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Storia di un capo debole e del ranger che gli insegnò a morire

speriamo che Tito continui così
Recensione di  |   | tex/


Storia di un capo debole e del ranger che gli insegnò a morire
Tex Gigante 31


Storia di un capo debole e del ranger che gli insegnò a morire

Scheda IT-TX-G31

  • Capitan Jack
    Tex incrocia la strada dello storico capo dei Modoc ed è testimone della sua tragica fine

Il buon Tito

La miglior storia di Tito Faraci per la testata e, per dirla tutta, una buona storia. In passato mi è capitato molto spesso di criticare, anche con durezza, le storie di Faraci, che sin qui non era mai riuscito a produrre un solo buon racconto di Tex; per questo è per me un piacere poter esprimere un parere soddisfacente su una sua storia soddisfacente. Una storia bella.

Non un capolavoro: Faraci usa a volte troppe abusate scorciatoie per aiutare Tex (il fin troppo opportuno personaggio di Jaco, il sergente Morrison che ugualmente appare al momento giusto, Winema) e indulge un po' troppo nella caricatura macchiettistica degli ufficiali, nella loro boria vanagloriosa e crassa incompetenza (per altro due topoi classici di Tex, è l'eccessiva sottolineatura a finire per stonare), tuttavia una storia che si fa apprezzare in modo particolare per il grande equilibrio nel ritmo narrativo; per l'analisi del personaggio di Capitan Jack che non concede spazi all'agiografia, ma riesce a mostrarne le ombre e le debolezze con finezza e per accenni ed ellissi; per i riusciti bozzetti di alcuni personaggi minori, soprattutto tra quelli più repellenti di entrambi gli schieramenti; oltre alla famiglia Foster, la cui caratterizzazione è forse irrealistica, ma perfetta per l'economia della storia. Racconto ugualmente apprezzabile nella gestione "politica" da parte di Tex dei 2-3 passaggi fondamentali dello scontro con i Modoc, sia lo scontro militare che quello di personalità con il loro capo: il confronto tra Tex e Capitan Jack non si esaurisce nel loro scontro fisico, è un confronto di psicologie, di comportamenti, di percorsi biografici. Nella sua ricomposizione finale le schiaccianti difficoltà incontrate da Capitan Jack trovano il riconoscimento umano di Tex, il riconoscimento di maggior valore. Gli incontri di Tex con gli autentici personaggi storici dell'epopea western restano spesso come inconclusi, in qualche modo né Tex né il personaggio di turno possono essere sé stessi fino in fondo. Faraci ha saputo trovare il modo di far incontrare e scontrare Tex e Capitan Jack nell'unico modo che possibilmente garantisse un risultato contrario a quello abituale: soffermandosi con abilità e accortezza su quelle ombre e debolezze del leader Modoc, e facendo tuttavia riconoscere a Tex la statura del suo avversario, piegato e sconfitto da una serie di pressioni esterne probabilmente insopportabili per chiunque.

Tex entra in scena
Tex gigante 31, pag.29 - Disegno di Enrique Breccia

(c) SBE 2016

Tex entra in scena<br>Tex gigante 31, pag.29 - Disegno di Enrique Breccia<br><i>(c) SBE 2016</i>

La gestione "allungata" di alcuni passaggi narrativi è per una volta perfettamente funzionale all'evocatività, alla bellezza suggestiva di quel gran protagonista aggiunto che qui è stato la natura: la natura arida e brulla, scabra e impietosa dei Lava Beds. Perfettamente funzionale anche ai tempi psicologici di lettura e assorbimento di questo grande protagonista in più, che ha letteralmente scandito l'autentico ritmo di respiro della storia. Insomma, in questo racconto l'indubbia abilità tecnica del Faraci sceneggiatore non è rimasta fine a sé stessa, non è stata applicata ancora una volta a una storia fiacca e banale, in questa occasione l'autore ha saputo trovare qualcosa da dire - o da mostrare. Se per umiltà o per scaltrezza ha poca importanza, fatto sta che Tito Faraci si è messo al servizio del disegnatore, ha saputo non perdere l'occasione di lavorare con quello che è forse il più grande disegnatore vivente. Perché appunto...

Fare Breccia nel cuore

E poi, Breccia. Ignoro se Enrique Breccia avesse e ancora abbia problemi con il padre, mai citato nell'intro e nell'intervista che precedono la storia, forse il fatto che, nella percezione comune, per quanto Enrique abbia fatto, il padre sarà sempre lui El Viejo, il maggiore di tutti per antonomasia. Chissà. Ma comunque, come dicevo: poi Breccia.

