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"Ritorno a Culver City"


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recensione di Giorgio Loi

Per esaudire l'ultimo desiderio di un vecchio galantuomo morente, Tex e il figlio ritornano a Culver City, dove vent'anni prima Tom Rebo aveva assassinato il fratello di Tex. Scoprono che la città è caduta sotto gli artigli di due criminali senza scrupoli di cui uno è proprio il figlio di Tom Rebo! Ma qualcuno l'ha tolto di mezzo, e non è chi si vorrebbe far credere...



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Nizzi    

Capolavoro mancato? Difficile dirlo, ma non c'è dubbio che l'idea ispiratrice del soggetto fosse interessante, per non dire intrigante. Fabio Civitelli, autore non accreditato del soggetto originale, aveva infatti pensato di far coinvolgere non il figlio adottivo di uno sconosciuto giudice, bensì il figlio naturale di Sam Willer, ossia il nipote di Tex! Con queste premesse il coinvolgimento emotivo di Tex e il ritorno ai luoghi della sua infanzia sarebbero stati molto più intensi e avrebbero caricato lo scontro con il complice del figlio di Tom Rebo di una componente personale e vendicativa, perché ne sarebbe rimasta indirettamente coinvolta la memoria del defunto fratello. Invece, per motivi sconosciuti, probabilmente da ricercare nel tabù rappresentato in SBE dal passato di Tex, la componente "familiare" è stata sterilizzata e ci troviamo per le mani questo "Ritorno a Culver City", tra l'altro con un'inspiegabile errore di traslitterazione (è vero che "Culver" si dovrebbe pronunciare "calver", ma possibile che nessuno in redazione sia andato a controllare?).

"Stavolta c'è un'inaspettata ripresa sul finale, che rivaluta significativamente l'intero lavoro"
   
Come se l'è cavata Nizzi con questo soggetto non suo, almeno inizialmente? Lo ammettiamo, meglio di quanto pensassimo. Ciò è dovuto al fatto che, per la prima volta da tanto tempo, è assente il peggiore dei suoi difetti, ossia quello di scadere con progressione esponenziale al proseguire della storia. In altre parole l'ultimo Nizzi ha la spiacevole caratteristica di iniziare bene, o almeno discretamente, e finire male, lasciando un fastidioso amaro in bocca al termine della lettura. Quest'ultima avventura ha invece un buon inizio intimistico, complice il tema della memoria e la presenza lieve dell'infanzia di Tex, una parte centrale fiacca, minata da alcune notevoli "perle" nizziane, ma un'inaspettata ripresa sul finale, che rivaluta significativamente l'intero lavoro.

Certo, come abbiamo detto non si può parlare di capolavoro. La prima parte non si può definire un manuale di sceneggiatura, anche se stavolta i ritmi allungati di Nizzi stonano meno con l'atmosfera nostalgica e intima che la caratterizza. Non è altro che un lungo racconto, senza alcun ricorso a tecniche narrative un po' più elaborate come analogie, flash-back, montaggio incrociato, né si prova a inserire elementi che consentano un aggancio con il prosieguo della vicenda. Si tratta di un episodio a sé stante, piacevole se si vuole ma fine a sé stesso.

Prima sorpresa positiva. Nizzi ci ripresenta un Tex d'annata, duro, spaccone e ben lieto di sbatacchiare uno sceriffo corrotto e arrogante. Quando ci illudiamo di aver ritrovato il fumetto di una volta, ecco arrivare puntuali le consuete docce fredde, dall'agguato telefonato al Tex mammoletta che si fa disarmare come un piedidolci, dalla richiesta dell'avvocato alla passività del trasporto in diligenza, fino alla stella per riconoscere lo sceriffo. E a proposito, è proprio l'avvocato Parker il personaggio più riuscito: simpatico, sveglio e intelligente, non uomo d'azione ma disposto anche a imbracciare il fucile se serve. Se vogliamo la cosa fastidiosa è che per tutta la parte centrale la vicenda è retta più da questo simpatico e pacioso ometto che da Tex e figlio, ma a questo, purtroppo, ci siamo abituati.

