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"Muddy Creek"

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L’impresa era riuscita solo al diabolico Yama. Solo lui era stato capace di passare attraverso lo specchio, proiettando il suo corpo nello spazio illimitato del fantastico mondo texiano. Oramai Yama ha perduto il suo primato. Il ranger dei suoi incubi peggiori ha superato tutti i confini della fantasia, arrivando là dove nemmeno Yama era mai giunto prima: nel mondo del nonsenso. Cosa c’entra tutto questo con una storia di bovini e miniere ambientata nel Texas? Giudicate voi…

Tex nel mondo dello specchio
recensione di Michela Feltrin



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Nizzi    

La principale accusa che viene mossa da diverso tempo a Claudio Nizzi è quella di raccontare la storia di un personaggio che non è Tex. Più volte, nelle nostre precedenti recensioni, abbiamo individuato e contestato gli aspetti caratteristici del doppio di Tex e del teatro delle sue cosiddette “avventure”. Se volessimo tracciarne una sorta di identikit, il risultato sarebbe più o meno questo: il doppio di Tex è un “uomo senza qualità” che indossa una camicia gialla, un fazzoletto nero e uno Stetson. Agisce poco e parla molto, e quando parla, spesso ripete più volte le stesse cose tanto che, a intervalli pressoché regolari, ci sembra quasi di avere involontariamente premuto il tasto del replay. La fisionomia è quella del personaggio conosciuto: è sufficiente a illuderci ma solo per pochi istanti. Perché quando andiamo in cerca dello spirito, dell’anima, del cuore, troviamo solo delle protesi. Nel mondo in cui si muove non c’è calore, latitano le emozioni, e l’epica è sempre più spesso un gadget, inserito quasi per sbaglio e seppellito sotto un oceano di parole vuote.

"Non abbiamo capito che il gioco è cambiato, e che insieme al gioco sono cambiate anche le regole"
   
A prescindere dalla maggiore o minore validità dell’identikit appena proposto, ci accorgiamo di aver commesso un madornale errore: abbiamo giudicato il fumetto e il personaggio con il metro sbagliato, non abbiamo capito che il gioco è cambiato, e che insieme al gioco sono cambiate anche le regole. Per stare al nuovo gioco e imparare le nuove regole dobbiamo fare una sorta di pellegrinaggio in un mondo sconosciuto dove le cose vanno perlopiù alla rovescia: la verosimiglianza diventa una convenzione da evitare o da superare, non certo da ricercare; la plausibilità di moventi e motivazioni diventa un fastidioso contrattempo, tanto da essere spesso sommersa dal suono (si badi, non dal senso) di una verbosità dilatata; la logica lascia il posto alternativamente alla previsione, all’artificiosità, o, sempre più spesso, ad una schiera senza fine di aiutanti magici (…come in ogni fiaba che si rispetti).

Se cominciamo con l’accettare queste prime, semplici regole, tutto quello che fino a poco fa ci appariva come tradimento, travisamento e snaturamento dell’eroe Tex e del suo mondo, ci sembrerà ora normalissimo.

Anche "Muddy Creek" sembra confermare la bontà del nostro primitivo teorema.

Il soggetto presenta indubbiamente qualche elemento di originalità. Ci riferiamo al tema della gelosia tra fratelli, poco (o addirittura mai) sfruttato nella lunga saga di Tex, complicato dalla storia d’amore tra il giovanotto “incompreso” e la ragazza da saloon, e reso più “tragico” dai propositi vendicativi del giovane nei confronti del padre e del fratello minore, e dalla menzogna della donna, amante e complice (in)volontaria dello sceriffo maneggione. Un tema classico da feuilleton, dunque, ma proprio questa sua matrice ottocentesca, unitamente alla novità della sua presenza sulle pagine di Tex, rendeva questo spunto estremamente interessante.

Tra gli altri elementi di un certo rilievo segnaliamo il tema del connubio tra il pezzo grosso di città e lo sceriffo corrotto e il tema della speculazione terriera: d’accordo, questa storia offre una loro ennesima e banale interpretazione, ma non dimentichiamo che si tratta di temi classici della scrittura di Tex. Casomai, più che la loro riproposizione in sé, ciò che maggiormente infastidisce è il modo della loro riproposizione, che li ha ormai resi triti e ritriti.

