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Il giustiziere a puntate

un'altra resa dei conti rimandata a data da destinarsi
Recensione di  |   | tex/


Il giustiziere a puntate
Tex 643-644


Scheda IT-TX-643-644

"Un indizio è un indizio.

Due indizi sono una coincidenza.

Tre indizi sono una prova." (Agata Christie)

Dopo Nick Castle e Kid Rodelo, per la terza volta consecutiva Tex Willer lascia a piede libero un antagonista chiave. Stavolta si tratta del disonesto colonello Atwood, ossia uno dei due responsabili delle traversie sofferte dall'agente della polizia tribale di San Carlos, Nantan, e della morte del di lui cugino Dimàs; in pratica, dell'intero complotto che sta alla base de L'indomabile. In questo caso non si tratta di un atto di pietosa indulgenza, come per il giovane Rodelo, bensì di una più prosaica mancanza di prove, talmente forzata da farci rimpiangere persino i famigerati "confronti finali" di nizziana memoria.

Il filo rosso che lega questi tre discutibili finali sospesi è presto detto: un seguito. Stavolta non c'è neppure bisogno di affidarsi alle indiscrezioni trapelate in rete, come per il futuro ritorno di Castle o per i ben due seguiti che vedranno la presenza di Rodelo. E' lo stesso Tex ad anticiparlo, a pag.112 del secondo albo, e per i duri di comprendonio lo conferma Nantan nell'ultima vignetta di pag.114.

Tre ritorni annunciati in tre avventure. Troppo, per non porsi qualche domanda.

Il senso della giustizia
Tex 643, pag.21 - Tavola di José Ortiz

(c) 2014 Sergio Bonelli Editore

Il senso della giustizia<br>Tex 643, pag.21 - Tavola di José Ortiz<br><i>(c) 2014 Sergio Bonelli Editore</i>

Prevenendo qualche possibile obiezione: sì, anche nel Tex di Gianluigi Bonelli è capitato che i "cattivi" ritornassero. Basti pensare a Proteus, o all'antagonista per eccellenza, Mefisto, e al suo degno rampollo Yama (che, per la cronaca, tornerà presumibilmente nel 2015 con i disegni di Fabio Civitelli). Ma le differenze sono evidenti. In primo luogo, si tratta di personaggi di spessore ben diverso, che già di suo giustifica l'eccezionalità del ritorno. In secondo luogo, Tex non lascia mai i conti in sospeso: Proteus finisce in galera al termine della sua prima comparsa per poi apparentemente annegare nella seconda (Claudio Nizzi lo ripescherà, è il caso di dirlo, molti anni più tardi). La saga di Mefisto e Yama è fin troppo nota perché ci si dilunghi a ricordarne i particolari ma, a parte i finali sempre "definitivi", la componente magica dei due personaggi giustifica ampiamente l'implausibilità degli espedienti utilizzati per farli tornare periodicamente. Infine, questi ritorni sono stati saltuari e, soprattutto, non telefonati come questi ultimi.

I nemici ricorrenti di un giustiziere implacabile sono una contraddizione in termini

E' evidente che Mauro Boselli vuole instaurare una continuity sempre più stretta nella saga di Tex, testimoniata dai continui richiami a personaggi e caratteristi (suoi o di Bonelli) che costellano gran parte delle sue storie. L'innovazione in sé potrebbe essere lodevole, ma diventa delicata, per non dire pericolosa, quando dai comprimari si sposta agli antagonisti. Gli "amici ricorrenti" di Tex, come Jim Brandon, Pat McRyan, El Morisco e altri, sono stati un elemento importante fin dagli esordi, tanto amati dai lettori da trasformarsi nel tempo in veri e propri pards aggiunti, ma i "nemici ricorrenti" di un giustiziere implacabile che fa sempre piazza pulita dei suoi avversari sono una contraddizione in termini e, se abusati, minano la natura stessa del personaggio.

In questo caso, poi, c'è l'aggravante della gratuità. Il colonnello Atwood è narrativamente ininfluente. E' un fanatico corrotto, poco più di una macchietta, che si mostra nelle prime pagine del primo albo e nelle ultimissime del secondo. E' una comparsa che si potrebbe eliminare senza provocare grossi problemi allo svolgimento della trama. Sarebbe bastato farne un utile idiota, inconsapevole complice delle trame di Marton, per dare tutto un altro senso ai due sganassoni coi quali Tex liquida la faccenda. Invece no. Atwood è colpevole e Tex "non ha dubbi". Ma i testimoni sono "pesci troppo piccoli" e "Marton potrebbe decidere di non parlare" (sic!). E così, con questa bella giustificazione (si fa per dire), ecco imbastite le poco esaltanti premesse di una futura avventura. E tre.

La gloriosa carica del colonnello Atwood
Tex 644, pag.108 - Tavola di José Ortiz

(c) 2014 Sergio Bonelli Editore

La gloriosa carica del colonnello Atwood<br>Tex 644, pag.108 - Tavola di José Ortiz<br><i>(c) 2014 Sergio Bonelli Editore</i>

Che da qualche tempo ci sia in atto una trasformazione, graduale ma profonda, nella saga texiana è ormai assodato. Non contestiamo il fatto che l'autore decida di mantenere certi suoi personaggi per dar vita a piccoli cicli narrativi, o che voglia aumentare le connessioni fra le singole storie. Sono scelte legittime e, se feconde di buoni risultati e non fini a sé stesse, apprezzabili. Contestiamo però il fatto che, per ottenere lo scopo, si arrivi a modificare in profondità la psicologia del titolare della testata e dei suoi pards, come nella famigerata votazione per la sorte di Rodelo, o nell'atteggiamento inopinatamente dilatorio di quest'ultima storia, per di più nei confronti di una caricatura di colonnello che il Tex di altri tempi avrebbe liquidato in quattro e quattr'otto.

