio, Mortimer riesce a pianificare, gestire e prevedere ogni minima variabile dei suoi piani, sia tecnica (rubare un carico d'oro durante il trasporto senza che le guardie se ne accorgano) che umana (la psicologia delle persone che manovra anche a distanza), anticipando così ogni possibilità e relativa contromossa. Queste sono le caratteristiche con cui Moreno Burattini, il suo creatore, lo ha definito e coinvolto in piani criminali o vendette sempre più audaci e complesse. Portando l’intelligenza di Mortimer ogni volta un passo oltre l’episodio precedente.

Tuttavia, "se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te". Alla fine, la scrittura di Moreno Burattini è stata colpita da quella che chiamerò "sindrome di Mortimer". Con conseguenze particolarmente controverse nella recente "Zagor contro Mortimer" (n.521-524), dove una serie di singoli aspetti negativi che covavano sotto la cenere da qualche anno (più volte segnalati in precedenti occasioni) si sono combinati tra loro al peggio delle loro possibilità, rovinando uno spunto potenzialmente epico.

La sindrome di Mortimer esaspera l'obiettivo della chiarezza a discapito di quello di rendere appassionante l'esperienza della lettura
Che soggetto per quest’ultima storia! Un grande avversario, una diabolica trappola ad orologeria, un viaggio e una località esotica (Haiti) in cui il nostro eroe era stato solo in un paio di leggendarie avventure ("Vudu", n.92-95, e "Oceano", n.95-99). Tutti coloro che, come il sottoscritto, hanno vissuto in prima persona gli anni ’80 della serie (il periodo poi ribattezzato "medioevo zagoriano"), a quell’epoca avrebbero solo potuto sognare un soggetto così, ogni volta in cui uno Spirito con la Scure imbolsito si faceva mettere in difficoltà da avversari non all’altezza in trame ripetitive (fortini assediati dagli indiani, biechi trafficanti di alcool di pessima qualità, sassate in testa). Poi sono arrivati gli anni ’90 e duemila, con Boselli e Burattini che hanno rilanciato Zagor rinvigorendo lo spirito avventuroso a tutto tondo e l'universo narrativo della serie. Burattini, in particolare, ha contraddistinto il suo operato con trame all’insegna del rispetto per Zagor, aggiornandolo per il lettore moderno, recuperando un Cico nolittiano e proponendo tante storie ad ampio respiro, ormai una specie in via di estinzione nel panorama bonelliano. E allora, se è fuori discussione che nelle storie di Burattini non siamo di fronte ad un depotenziamento delle caratteristiche del titolare della testata (come è invece accaduto, nel tempo, al "fratello maggiore" Tex con Claudio Nizzi, come documentato dai colleghi Giorgio Loi e Michela Feltrin), attraverso quali canali la "sindrome di Mortimer" crea danni?

Parole, parole, parole...
disegni di Marco Verni, Zagor n.524, pag.73

(c) 2009 Sergio Bonelli Editore

Parole, parole, parole...<br>disegni di Marco Verni, Zagor n.524, pag.73<br><i>(c) 2009 Sergio Bonelli Editore</i>

Una definizione della sindrome

La sindrome di Mortimer privilegia, nella narrazione di una storia, l’obiettivo della chiarezza. Questo non è certo un male di per sé, anzi: il primo scopo ricercato da un autore di una storia a fumetti è che i lettori comprendano il racconto. Beh, questo magari non vale per tutti gli autori o per tutte le storie, ma per una serie come Zagor si può affermare con una certa sicurezza. Quando subentra la sindrome di Mortimer, tuttavia, l’obiettivo della chiarezza diventa assoluto, viene esasperato e si affida principalmente alle parole. Tante, tantissime parole. Non ad un equilibrato ed invisibile rapporto tra parole e immagini, che vuole che ogni tanto si cambi il registro e che la narrazione sia portata avanti a turno ora da una componente, ora dall’altra, ora da entrambe, arricchendo a vicenda i contenuti che parole e immagini possono portare da sole, secondo le rispettive potenzialità e peculiarità. Nelle situazioni più acute della sindrome, invece, è sempre la parola (nella forma di descrizioni o spiegazioni) a doverci informare di quello che dobbiamo sapere per capire la storia, non un’espressione del volto o un’immagine. Il fumetto dimentica la sua magia invisibile e si trasforma in prosa.

In questo modo viene sacrificato il secondo obiettivo di una storia a fumetti: quello di rendere appassionante l’esperienza della lettura, di catturare l’attenzione sino all’ultima pagina, di coinvolgere il lettore. Vediamo perché.


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