Si tratta comunque di poca cosa. Tutto questo non basta a scuotere dal torpore un soggetto che viene soffocato da circa 160 pagine di dialoghi e di lungaggini, condito dalla presenza quasi ininfluente del doppio di Tex e del fantasma di Carson, e interpretato da una serie di marionette costrette a recitare senza enfasi e a concedere bis e tris delle medesime battute.

"Se guardiamo attraverso lo specchio e decidiamo di accettare un mondo alla rovescia, ecco che tutto ci appare sotto una nuova luce"
   
Tuttavia, se guardiamo attraverso lo specchio e decidiamo di accettare un mondo alla rovescia, ecco che tutto ci appare sotto una nuova luce: in un mondo simile non può sorprendere nessuna contraddizione logica, come quella di far giungere il proprio piano alle orecchie degli avversari allo scopo di attirarli in trappola, e poi dimenticare tutte le più elementari precauzioni per fare in modo che la trappola abbia successo; oppure quella di sapere che il proprio informatore è stato scoperto, e decidere comunque di rimandarlo tra i cattivi, dove rischia di essere ucciso; oppure, ancora, quella di andare ad arrestare un pericoloso criminale con l’accortezza di bussare elegantemente alla porta della sua casa dicendo al maggiordomo: “Si tratta di una cosa urgente, non posso aspettare fino a domani.”

22k - Attraverso lo specchio
Tex visto attraverso lo specchio
di Brindisi (c) 2004 SBE

In un mondo simile non stupisce che Tex non capisca al volo perché l’acqua è tornata ad essere pura, o che posi a terra il fucile davanti a un uomo armato; o che Steve congiuri contro il fratello per ragioni di gelosia e che, dopo il colloquio chiarificatore col padre, il suo primo pensiero non vada con orrore a quello che stava per fare, bensì al fatto che i suoi complici stavano per imbrogliarlo; o che Kit Carson, ranger del Texas con almeno 10 anni di esperienza in più di Tex, non sappia tenere a bada, da una posizione favorevole e con armi e munizioni a sufficienza, cinque mediocri aiutanti dello sceriffo, o che debba rassegnarsi a subire dal suo pard istruzioni di questo tipo: “Tu chiuditi dentro e apri solo se riconosci la mia voce”.

21k - Il VECCHIO Carson
Nuovi impegni in vista per il vecchio Carson
di Brindisi (c) 2004 SBE

Se dal soggetto passiamo alla sceneggiatura vera e propria, anche qui la situazione si presenta ribaltata: i caratteri dei personaggi vengono raccontati anziché mostrati; analogamente, le loro azioni vengono anticipate, spiegate, previste, anziché mostrate. Persino il flash-back viene usato per rispiegare qualcosa che era stato già detto, invece di mostrare qualcosa che non avevamo ancora visto o che comunque può contribuire allo sviluppo della narrazione. In definitiva, è come se i dialoghi avessero preso prepotentemente il posto di tutto il resto: fluidità della storia, ritmo, azione, colpi di scena, suspense, sentimenti dei personaggi, caratterizzazione dei medesimi, eccetera.

In un futuro non troppo lontano potremmo dover leggere un dialogo del genere tra Tex e Carson: Carson: “So bene che cosa stai pensando, ma non è affatto così.” Tex: “Se fosse così, potrebbe esserlo; e se era così, lo sarebbe stato; ma se non è così, non lo è. È logico.”

Se mai ciò dovesse accadere, capiremmo che Tex, al contrario di Alice, è rimasto intrappolato nel mondo dello specchio.



DISEGNI
Vincenzo Monti / Bruno Brindisi    

Il lavoro dei disegnatori meriterebbe due voti distinti, considerata la diversità di stile e di tratto. Inoltre, mentre nel citato avvicendamento tra Nicolò e Monti (ma, per certi versi, anche in quello più recente tra Giolitti e Ticci ne "La strage di Red Hill", nn.431-435), il continuatore cercò per quanto possibile di amalgamare il suo tratto con quello dell’artista che lo aveva preceduto, rendendo la transizione quasi inavvertibile, il passaggio di consegne tra Monti e Brindisi avviene invece con uno strappo repentino. Brindisi si esprime da subito con il suo solito stile senza tentare di rifarsi in qualche modo al tratto di Monti, e crediamo che il buon risultato del suo lavoro costituisca la piena conferma della validità della scelta.

