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" La miniera del fantasma"

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La febbre dell'oro può far perdere la testa
recensione di Carlo Monni

Da una suggestiva leggenda del vecchio west un'interessante storia di miniere perdute, oscure maledizioni, fantasmi, redivivi e chi più ne ha, più ne metta. Molti sono alla caccia del segreto dei Monti Superstizione, chi conosce il segreto dell'oro, chi è disposto a tutto, per averlo e nel mezzo Tex e Carson ed i misteriosi guardiani delle montagne maledette.



TESTI
Sog. e Sce. Mauro Boselli    

Da un soggetto (vedi scheda) non particolarmente originale (ma ce ne sono rimasti ormai?), Boselli imbastisce un racconto che, come suo solito trova i suoi punti di forza nelle atmosfere decisamente azzeccate.

Ecco quindi: Kurt Weiser, anziano immigrato tedesco, burbero e scostante, che vive in un ranch assieme alla giovane moglie Apache Maria, al figlio di lei Andres ed un gruppo di lavoranti Apache e su cui pesa il sospetto dell'omicidio del suo socio e connazionale Jacob Stolz con cui aveva scoperto una delle miniere perdute dei Monti Superstizione ed, in seguito, misteriosamente scomparso. In realtà Stolz è ancora vivo ed il suo ritorno, semi impazzito ed in preda a parziale amnesia, spingerà all'azione tutti coloro che aspirano all'oro di quei monti dove Weiser è l'unico che riesca ad avventurarsi senza cadere vittima dei misteriosi tagliatori di teste che lo presidiano.

Tra coloro che bramano l'oro ci sono: il già ricco Jeff Sutton ed il dottor Manning, il primo, tipico allevatore senza scrupoli di un genere ormai familiare ai lettori di Tex; il secondo, invece apparentemente è il tipico buon dottore, "angelo dei diseredati", ma in realtà ha un cuore più nero delle viscere delle profondità dell'inferno. Entrambi sono sopraffatti dall'avidità e dalla cupidigia, unico vero motore delle loro azioni, ma se a Sutton tocca una fine tutto sommato tradizionale, è il dottor Manning ad essere colpito da una classica giustizia poetica: completamente impazzito per il terrore dopo un incontro coi tagliatori di teste, sarà raccolto proprio da questi ultimi, rivelatisi per un gruppo di vecchi Apaches decisi a non cedere all'uomo bianco ed a non farsi rinchiudere nelle riserve. Questo gruppo di irriducibili, efficacemente resi dagli autori nelle poche pagine in cui compaiono, deciderà di prendersi cura del dottore (per gli indiani, si sa, i pazzi sono sacri), così come anni prima si erano presi cura di Jacob Stolz..

La storia è molto lineare, ma gradevolissima: le caratterizzazioni dei comprimari, ed in particolar modo: di Weiser, Stolz, Sutton e Manning sono decisamente azzeccate, gli ultimi due, soprattutto, il primo, tipico allevatore senza scrupoli di un genere ormai familiare ai lettori di Tex; il secondo, invece apparentemente è il tipico buon dottore, "angelo dei diseredati", ma in realtà ha un cuore più nero delle viscere delle profondità dell'inferno. Entrambi sono sopraffatti dall'avidità e dalla cupidigia, unico vero motore delle loro azioni, ma se a Sutton tocca una fine tutto sommato tradizionale, è il dottor Manning ad essere colpito da una classica giustizia poetica: completamente impazzito per il terrore dopo un incontro coi tagliatori di teste, sarà raccolto proprio dai vecchi Apaches (che, come tutti gli indiani hanno un sacro rispetto per i pazzi), che decidono di tenerlo con loro come una sorta di talismano vivente che garantisce loro la protezione del Grande Spirito. Anche se compaiono solo nelle ultime pagine, proprio questi vecchi Apaches meritano di essere ricordati, ultimi, irriducibili, esponenti di un mondo che va scomparendo, hanno deciso di continuare a vivere nel solo modo che conoscono fino all'ultimo dei loro giorni. E come dimenticare Weiser che sotto la sua scorza dura e scostante nasconde un cuore d'oro che lo porta a prendersi cura del giovane Andres ed a guadagnarsi il rispetto degli Apaches che lavorano per lui e di quelli che abitano i Monti Superstizione, il solo peccato è che nella seconda parte della storia egli non compaia quasi per niente, lasciando tutto il palcoscenico a Tex.

Come sempre Boselli è molto bravo nel rendere le atmosfere, in particolar modo nel creare la suspence sui misteriosi taglaitori di teste, senza svelare sino all'ultimo, se essi siano esseri soprannaturali o terreni. Vanno, a questo proposito, ricordate le ottime sequenze all'interno della miniera perduta con il dialogo tra Sutton ed il dottore, la fuga di quest'ultimo e l'apparizione finale dei tagliatori di teste.

Se c'è un difetto da evidenziare nella storia, deve trovarsi nel'uso da parte di Boselli di certi cliches molto tradizionali, come, ad esempio, quando Andres, muto dai tempi in cui i soldati gli uccisero il padre, ritrova la parola in tempo per salvare la vita di Kit Carson, tuttavia è un peccato veniale ampiamente perdonabile, vista la generale bravura dello sceneggiatore.

Come al solito Boselli muove in questa storia molti personaggi, ma in questo caso non dimentica certo Tex, come spesso è stato accusato di fare, il nostro ranger, infatti, svolge nella seconda parte della vicenda un ruolo molto attivo, tanto che mette in ombra anche un personaggio molto amato dall'autore, come Kit Carson. Basti pensare che, per tentare di fermare i banditi a cavallo, Tex attraversa a piedi, senz'acqua e ferito ad una gamba, i Monti Superstizione. Non c'è che dire, un vero duro all'altezza della sua fama.



DISEGNI
Josè Ortiz    

Cosa può dirsi dei disegni, che non sia già stato detto? Il tratto "sporco" di Ortiz appare adattissimo a questo soggetto, dove ombre e polvere hanno la loro importanza

(55k)
nei Monti Superstizione.
Disegno di Ortiz (c) SBE

Ortiz è decisamente molto bravo nella caratterizzazione grafica dei personaggi, con Tex se al cava sempre meglio ad ogni prova, anche se risulta sempre molto debitore del modello ticciano a cui si rifà apertamente per il volto del nostro ranger. Azzeccata anche l'interpretazione di Carson, che Ortiz rende forse più anziano, rispetto ad altri disegnatori, ma non per questo meno dinamico ed in gamba. Da segnalare la scena in cui nel buio dei monti maledetti, i dialoghi di Tex e Carson sono resi come se provenissero dalle loro ombre.



GLOBALE
 

Una storia bella, con un buon ritmo, decisamente ben disegnata. Forse non all'altezza di altre dello stesso sceneggiatore come i numeri: 407/409 "Il passato di Carson" , 438/440 "Gli Invincibili" e 458/460 "Sulla pista di Fort Apache". Se questi sono i livelli medi, abbiamo buonissime speranze per il futuro di Tex

Una parola sulle copertine: belle come tutte quelle di Villa, molto suggestiva quella dell'albo d'inizio "La montagna del fantasma", ma anche quella di "Montagne maledette" non scherza.
 

 


 
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