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"Figlio del vento"

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Una volta Tex era un formidabile raddrizzatorti dalle maniere spicce, che non esitava a entrare in azione ogni volta che legge e giustizia prendevano strade diverse. Ma questo superuomo infallibile è stato ritenuto troppo distante dal suo pubblico, così oggi è come uno di noi, un mediatore, più disposto a chiedere aiuto che a fornirlo. Ma stiamo parlando davvero di Tex? Lo abbiamo chiesto a lui.

Umano, troppo umano
recensione di Giorgio Loi



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Nizzi    

D: E' vero che questa volta ti sei fatto insolentire da un giovanotto indiano senza fare una piega?
R: Era una testa calda, non valeva la pena di prendersela.
D: Ma anche quando il capo dei
mustangers ti ha risposto picche, dopo averti malamente colto in fallo, tu non hai nemmeno accennato uno straccio di reazione e sei andato a chiedere aiuto al comandante del forte.
R: Volevo evitare incidenti, trovandomi in una situazione delicata, e rivolgermi all'autorità militare era la cosa migliore.
D: E quando hai capito che pure il comandante era un balordo, non ti è venuto il prurito alle mani?
R: Certo che no! Sono una persona ragionevole, io, e reagire avrebbe significato mettermi nei guai senza motivo.
D: Capisco. E' per questo che hai subito deciso di rivolgerti al tuo amico Davis senza nemmeno provare a fare qualcosa di tua iniziativa.
R: Claro! Massimo risultato con il minimo sforzo. E poi il comandante non era così balordo.
D: Vero, ma tu lo hai capito solo quando te l'hanno ammazzato sotto il naso.
R: Diavolo, si è svolto tutto troppo rapidamente! Non mi ero ancora reso conto di quanto stava accadendo che era già tutto finito.
D: Perdiamo colpi, eh? Del resto, te la sei presa comoda anche quando ti sei fatto beccare da quel "terribile" damerino inglese e sei rimasto rinchiuso cinque, dicasi cinque giorni, in gattabuia con i tuoi pards a ridere e scherzare in attesa che qualcuno vi cavasse dai guai.
R: Peste, che pretendevi? Che mi mettessi a fare il matto all'interno di un forte militare, magari provando pure a scappare?
D: Beh... una volta, in effetti...
R: Non se ne parla, figuriamoci! Avrei dovuto dichiarare guerra all'esercito? E poi non ho più l'età per certe bravate!
D: Eh sì! Una volta non ti saresti nemmeno fatto disarcionare da un mustang finendo a gambe all'aria. E pensare che ti chiamavano "il re del rodeo"!
R: Guarda che quel cavallo era un autentico tizzone d'inferno! Volevi provarci tu?
D: Veramente...
R: E allora pensaci bene, piedidolci, prima di criticare il prossimo!
D: Hai ragione, chi dovrebbe criticarti è Orso Nero, che si è fidato a seguirti e che hai lasciato catturare mentre te ne stavi ben nascosto a osservare.
R: Quelli erano tanti e io da solo, e poi... Oh, senti! Ora basta! Ho anch'io i miei limiti, sai? Per chi mi hai preso? Per Tex Willer?!?

"Il motivo dominante di questo lungo malloppone è la stanchezza"
   
Avessimo avuto realmente l'occasione di fare questa intervista forse le cose non sarebbero andate così, ma la tentazione di provare a smascherare l'impostore che da anni si cela sotto i panni di Tex è forte. Di sicuro, come già troppe volte ci siamo trovati a scrivere, il motivo dominante di questo lungo malloppone è la stanchezza. Claudio Nizzi è stanco, innegabilmente, e stavolta alle sciatteria e prolissità della sceneggiatura si aggiunge un soggetto che non sta in piedi.

Innanzi tutto, è giusto criticare la scelta di riscrivere (male) la storica avventura di Silver Star? In fin dei conti Tex e il West in generale sono stati sfruttati fino al midollo, le idee sono sempre quelle e pure il grande G.L. Bonelli lavorava sui famosi "dieci canovacci", ma è meglio chiarirsi subito. La cittadina oppressa dal prepotente di turno è un canovaccio; l'ufficiale ambizioso che minaccia i pellirosse è un canovaccio; i banditi che rapinano la banca è un canovaccio. Ma il cavallo sacro che rischia di essere catturato non è un canovaccio, è un'idea molto particolare che sarebbe saggio lasciare confinata alla sua prima rappresentazione e che, se proprio la si vuole riprendere, meriterebbe una sceneggiatura quanto meno all'altezza dell'originale. Non è proprio il caso.

Si comincia a chiedere aiuto...
Si comincia a chiedere aiuto...(c) 2003 SBE
Questo sesto Maxi poggia su tre pilastri: un soggetto copiato e inconsistente; poca azione (e pochissime sparatorie) a fronte di dialoghi lunghi e opachi; la oramai consueta serie di figure barbine inanellata da Tex. In mezzo qualche sporadica scena riuscita, come Tiger all'ufficio del telegrafo o l'inaspettato accoltellamento dei banditi nel bosco, sempre opera di Tiger. Nizzi ha un debole per il guerriero Navajo, è indubbio, tant'è vero che resta l'unico personaggio che ancora riesce a conservare un briciolo di dignità. Peccato che dei tre avversari che infilza con il suo micidiale coltello non ci venga mostrata nemmeno una sequenza. Che Nizzi abbia voluto risparmiarci queste scene particolarmente cruente, dati la spiccata sensibilità del texiano medio e l'elevato tasso di violenza dell'albo? ;-)

Soggetto inconsistente. Tutto ruota intorno allo stallone sacro, incarnazione dello spirito degli Arapahos, minacciato dall'ottusità di due uomini. Qual è il geniale piano di Tex? Catturarlo a sua volta, per sottrarlo alle grinfie dei malintenzionati, e poi addirittura domarlo (il perché non ci è dato sapere, ma il gesto ci pare un sacrilegio). La prima pensata serve per mettere in pericolo il cavallo, che si salva solo per l'assoluta dabbenaggine dei cattivi; la seconda invece ci dà modo di vedere Tex finire disarcionato gambe al cielo, scena assolutamente indispensabile ai fini del consolidamento del mito! :-( Per il resto Tex si rivolge al suo amicone Davis senza nemmeno provare a imporsi, tanto sui mustangers quanto sul comandante del forte, uomo quest'ultimo di cui non capisce nemmeno la reale natura (e sì che una volta gli bastava guardare un uomo negli occhi).