I lava Beds nella splendida raffigurazione di Breccia
Tex gigante 31, pag.82 - Tavola di Enrique Breccia

(c) SBE 2016

I lava Beds nella splendida raffigurazione di Breccia<br>Tex gigante 31, pag.82 - Tavola di Enrique Breccia<br><i>(c) SBE 2016</i>

Semplicemente gigantesco, le sue tavole palpitano di atmosfera di morte e disperazione, sono incrostate di polvere e di sangue, mostrano il volto e i volti della guerra, dell'odio, della disperazione, della meschinità. Sono tavole pullulanti di un'umanità truce e laida, moralmente depravata e lombrosianamente raffigurata, alla quale può opporsi solo un'umanità dura come una roccia scheggiata nei millenni dal vento e scolpita dalla rudezza della natura. Tavole spesso quasi vuote, semplificate, apparentemente (e forse non solo apparentemente) al risparmio, ma la grandezza di un artista si fa ancora più evidente quando egli lavori al risparmio e tuttavia le sue tavole narrino in modo impareggiabile la storia, restituendone al lettore emozioni, sensazioni, suggestioni. La natura avara e innamorata della morte che vediamo in questa storia prende corpo e dimensione narrativa dall'abilità con la quale Breccia la raffigura per assenza, per successione di vuoti nei quali si stagliano rari squarci di materia e di umanità.

E poi Tex. Gigantesco, perfetto: una delle migliori interpretazioni grafiche del personaggio che io ricordi. Sicuramente non un'interpretazione ortodossa, non un'interpretazione rispettosa della lettera texiana Comprendo le perplessità suscitate dal suo Tex grifagno, dal suo Carson spiritato, la loro lontananza dai canoni stratificatisi nei decenni, canoni passati dal pentateuco gallepiniano al vangelo ticciano, ma comunque canoni radicati nel segno e disegno realistico, santificati nella magnificenza delle copertine di Villa (che se lasciassero più libero nel gestirle...). Sulla serie regolare il Tex come qui interpretato da Enrique Breccia suonerebbe fuori posto, ma in tutta franchezza sulle pagine dei texoni è quanto dovrebbe essere sempre auspicabile trovare: non la reinterpretazione del vangelo (o del pentateuco) da parte del disegnatore ospitato, ma il modo in cui quel disegnatore si approccia al personaggio.

Il Tex e il Carson di Breccia mostrano una durezza inusitata, ma decisamente aderente alla storia narrata e alle modalità in cui è narrata. Il duello tra Tex e Capitan Jack non mostra esattamente il rispetto delle regole del marchese di Queensberry, e non avrebbe potuto essere interpretato da un Tex graficamente diverso, magari più "morbido" e ironico; e più indulgente verso gli schemi di programmazione dei lettori.

Se poi la lettura del disegnatore di turno risulta vicina ai canoni del personaggio seriale, tanto meglio: questo ha permesso di vedere Giolitti e Capitanio (e poi Frisenda) anche sulla testata regolare di Tex e non solo una tantum. Tuttavia la diversità dovrebbe restare la cifra dei texoni, in una con l'efficacia. Il Tex di Breccia coglie in profondità lo spirito del personaggio, quantunque non lo colga in toto: ma in una storia non è possibile riassumere una storia editoriale di settant'anni quasi. Non mi attendo di rivedere Enrique Breccia alle prese con Tex, ma era questo che si doveva attendere da lui.

Tex, e basta

Il Tex di Breccia è granitico, ma soffre; è duro, ma umanissimo; è scabro e scavato come solo un vero abitante del west doveva essere. È una figura che esprime energia nervosa esplosiva, potenza muscolare, reattività, dinamicità, resistenza. È un Tex quintessenziale. La lettera texiana va esatta sulla serie regolare, dove ancora di più sarebbe auspicabile riavere lo spirito bonelliano; rivedere il personaggio rispettato nei suoi connotati caratteriali e narrativi.

Tex e Carson, versione Breccia
Tex gigante 31, pag.64 - Tavola di Enrique Breccia

(c) SBE 2016

Tex e Carson, versione Breccia<br>Tex gigante 31, pag.64 - Tavola di Enrique Breccia<br><i>(c) SBE 2016</i>
Una rondine ovviamente non fa primavera, ma se Faraci - miracolosamente - mantenesse il livello narrativo messo in mostra con questo texone, troveremmo un buon autore ad affiancare Pasquale Ruju. Nell'attesa (vana?) che Mauro Boselli - miracolosamente - torni a scrivere Tex come sa fare, come seppe fare per almeno una decina d'anni a partire dalla sua vera prima storia, Il Passato di Carson (e sporadicamente è tornato a fare in seguito: Patagonia resta tra le più belle storie di Tex, insieme ad almeno un'altra mezza dozzina di fatiche boselliane). Che torni a interpretare il personaggio, quello giunto a piena maturazione e completezza negli anni '70, e non a soppiantarlo con uno proprio e al quale ha sovrapposto le fattezze di Tex. Dai, Mauro, l'hai fatto una volta, puoi rifarlo.

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