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" Mefisto!"


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Quasi come Dumas
recensione di Giorgio Loi

Alexandre Dumas, autore dei "Tre moschettieri" e del meno fortunato "Vent'anni dopo", era uno dei principali mentori di G.L. Bonelli. Così Claudio Nizzi, vent'anni dopo la sua ultima apparizione, riporta in vita Mefisto, il più affascinante e diabolico fra i personaggi negativi partoriti dalla prolifica mente del creatore di Tex. Le analogie, purtroppo, finiscono qui.



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Nizzi    

Una doverosa premessa. Nella fortunata, unica e originale miscela di elementi che hanno fatto di Tex il più longevo fumetto italiano, la magia occupa una posizione di rilievo. E se nel west bonelliano la magia è entrata in numerose forme, Mefisto ne è l'incarnazione più pura e spaventosa, il Lato Oscuro per eccellenza, la Nemesi di Tex, che rappresenta il Male almeno quanto il ranger il Bene. Da vent'anni, ormai, le strade di Mefisto e Yama non incrociavano quella di Aquila della Notte, quindi è facile immaginare con quanta impazienza i lettori attendessero l'uscita di questa lunga avventura. Non era facile, invece, immaginare quanto quest'attesa sarebbe stata delusa.

Possiamo riconoscere tutte le attenuanti del caso. Il confronto era difficilissimo e impari. La lunga attesa avrebbe sicuramente creato aspettative difficili da soddisfare appieno. Inoltre, con l'arrivo di Nizzi ai testi la presenza della componente magica in Tex si è notevolmente diradata, fino a scomparire quasi del tutto. Non si capisce bene se ciò sia dovuto a direttive redazionali o a una scarsa attitudine dell'attuale sceneggiatore, ma anche nel rimpallo delle responsabilità ci riesce difficile immaginare Nizzi come un acceso fautore delle storie a sfondo magico e misterioso.

Proprio per questo, per evitare cocenti delusioni, avevamo limitato le nostre pretese al minimo sindacale. Sarebbe bastata una storia nella media, che riprendesse e rimescolasse gli stilemi bonelliani senza apporti originali, con una sceneggiatura un po' più cupa e serrata del solito quale giusto omaggio al personaggio più noir dell'universo texiano. I disegni di Villa avrebbero fatto il resto.

Non è bastato.

E' un peccato, perché le premesse non erano male. Il ritorno di Lily è stato una bella pensata (purtroppo non una sorpresa perché lo si sapeva da anni) e il ruolo attivo a fianco del fratello ha evitato di farne una scialba comprimaria. Anche il marito Boris, furfante deciso e senza scrupoli mimetizzato dall'aspetto di un pinguino imbalsamato, poteva essere una figura interessante. Accettabile l'idea della reincarnazione grazie a una seduta spiritica. Coerente, e quindi apprezzabile, la sorpresa di Lily nell'apprendere dei poteri diabolici del fratello. Frettoloso, ma probabilmente necessario, l'accantonamento (temporaneo?) di Yama e Loa. Non originale, ma potenzialmente feconda di situazioni interessanti, la cattura dei tre pards quale inevitabile preludio allo scontro finale; scontro finale che diventa scontro mentale, con l'idea dell'impazzimento di Tex a costituire un piacevole elemento di novità.

"Una volta poste le premesse Nizzi si è perso."
   
Tutto qui. Tutto qui il buono, intendiamo, perché una volta poste le premesse Nizzi si è perso. Non parliamo della sceneggiatura, di cui ci occuperemo fra poco. Intendiamo lo sviluppo della storia, dove la mancanza di originalità non è stata sostenuta nemmeno da una dignitosa copiatura delle storie precedenti. Nizzi si è limitato a "citare" alcune inquadrature di G.L. Bonelli: la cattura di Carson, la descrizione degli inferi da parte di Mefisto e le diaboliche evocazioni che ne accompagnano le azioni, lo scetticismo di Tex... Ma si tratta di frammenti.

Nizzi ha completamente tralasciato l'atmosfera di quelle storie, atmosfera che poggiava innanzi tutto su scenari esotici, suggestivi e pittoreschi, sul cui sfondo si movevano figure drammatiche, rappresentanti di popoli dalla passata grandezza che vedevano in Mefisto o in Yama un'occasione di riscatto, e sulla cui superstizione i due satanassi avevano buon gioco per fingersi incarnazioni di quelle divinità che avrebbero dovuto restituire loro onore e gloria. Era troppo pretendere di sostituirli con i mandriani di Walcott, così come di sostituire i teocalli aztechi o il castello di Lafayette con lo scantinato di un saloon di Phoenix. La staticità e la banalità dell'ambientazione di questa storia è stato uno dei più grandi tradimenti dello spirito bonelliano. In questo contesto anche il tipico costume di Mefisto, il cui scopo era suggestionare le superstiziose menti degli antichi seguaci, diventa solo un'imbarazzante autocaricatura.

