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" Gli uomini che uccisero Lincoln"

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L'attentato

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recensione di Salvatore Bellopede

Quanto conta essere al posto giusto al momento giusto? Tutto, se si è anche la persona giusta. E Tex, comodo su un treno, è lesto a carpire le ultime parole di un moribondo che la sa lunga sull'assassinio di Lincoln.



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Nizzi    

Dopo aver dato una mano al perfido Olivera nei precedenti due albi, Tex torna su di un treno; non sfortunato come l'809, ma ugualmente presente lungo tutta la storia, quale mezzo di spostamento più veloce del solito cavallo. Anche su questo treno però c'è un assassinio, e la presenza del nostro ranger e del fido Carson mette in difficoltà gli uomini del servizio segreto, decisi a mettere le mani sul memoriale dell'assassino di Abraham Lincoln, John Wilkes Booth.

Forse sarò troppo generoso sul soggetto, ma a me l'idea è davvero piaciuta: l'uso di un segreto di Stato su di un fatto realmente accaduto è sempre qualcosa di delicato da trattare e la tesi di Nizzi è molto attrattiva e prende spunto da un'ipotesi già nota: ad uccidere Lincoln (il 14 aprile 1865) fu un complotto da parte di personalità influenti del Nord, pronte ad approfittare dell'appena conclusa Guerra di Secessione per far ricadere la colpa sugli sconfitti Stati del Sud tramite un simpatizzante confederato. Questo assassinio è consegnato agli archivi della storia come episodio compiuto da un singolo balordo (come è anche il caso per J.F.Kennedy). L'autore esprime molto bene e succintamente i fatti, tralasciando la figura di un complice di Booth, tale David E. Herold, non presente nel Ford's Theater, che fu catturato quando le truppe federali scoprirono il loro nascondiglio. A proposito della morte di Booth, esiste anche la tesi che si suicidò mentre il capanno era in fiamme.

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l'attentato a Lincoln
disegno di Ortiz (c) 1998 SBE
   

D'altro lato, e qui passiamo alla sceneggiatura, se l'intuizione di Nizzi è ottima, forse ci si poteva aspettare che i nostri dovessero penare di più per portare a termine quest'avventura. O meglio, per arrivare a Washington essi fanno di tutto (gli avversari fanno saltare il ponte su cui dovrebbe passare il loro treno -e ciò avvalora una tesi diffusa: le ferrovie del West erano molto più disastrate delle nostre- e loro, preso un altro treno, ne scendono buttandosi mentre questo è in movimento), ma non devono mai rincorrere gli avversari: sin dall'incidente sul treno, i due pards hanno il coltello dalla parte del manico, non perdono il controllo del plico di Booth (o della chiave della cassetta che lo custodisce) neanche per un istante. L'unico momento di difficoltà è la tortura con un coltello arroventato da parte dei due agenti segreti (e qui Tex ringrazia Nizzi per un'altra cicatrice...).

Buone le battute e le situazioni comiche del solito Carson: la sua grande sete (pag. 45 del n.449, "Gli uomini che uccisero Lincoln"), per placare la quale non basta il boccale più grande del saloon, il parallelo tra il destino e Babbo Natale, ai quali nessuno dei due crede (pag. 49), la sua proverbiale fame e l'impossibilità di mangiarsi la tortilla offertagli da Tex (pagg. 43-44, n.450, "Missione speciale") ed il numero sulla diligenza (pagg. 89-97).

I dialoghi sono belli, sempre avvincenti e precisi. La successione degli avvenimenti è tale da tenere desta la tensione, a parte una prevedibile flessione all'inizio del secondo albo, quando, scoperto il retroscena, i due ranger devono raggiungere la capitale. Per buona parte del tempo è più un gioco tattico, uno spostamento di pedine sulla strada che da Sidney (Nebraska) porta a Washington. La chiusura della vicenda è entusiasmante, con la sparatoria alla Union Station, la fuga sulla diligenza e la rocambolesca entrata alla Casa Bianca.