Detto questo, riteniamo che il giudizio complessivo di 5/7 renda merito all’opera di entrambi i professionisti.

Bruno Brindisi offre una prova di buon livello, pur non replicando l’ottimo esordio avvenuto sul Texone 2002. Il suo tratto morbido accompagna con grazia, equilibrio, ed estrema cura dei particolari ogni tavola di questa soporifera avventura. L’unica scena veramente movimentata di tutta la vicenda, vale a dire la breve sparatoria nella Main Street di Amarillo, viene resa da Brindisi con grande efficacia, tanto che viene da chiedersi quale sarebbe stato il risultato di una scena simile, ma di respiro più ampio e sceneggiata su un maggior numero di pagine, con i due vecchi satanassi in giro per la città a riportare la legge a suon di fucilate.

Se guardiamo solo ai disegni di Brindisi, senza leggere i dialoghi, il suo Tex appare uno dei più convincenti tra quelli degli autori texiani della “nuova” guardia. Il Tex di Brindisi è una presenza che infonde sicurezza, e nelle poche occasioni in cui l’espressione muta dal duro all’ironico, riusciamo persino a ritrovare quell’inconfondibile mezzo sorriso con cui Giovanni Ticci aveva saputo caratterizzare uno dei suoi primi Tex-John Wayne.

Infine, un ulteriore plauso va senz’altro alle donne dipinte da Brindisi: se qualcuno in futuro si ricorderà di questa storia, sarà soprattutto merito della bella “commediante” Katleen e delle sue mise. :-)

15k - L'ultimo Tex di Monti
L'ultimo Tex di Monti (c) 2004 SBE
   
 
Quanto all’opera di Vincenzo Monti, riteniamo che l’artista abbia saputo mantenere il suo solito buon livello fino all’ultima tavola. Personalmente, abbiamo sempre avuto delle perplessità di fronte al suo tratto un po’ legnoso sia nelle posture dei personaggi sia, soprattutto, nelle rappresentazioni dei volti e nei primi piani. Ciò non toglie che Monti abbia sempre saputo mettersi al servizio della sceneggiatura, “raccontando” la storia in maniera corretta e arricchendo di particolari ogni inquadratura, dai paesaggi agli sfondi, dagli interni agli ambienti cittadini.

In definitiva, Monti è sempre stato una garanzia per Tex: una storia disegnata da Monti si leggeva sempre con piacere perché si sapeva che, al di là della qualità del testo, Monti avrebbe saputo comunque interpretarlo nel modo migliore, com’è avvenuto anche per questa sua ultima storia.

Di tutto questo e di tanto altro gli siamo grati.



GLOBALE
 

La recensione de "Il lungo viaggio", nn.515-517, si concludeva con questa domanda, a metà tra la speranza e il timore: “Che succederà, la prossima volta?”

È successo che il timore ha vinto e che il mito di Tex continua pian piano a venire eroso.

Abbiamo visto Tex, il personaggio che avevamo conosciuto come un uomo vero, severo, giusto e saggio, che sceglie di considerare il comportamento di Steve come la più banale delle ragazzate e che addirittura conforta un giovane che era quasi riuscito a far eliminare il fratello, e che programmava di far uccidere persino il padre. E non è finita qui. Poche pagine più in là, abbiamo visto Tex che, seppur armato di fucile, permette che uno scaltro avvocato di paese gli spiani in faccia una pistola; infine, abbiamo visto Tex che, invece di cercare di disarmare l’avversario, depone il fucile e cerca di convincerlo a parole a consegnargli la pistola.

Lo confessiamo: ormai non bastano più le copertine di Claudio Villa e nemmeno il logo di Tex - sempre più piccolo - a farci sperare che ciò che vediamo e leggiamo sia solo un brutto sogno.
 

 


 
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