Poca azione. Inutile spendere troppe parole. In 334 pagine abbiamo un paio di sparatorie, uomini appollaiati sugli alberi che si spiano, dialoghi lunghissimi e tanta noia. Se poi consideriamo che il soggetto originale è stato allungato per consentire lo spostamento dal Texone al Maxi, dovremmo pure congratularci con Nizzi per non averlo fatto pesare troppo!

La grande rivincita
La grande rivincita. (c) 2003 SBE
Figure barbine. Anche qui l'amor di patria ci vieta di dilungarci. L'intervista iniziale e la scheda forniscono già un campionario esauriente. Ma come possiamo ignorare l'indomito ranger che rischia di farsi impallinare dal pard indiano e si "salva" solo implorando un "No, Tiger!" lasciandoci il dubbio se non fosse stato il caso di usare qualche accorgimento (un richiamo, per esempio) e un po' di precauzione nel muoversi in mezzo al bosco? Oppure quando impone al braccio destro di Jefferson, molto credibilmente, di andarsi a consegnare alle autorità? Ancora quando, meschinamente, irride un ormai sconfitto Maggiore Duncan, ma della cui sconfitta non ci sarebbe alcun motivo di gloriarsi per il modo in cui è stata ottenuta?

"Perfino l'unica sparatoria decente dell'albo sembra costruita apposta per mostrarci quanto Tex sia cambiato, in peggio"
   
Perfino l'unica sparatoria decente dell'albo, ossia l'assedio in cima al poggio, sembra costruita apposta per mostrarci quanto Tex sia cambiato, in peggio. Impossibile non pensare alla stessa situazione verificatasi nel n.169 "La carica dei Navajos", e impossibile non notare l'abisso che separa le due storie e i differenti atteggiamenti di Tex: spaccone, duro e spietato quello bonelliano; rassegnato e fatalista, sia pure con un guizzo d'orgoglio finale, quello nizziano.

Non è tanto la presunta "umanità" di questi comportamenti a infastidirci, quanto la loro assoluta gratuità. Ma davvero qualcuno è convinto che, comportandosi così, Tex risulti più simpatico?



DISEGNI
Roberto Diso    

Alla sua prima prova su Tex il settantunenne Diso offre un risultato di buon livello, cui va aggiunto il merito di aver mantenuto tale livello per ben 334 pagine.


Bella! (c) 2003 SBE
   
 
Le pose sono quasi sempre convincenti. Inquadrature, ombre, scenari sono parimenti resi benissimo e Diso ha modo di impiegare la sua maestria nella rappresentazione di tavole "naturalistiche", come testimoniano i bei primi piani di animali che impreziosiscono numerose vignette.

Va detto che quest'avventura ha un'ambientazione particolare, quasi esclusivamente boschiva. Per "promuovere" definitivamente Diso aspettiamo di vederlo all'opera con scenari più tipici, quali le aride distese del Texas e del Nuovo Messico o le polverose main street delle cittadine di frontiera.

Dove ancora Diso deve migliorare è nei primi piani, segnatamente i volti dei pards, con i quali dimostra di non trovarsi a proprio agio variando continuamente le fisionomie e mostrando incertezze in alcune espressioni facciali. Anche il suo caratteristico taglio d'occhi, che i lettori di Mister No ben conoscono, a volte conferisce un aspetto orientaleggiante ai pards (e starebbe bene giusto a Tiger).



GLOBALE
 

Ci spiace che l'esordio texiano di un maestro come Diso sia avvenuto in un albo così, ma non riusciamo a trovare elementi positivi in questo "Figlio del vento". Si tratta di una storia appena passabile se considerata a sé stante, ma assolutamente inaccettabile come avventura di Tex.

Diluito nelle considerevoli dimensioni di un Maxi questo evitabilissimo rifacimento di una grande storia del passato diventa talmente noioso che si fatica ad arrivare in fondo. Aggiungiamo comunque alcuni punti "di stima" all'opera del grande Diso e alla bellissima copertina di Claudio Villa, che continua a superare sé stesso.

Se è vero che il vecchio Tex era G.L. Bonelli, dobbiamo concludere che questo Tex, umano e fallibile, è Claudio Nizzi. Non riusciamo a capire che fascino possa sprigionare un cow-boy che chiede aiuto a tutti, fa un sacco di errori, spara poco e picchia ancor meno, ma una cosa è certa: descrivere una scena in cui quattro uomini vanno incontro ad avversari armati tenendo le canne dei fucili rivolte verso l'alto ed esponendosi, così, alla loro possibile risposta, significa non avere la minima idea di come si costruisca uno scontro a fuoco credibile. Una volta Nizzi suppliva alla mancata identificazione fra autore e personaggio con il mestiere e l'entusiasmo. Ora che all'entusiasmo è subentrata l'afasia quel che resta lo possiamo leggere nelle 334 pagine di "Figlio del vento". Non è molto.
 

 


 
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