Ad un'ottima idea e ad un buon svolgimento fa però difetto lo scarso spessore dei personaggi, semplici riempitivi di una faccenda che fa del misterioso attentato il pezzo forte. Stoppard, l'avvocato custode del segreto di Booth, è il classico ometto nato apposta per subire gli eroi, negativi o positivi che siano. Un personaggio simile non necessita di grandi descrizioni, è destinato a farsi forte coi deboli e a fuggire come un maratoneta all'arrivo di gente decisa a toglierlo di mezzo. Uno come tanti nella nostra saga. Il Senatore Martin Wallace è il solito politico corrotto: dietro ad una scrivania e con un sigaro in mano muove le sue pedine con arroganza e sicurezza, così come in piccolo fa il suo degno amico Butler.

Nizzi ci trasmette altri elementi "presidenziali" chiamando Regan (quasi omonimo dell'ex presidente Ronald) e Baker (omonimo di James, che durante i mandati di Reagan fu capo dello staff della Casa Bianca e successivamente Segretario al Tesoro, prima di assurgere al ruolo di Segretario di Stato, durante l'amministrazione Bush) gli scagnozzi di Wallace incaricati di uccidere Stoppard. Questi due non colpiscono nessuno: sono in grado di far paura solo all'avvocato, molto più pratico con penne e codici piuttosto che con pistole, e fanno giustamente la figura dei pivellini quando hanno a che fare con Puro Veleno Willer ed il suo pard. Stesso discorso per il loro collega che individua i due rangers sul treno per Washington (pagg. 57-59, n.450): incapace di far tacere un bigliettaio emozionatissimo per l'incontro con Tex e Carson.

No, di questa storia non ricorderemo alcun personaggio immaginario; sullo sfondo c'è la figura dell'attore-assassino John Wilkes Booth (1838-1865), passato alla storia come un fanatico sudista e precursore di Lee Harvey Oswald, il presunto giustiziere di John Kennedy (curiosità: ai due presidenti uccisi a distanza di 98 anni successero i rispettivi vice di nome Johnson). A noi resterà solo l'amicizia di Tex col presidente (Ulysses Grant, in carica dal 1869 al 1877) e l'interessante trovata di Nizzi, che risolve a modo suo l'enigma della morte di uno dei presidenti americani più amati (e, di certo, il più leggendario).



DISEGNI
Jose Ortiz    

Ho molto apprezzato l'esecuzione dei disegni di Ortiz. Già presente sul "maxi Tex" del novembre scorso ("Il cacciatore di fossili"), ed in precedenza sul "Texone" del 1993 ("La grande rapina"), Ortiz conferma di essere un ottimo disegnatore western (per restare nella Bonelli, non dimentichiamo che ha nel suo curriculum anche Magico Vento).

Il suo tratto cupo ben si presta ad una visione drammatica del West e, pur contrapponendosi alla solarità di Ticci (forse il più amato disegnatore della serie), mostra come si possa rendere suggestivo un genere vedendolo da due lati diametralmente opposti.

Nella memoria del lettore restano alcune immagini (come a novembre la roccia col fossile): l'assassinio al buio di Stoppard (pag.19, n.449), tutto l'affare di John Wilkes Booth (dall'assassino di Lincoln alla propria fine, pagg. 58-64 dello stesso numero) ed il fuggi-fuggi nella Union Station di Washington (pag. 83, n.450).



GLOBALE
 

Le copertine di Villa sono davvero di grande impatto: entrambe ci comunicano immediatamente che cosa vedremo all'interno dell'albo che presentano (la ferrovia, nel primo e la caratteristica cupola del Campidoglio, nella seconda). La prima veramente ottima (me la ricorderò per un pezzo...), e la seconda buona (non ho capito il perché dell'ambientazione notturna).

La coppia Nizzi-Ortiz era già ad un alto livello al primo lavoro insieme (il sesto "Texone", La grande rapina del 1993) e qui ha confermato quanto di buono s'era già visto (il cattivo di allora, Linch Weyss, era una carogna di tutto rispetto).

Un'annotazione riguardo alle analogie tra il "Texone" (che tra l'altro era in edicola quando uscì anche la storia in cui Tex salva la vita al presidente in carica) e questa avventura: in entrambe Tex e Carson viaggiano su di un treno e un ponte ferroviario viene fatto saltare con la dinamite. Sorprende vedere che dopo tanto tempo i personaggi del nostro fumetto si fidino ancora dei treni.
 

 


 
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