La storia non sarebbe malvagia

Quella di rovinare tutto nel finale sta diventando una (cattiva) abitudine, ed è un peccato, perché la storia non sarebbe malvagia. L'indomabile che dà il titolo all'avventura è Nantan, Apache Chiricahua che decide di facilitare la convivenza della sua gente con la "giustizia degli uomini bianchi" vestendo la giacca blu e che, ingiustamente accusato di omicidio, dovrà affrontare un lungo percorso dalla Georgia all'Arizona per ristabilire la verità e ottenere giustizia. E' indubbiamente Nantan il vero protagonista dei due albi, con i quattro pards affiancati dall'agente indiano Webster a fare da comprimari. Ci può stare, una volta ogni tanto. Ci spingiamo ad affermare che, con l'aggiunta di Webster, la presenza di tutt'e quattro stavolta sarebbe perfino superflua, il che da un certo punto di vista ci conforta: significa che il quartetto è tornato finalmente a essere il canone di riferimento, e non l'eccezione cui ricorrere di malavoglia solo quando non se ne può fare a meno. Di ciò dobbiamo essere grati a Mauro Boselli e non ci stancheremo di ripeterlo.

Grandi pulizie, marca Willer & Co.
Tex 644, pag.11 - Tavola di José Ortiz

(c) 2014 Sergio Bonelli Editore

Grandi pulizie, marca Willer & Co.<br>Tex 644, pag.11 - Tavola di José Ortiz<br><i>(c) 2014 Sergio Bonelli Editore</i>

La storia è ambientata per buona parte in esterni, nella riserva e lungo il viaggio di ritorno di Nantan, ma non manca una cospicua fetta urbana, a Safford, dove i cinque compagni fanno giustizia a modo loro del disonesto affarista dietro al complotto per incastrare Nantan, con la benedizione di uno sceriffo fin troppo defilato e condiscendente, e dove si concentrano le scene e le battute più gustose. Certo, le strizzate d'occhio al lettore storico sono troppo smaccate per non palesare il tentativo di rifarsi ai modelli classici del genere "cittadino", ma se qualche scena non risulta naturale come vorremmo, apprezziamo almeno i buoni intendimenti. Gli eccessi verbali e le lentezze che hanno appesantito non poche recenti storie passate sono qui più contenute e, a parte qualche caduta come l'intermezzo da Capanna dello Zio Tom fra Nantan e il negro, dobbiamo dare atto all'autore di aver cercato di smorzare la sua abituale seriosità curando maggiormente i dialoghi. Soggetto e sceneggiatura viaggiano sempre su un buon livello, benché non manchi qualche perplessità di cui diamo conto nelle annotazioni. Piuttosto, ancora una volta il pard occasionale di turno (Webster) sembra messo lì giusto per fare i complimenti ai quattro pards e sottolineare di tanto in tanto quanto siano in gamba. Ce n'è tutto questo bisogno?

Il testamento grafico di José Ortiz

L'indomabile ha un particolare significato simbolico, trattandosi del testamento grafico di José Ortiz, morto poco dopo averla ultimata all'età di ottantuno anni. Da qualche tempo il suo segno non era più sicuro e incisivo come negli anni migliori, eppure il vecchio maestro era invecchiato bene dal punto di vista artistico, senza i crolli verticali di suoi illustri colleghi come Galep o Letteri. Il suo talento si riflette ancora nelle caratterizzazioni dei "cattivi", veri e propri ceffi di pendagli da forca che portano stampato lombrosianamente il marchio della loro animaccia nera, e che per questo risultano irrimediabilmente simpatici. Il tratto sporco e pesante di Ortiz, pur essendo perfetto per raccontare il vecchio West, era troppo diverso da quello degli autori texiani di riferimento per poter essere apprezzato da tutti, e infatti i suoi detrattori non si contano. Per usare un neologismo in voga nelle cronache recenti, Ortiz era "divisivo": o lo si amava o lo si odiava. Tuttavia, bisogna dargli atto che la sua notevole velocità di produzione gli aveva consentito di realizzare un numero di storie sufficiente a penetrare nel tessuto profondo della serie, divenendo a suo modo un punto di riferimento tra le nuove leve (se così si può dire, data l'età). Con quasi trenta disegnatori a cimentarsi oggigiorno sulle pagine di Tex diventa difficile abituarsi al loro tratto. Ortiz, in qualche modo, c'era riuscito.

Forse l'unico modo per avere l'ultima parola in un matrimonio. ;-)
Tex 644, pag.58 - Disegno di José Ortiz

(c) 2014 Sergio Bonelli Editore

Forse l'unico modo per avere l'ultima parola in un matrimonio. ;-)<br>Tex 644, pag.58 - Disegno di José Ortiz<br><i>(c) 2014 Sergio Bonelli Editore</i>

Concludendo. Il nostro giudizio su questa terza resa-dei-conti-rimandata è netto, ma sotto sotto ci rode un dubbio. Nonostante i recenti cambiamenti, la continuity su Tex è sempre stata molto blanda, lasciando una certa libertà di programmazione delle uscite in edicola, a seconda della velocità dei disegnatori. Non possiamo quindi escludere che la consecutività dei tre finali mancati, con seguito annesso a data da destinarsi, sia dovuta più a un capriccio della sorte che a una precisa scelta editoriale. In questo caso l'autore non potrebbe esserne imputato, mentre dovremmo piuttosto chiederne conto al suo curatore.



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