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Tex, sei tu?

Diversità nei processi di aberrazione di un piccolo patrimonio italiano a fumetti.
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Tex, sei tu?
Tex 649-651


Scheda IT-TX-649-651

La desolante battuta pronunciata da Tiger Jack nella vergognosa storia nizziana dedicata al ritorno di Mefisto direttamente dall'inferno è certo perfetta per rappresentare l'epoca del declino di Tex legato ai lunghissimi anni del Claudio Nizzi post numero 400: almeno tre lustri di storie da consegnare a una meritata damnatio memoriæ e che hanno stravolto il personaggio, facendo di un eroe iconico un inetto buffone.

Se fosse Tex non se lo chiedeva solo l'incapace Tiger Jack messo in campo da Nizzi, ma soprattutto il lettore; rispondendosi che lo sbirro ottuso disegnato come Tex doveva essere un personaggio di un universo parallelo al nostro.

Con le dovute eccezioni: le storie di Mauro Boselli.

un narcisistico delirio di onnipotenza che lo spinge a fagocitare il character di Gian Luigi Bonelli rimodellandolo a suo piacimento

Ma ora la battuta di Tiger si ripropone con forza come rappresentativa di un'altra epoca del ranger: l'attuale. Il regno incontrastato proprio di Boselli. Sia chiaro - sia dichiaratamente, estremamente, veementemente chiaro: l'attuale curatore è un narratore di ben altro talento rispetto a Nizzi. Differenza che si prova e apprezza sempre. Tuttavia gli effetti sul personaggio sono praticamente i medesimi. Non ha importanza che a muovere Nizzi fosse probabilmente il disgusto maturatosi negli anni verso un personaggio non suo che aveva finito per prosciugarlo e per "uccidere" il personaggio da lui creato; laddove l'impulso di Boselli appare la manifestazione di un narcisistico delirio di onnipotenza che lo spinge a fagocitare il character di Gian Luigi Bonelli rimodellandolo a suo piacimento, secondo la propria visione: non di come il personaggio sia effettivamente, ma di come dovrebbe essere sempre stato se fosse stato creato nel modo "giusto" (se fosse stato creato da Mauro Boselli). Non ha importanza perché a conti fatti il risultato è il medesimo, la struttura dell'eroe iconico e le caratteristiche che hanno reso Tex il personaggio di maggior successo del fumetto italiano vengono sottoposte a un tale stress deformante che, inevitabilmente, il personaggio ne esce largamente mutato nella percezione della gran parte dei lettori, e con questa mutazione lascia per strada le ragioni del suo successo.

La calma e la tempesta
Tex 649, pag.11 - Tavola di Alessandro Piccinelli

(c) 2014 Sergio Bonelli Editore

La calma e la tempesta<br>Tex 649, pag.11 - Tavola di Alessandro Piccinelli<br><i>(c) 2014 Sergio Bonelli Editore</i>

Non solo, non principalmente, del successo commerciale: Tex è in primo luogo un "manufatto" culturale, ed è quel manufatto che è di nuovo sottoposto a un restauro che non riporta a nuova vita i colori, ma li cambia del tutto. Quella che sta avvenendo non è insomma una ristrutturazione, ma si mostra come una riedificazione a partire dalle fondamenta e che punti a lasciare intatto solo il nome dell’edificio Tex (qualcosa di analogo a quanto sta accadendo anche per Dylan Dog, qui per volontà di un autolesionistico Tiziano Sclavi a dare l’imprimatur del creatore del personaggio).

una sorta di fanfarone narcisista affetto da grave logorrea

Se la metamorfosi del Tex nizziano passava principalmente dal mutarsi di un uomo intelligente, astuto e brillantissimo in un povero fesso, quella del Tex boselliano si caratterizza per la transizione da un uomo orgoglioso del proprio valore sempre con grande sobrietà in una sorta di fanfarone narcisista affetto da grave logorrea. Viene da chiedersi come mai ;-)

La storia contenuta negli albi 649, 650 e che termina nel 651, è in questo senso il racconto forse più esemplare che io ricordi di questa epoca di rinnovato declino dell'icona tratteggiata da Bonelli père.

il ritmo di lettura rallenta a tal punto che il lettore si ritrova a recidere il patto della sospensione dell'incredulità