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La pazzia di Mefisto, opera di Padma, reinterpretata da Villa
(c) 2002 SBE

Allora, che dire di Mefisto? I suoi poteri, a nostro avviso, non sono stati sminuiti. Ne è stato sminuito lo spirito, la capacità di iniziativa. Non organizza niente, lasciando tutto nelle mani della sorella, unica autentica rivelazione di questo "ritorno". I piani sono di una banalità disarmante, e purtuttavia riescono nell'intento, in un deleterio gioco al massacro con il lettore che si domanda -non può non domandarselo- se sia più stupido il piano di cattura o colui che ci è caduto dentro. I suoi accessi d'ira, la perdita di razionalità alla vista dei nemici, non sono nuovi: ci ricordano i tempi lontani del barone di Lafayette. Altri tempi. Già, perché il Mefisto che si commoveva al suono delle note dell'organo del barone, concedendo requie al suo spirito tormentato, non è paragonabile a questo vecchietto isterico che si fa guidare passo passo dalla sorella fino alla fine (è lei che gli dice di fuggire dopo l'irruzione di Tex e dello sceriffo).

"La sceneggiatura è il vero punto debole di tutto l'impianto."
   

E veniamo alla sceneggiatura. Non c'è granché da dire, se non che è il vero punto debole di tutto l'impianto. Anche i buoni spunti della trama sono stati annullati da una delle peggiori prove di Nizzi, che in questa occasione non è neppure riuscito a sfoderare quel "mestiere" con il quale, altre volte, ha sopperito alla mancanza di ritmo e idee. I tempi sono dilatati oltre misura, i dialoghi noiosi e scontati, la suspence ridotta a meno di zero, con ogni evento anticipato, spiegato, mostrato e rispiegato ancora. Le soluzioni narrative adottate per risolvere i passaggi-chiave sembrano, a volte, scelte fra le peggiori possibili. Ci spieghiamo meglio. Il soggetto prevede che Tiger debba essere catturato. Come facciamo a far catturare un indiano Navajo, fra i più abili della sua tribù, passato attraverso mille avventure e capace di qualsiasi astuzia? Gli facciamo sentire i passi di più persone, lui crede che sia una persona (Tex, evidentemente dalla camminata inconfondibile), mette fuori la testa e si prende una randellata. Come facciamo a far scoprire a Tex il nome del mandante dell'agguato? Lo facciamo dire a voce alta da uno dei suoi aggressori, mentre sbilancia un suo complice che stava per sparare alle spalle di Tex che non si era accorto di nulla!. Stile Topolino, o giù di lì. Possibile che tutto il "mestiere" di Nizzi non sia riuscito a trovare qualcosa di meglio?



DISEGNI
Claudio Villa    

Anche qui, una piccola premessa. Se Nizzi aveva un compito difficile, quello di Villa non era da meno. Le aspettative per i suoi disegni erano altrettanto esigenti, se non di più. Inoltre, e lo vogliamo sottolineare, l'enorme stima che nutriamo per l'artista non ci fa velo davanti ai suoi difetti, che esistono. Talora le proporzioni gli sfuggono: busti esageratamente tozzi, mani enormi. Altre volte la sua maniacale descrizione fotografica va a discapito della dinamicità, la sua rappresentazione pittorica è più vicina all'illustrazione che alla narrazione fumettistica.

Nonostante quanto appena detto, affermiamo senza timore che Villa ha dato qui il meglio di sé. Una prova splendida nell'ancora non troppo lunga carriera texiana dell'autore. Paradossalmente, i difetti della sceneggiatura hanno dato modo ai disegni di potersi esprimere al massimo. Le sequenze interminabili di dialoghi e di scene statiche sono state un'occasione imperdibile per Villa, che si è scatenato dando vita a una galleria di volti e di espressioni assolutamente unica.


Mefisto trionfa. Trionfa?
(c) 2002 SBE
   
 
Il suo Mefisto è stupendo, secondo noi superiore anche all'originale di Galleppini. Se alla fine della lettura siamo convinti che egli sia un diabolico negromante e non un povero vecchietto vestito da carnevale lo dobbiamo ai disegni; lo dobbiamo ai chiaroscuri, alle inquadrature, alla finezza di ogni singola ruga con cui Villa ha minuziosamente descritto il volto dello stregone. I suoi occhi strabuzzati, allucinati, carichi di odio, spiccavano ancor di più in una galleria di volti iper-realistici, parlando con più espressività di qualsiasi dialogo.

Sì, perché questi disegni parlano. I personaggi vivono. Una storia così potrebbe essere letta e goduta anche senza fumetti, semplicemente come una lunga sequenza di magnifiche illustrazioni. E anche la lunghezza deve essere annoverata fra i meriti dell'autore, perché se la qualità dei disegni è indiscutibile, mantenerla per 365 pagine è un'autentica impresa. Certo, c'è voluto qualche annetto...



GLOBALE
 

Siamo molto duri con il voto globale, perché alle colpe di soggetto e sceneggiatura si aggiunge l'aggravante di aver penalizzato il ritorno più atteso dai lettori di Tex, quello del nemico più amato, e a cavallo del cinquecentesimo numero, che lo rendeva un evento ancora più imperdibile.

A peggiorare il tutto c'è che la storia va in calando. Il primo albo è tutto sommato discreto, nel secondo affiorano i difetti tipici della sceneggiatura nizziana e il terzo è un mezzo disastro. Solo il finale, con la beffa del lebbroso, risolleva di un pizzico le sorti di una storia che, comunque, non ha molto da salvare a parte i fenomenali disegni.

Un peccato. Un vero peccato.
 

 


 
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