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Mezzanotte di fuoco
(c) 2003 SBE

Però nel finale Nizzi si riscatta. Oltre a regalarci una poco sfruttata accoppiata Carson-Tiger, di cui si sentiva la mancanza, dopo la liberazione Tex prende le redini in mano, piomba in città come un angelo vendicatore, si libera in quattro e quattr'otto della caricatura di sceriffo nominata in fretta e furia dal signorotto del paese, e dà vita a una resa dei conti degna della miglior tradizione western, con una lunga sparatoria finalmente ben orchestrata, complici anche i meravigliosi disegni di Civitelli. Persino Kit, che da Nizzi non è mai stato trattato troppo bene, specie ultimamente, se la cava dignitosamente.

Intendiamoci, non siamo di fronte a una metamorfosi, né sarebbe possibile. Nizzi mantiene il suo consueto modo di scrivere, privo di suspance, con tempi lunghi, spiegazioni eccessive, ritmo rallentato. Però in questo caso tutto è rimasto in sottofondo, come se la bontà intrinseca del soggetto fosse riuscita a far passare in secondo piano i difetti. D'altronde è sempre il solito discorso: se c'è sostanza, difetti e incongruenze sono percepiti per quel che sono, ossia stonature di un'opera che ha una sua validità di fondo; se, al contrario, la storia è inconsistente, i difetti sono l'unica cosa che si fa ricordare, e allora sono dolori.



DISEGNI
Fabio Civitelli    

I disegni di Civitelli rimangono un miracolo di pulizia e precisione, soprattutto considerata l'ambientazione western che richiederebbe, come da manuale, un tratto sporco e "polveroso". E' un artista grandissimo eppure in costante evoluzione. Ogni suo lavoro presenta elementi di novità, inedite soluzioni grafiche, continue sperimentazioni. L'uso abbondante dei retini potrebbe essere scambiato da qualcuno come una poco elegante soluzione per stringere i tempi, ma basta un esame appena più approfondito per accorgersi che i retini di Civitelli sono tutti realizzati manualmente, non avendo quindi alcunché da invidiare alle campiture degli artisti più tradizionali e di vecchia scuola. I giochi di luce che Civitelli riesce a ottenere giocando con la densità e l'orientamento dei punti sono piccoli capolavori.

Forse anche complice il soggetto che lo vede co-autore, Civitelli ci è parso particolarmente ispirato e in sintonia con la sceneggiatura. Se possiamo definire questo "Ritorno a Culver City" una storia riuscita lo dobbiamo sicuramente, se non in massima parte, alla capacità dei disegni di interpretare il testo e comunicarcelo, senza bisogno di alcun commento scritto. Basti pensare alle sequenze mute che preludono allo scontro a fuoco finale, per rendersi conto di come sia possibile che i disegni, da soli, siano capaci di creare al meglio l'atmosfera di tensione che ci si aspetta da una sequenza di questo tipo.

Molto belle, e preziose, le numerose citazioni cinematografiche, di cui ne abbiamo riportato alcune particolarmente evidenti nella scheda. Il loro contributo nel calare la storia in un atmosfera da western classico è determinante.

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Granitico Tex
(c) 2003 SBE

Non possiamo trascurare, infine, la caratterizzazione di Tex. Se Nizzi in quest'occasione è riuscito a restituirci, almeno in parte, il ranger granitico di Gianluigi Bonelli, è merito anche della rappresentazione di Civitelli: un Tex statuario, dalla mascella volitiva e gli occhi di ghiaccio. Per questo, almeno quando ai pennelli c'è l'artista aretino bisognerebbe evitare di far fare a Tex certe figure barbine! ;-)



GLOBALE
 

Dobbiamo tirare le somme. Abbiamo levato alcuni punti nel globale per tener conto di svarioni che si sarebbero potuti facilmente evitare con un minimo di cura in più nella revisione della storia, e che stonano particolarmente in un soggetto come questo.

Però dobbiamo anche convenire che alla fine della lettura la sensazione, nonostante tutto, resta gradevole.

Che dire, dunque? Un capolavoro mancato? Chissà. Almeno per questa volta, ci limitiamo a concludere che si tratta di una buona storia.
 

 


 
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