Dai tempi di Omicidio in Bourbon Street n.576-578 non ricordavo una storia boselliana tanto noiosa. Si parla all'infinito in questa storia; e si pensa, tantissimo. È probabile che qui Tiger pensi più che in tutto il resto della saga texiana. Tra l'altro questa caratteristica innesca un effetto particolarmente negativo: il ritmo di lettura rallenta a tal punto, e la noia da combattere è così forte, che il lettore si ritrova a recidere il patto della sospensione dell'incredulità, uscendo dalla storia e ponendosi come osservatore esterno dei suoi meccanismi. Cosa che, in primo luogo, espone a nudo la pesantezza, l'assenza di naturalezza e la caricaturale retorica dei dialoghi. E in secondo luogo induce a soffermarsi con particolare occhio critico sui passaggi più deboli della sceneggiatura e del soggetto, alcuni dei quali vere e proprie perle. Tex e suo figlio che si mettono a sparacchiare alle statue senza una motivazione sufficiente sono il ritratto quintessenziale di questo Tex boselliano tronfio e guappo che va sostituendo l'uomo tutto d'un pezzo di un tempo - se vogliamo, un modello virile d'altre epoche, ma sul quale si basa la natura profonda e caratterizzante del personaggio - e le parole di Vicente Diago molte pagine più tardi rappresentano una pezza messa lì che però non toglie del tutto l'amaro di bocca. Il Kit Willer, che pur sapendo bene che c'è un nemico che li sta spiando si espone completamente a un finestrone di Villa Diago, è invece un torpido di stampo nizziano. Pestifere le sequenze del Tiger pensatore che rallentano all'inverosimile la lettura, sequenze che senza nuvolette avrebbero avuto un'asciuttezza ricalcata sul personaggio e ben altra forza evocativa affidandosi in toto agli splendidi disegni di un Alessandro Piccinelli che fortunatamente non fa rimpiangere i grandi interpreti grafici della saga texiana e vale largamente l’acquisto e la lettura degli albi. Per tutto l'arco della storia il maggior carico della pesantezza, insulsaggine e retorica dei dialoghi grava sicuramente sulla loquela sovrabbondante di Carson, mai così querimonioso, petulante e inconcludente come in questi albi; mai così rispondente all'epiteto che un Nizzi particolarmente "ispirato" gli fece affibbiare a suo tempo da Tex: mignatta. Ma non solo Carson: l'eloquio forbitissimo e l'arte retorica degna di un Demostene che caratterizza fin l'ultimo peon straccione della tenuta Diago riuscirebbero a indurre perfino Giobbe a una crisi di nervi. Boselli salva (si fa per dire) il Morisco relegandolo da tranquillo soprammobile nella biblioteca dei Diago e morta lì. Non salva Eusebio, invece. Scoprire dopo quasi seicento albi che il funereo assistente del Morisco è Maya e non Azteco è in qualche modo irrilevante; o meglio lo sarebbe se non fosse anche questo un modo di parassitare la saga, come il cuculo che depone le proprie uova nei nidi degli altri uccelli: Boselli voleva scrivere una storia incentrata su una mitologia maya, quindi prende un tizio azteco inventato da GLB e lo trasforma in un maya: più semplice - e chiaro - di così non è possibile.

Un finale degno della EsseGesse
Tex 651, pag.42 - Tavola di Alessandro Piccinelli

(c) 2015 Sergio Bonelli Editore

Un finale degno della EsseGesse<br>Tex 651, pag.42 - Tavola di Alessandro Piccinelli<br><i>(c) 2015 Sergio Bonelli Editore</i>
Il soggetto di questa storia avrebbe prodotto senza il minimo dubbio una storia grandiosa

Un peccato vero, perché come si diceva la differenza tra Boselli e Nizzi (o per restare all'oggi tra Boselli e Tito Faraci...) si vede sempre. Il soggetto di questa storia, sviluppato da una sceneggiatura sottoposta all'editing di un curatore rigoroso e rigorosamente attento alle caratteristiche del personaggio avrebbe prodotto senza il minimo dubbio una storia grandiosa, un ritorno in grande stile dei temi paranormali su Tex.

Ecco: se si volesse fare del bene non solo a Tex, ma anche a Mauro Boselli, che i suoi migliori soggetti ha così tante volte dimostrato di saperli sceneggiare da autentico maestro, bisognerebbe sottoporre personaggio e autore a un curatore. Un curatore texiano.

Anche l’apparentemente grandioso finale del racconto non aggiunge alcunché a quanto detto. Se mai, forse, sottrae qualcosa del buono che v'era stato fin lì. Le ultime vicende della storia, nell’albo n.651, sono ancora e più una sarabanda di discorsi pomposi, discorsi astrusi, discorsi (in)degni di un ottocentesco feuilletonaccio, di azione a nastro per precipitarsi a terminare la storia, di salamandre rimbambite buone solo a farsi impallinare che manco gli zombie, di personaggi (Sandoral per tutti, ma non solo) così grotteschi nel loro - impossibile - mefisteggiare da diventare parodistici, da far sganasciare dalle risate invece che avvertire il brivido del thrilling. Niente da fare: la prolissità boselliana lascia il lettore fuori della storia, e questo lo mette nella condizione di vedere il meccanismo senza viverlo emozionalmente. Boselli impedisce al lettore di instaurare il patto di sospensione dell'incredulità; e sono allora Theropoda Maniraptora Avialæ amari .

Se ci fosse un premio in ambito SBE per il più grande "avrebbe potuto essere e non è stato manco per idea" questa storia sarebbe un serio concorrente quanto meno per il podio se non per il primato. Ed è davvero un peccato, Mauro Boselli non solo ha già dato tanto alla saga di Tex, ma può darle moltissimo ancora. Pronti a ricevere smentita, ma nel racconto iniziato proprio nell’albo n.651 pare spirare un’aria completamente diversa, pare di respirare le atmosfere boselliane di vent’anni fa, dei tempi de Il passato di Carson n.407-409. Attendiamo smentite, (di)sperando in conferme.



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