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Sipario grigio

la mesta conclusione di trent'anni texiani
Recensione di  |   | tex/


Sipario grigio
Tex 631-632


Scheda IT-TX-631-632

Non siamo in grado di accertare se la storia contenuta negli albi di maggio e giugno 2013 sia stata effettivamente l'ultima scritta da Claudio Nizzi o se, per uno scherzo della programmazione editoriale, l'ordine di creazione non coincida con quello di pubblicazione, ma non possiamo nascondere che l'attesa per un'opera che, di fatto, chiude un ciclo trentennale, era palpabile. Qualcosa d'irrazionale ci spingeva a credere che sarebbe stato un evento. Si fosse trattato di un (improbabile) guizzo d'orgoglio capace di riportare lo sceneggiatore di Fiumalbo ai fasti di un tempo ormai remoto, o di una (molto meno improbabile) bruttura degna de I fratelli Donegan o di Mercanti di schiavi, eravamo comunque convinti che sarebbe stata una chiusura col botto, nel bene o nel male.

Neanche a dirlo, Nizzi è riuscito a deluderci fino all'ultimo.

E' come se, ingabbiato dal timore di fallire il commiato con quei lettori che hanno poco gradito la sua personale rivisitazione antieroica del personaggio, l'uomo si sia affidato a un rassicurante "usato garantito", riproponendo temi, situazioni e tipologie di caratteri ampiamente collaudati e a basso rischio.

Con questa chiave di lettura, non ci stupisce di trovare ancora una volta Tex schierato al fianco degli indiani contro le giacche azzurre. Tema, questo, reso celebre da due storiche avventure firmate da G.L. Bonelli (Sangue Navajo e Vendetta indiana) e già ripreso in passato per ben tre volte dallo stesso Nizzi, con esiti non paragonabili ma comunque dignitosi. Peccato che il colonnello Hermann, a parte l'essere in pensione, non aggiunga nulla ai suoi predecessori Middleton, Stonewell e Drake, restando comodamente nel cliché del fanatico massacratore di indiani innocenti che contro Tex non ne azzecca una, rischiando a volte di scivolare nel macchiettistico - imbarazzante la scena del suo rapimento, nel mezzo di un accampamento militare, senza che alcuno si accorga di nulla.

Il "ring" di Denver
Tex 631, pag.49 - Disegno di Lucio Filippucci

(c) 2013 Sergio Bonelli Editore

Il "ring" di Denver<br>Tex 631, pag.49 - Disegno di Lucio Filippucci<br><i>(c) 2013 Sergio Bonelli Editore</i>

Non ci stupiamo nemmeno che il vecchio pensionato sia pilotato da un quartetto di notabili corrotti e senza scrupoli, la cui organizzazione risponde al poco fantasioso nome di "ring", echeggiando il ben più famoso "ring di Tucson" di una memorabile avventura di Bonelli e Letteri. A parte il cambio di locazione (Denver) ben poco resta impresso di questa "terribile" congrega di potenti affaristi, se non la facilità con la quale si accusano a vicenda una volta messi a confronto con il "solito" testimone a sorpresa (altro cliché nizziano), rendendo più che lecito il dubbio di come la città di Denver sia rimasta per tanto tempo sotto lo scacco di simili babbei.

Né ci sorprende, infine, la scelta della coppia Tex-Carson. Non solo perché è maggiormente nelle corde dell'autore, che non è mai stato a suo agio con i quattro pards, ma anche perché è stata protagonista di tutte le precedenti storie militari.

Altre situazioni ricorrenti (lo sceriffo vorrei-ma-non-posso, il pestaggio del banchiere, l'agguato notturno nelle vie di Denver ecc.) non fanno che rafforzare la sensazione di deja vu che pervade entrambi gli albi. Ma come, obietterà qualcuno: Tex è pieno di situazioni ricorrenti! Ricordate i "dieci canovacci" bonelliani? Il fatto è che i canovacci erano, e dovrebbero ancora essere, basi di partenza sulle quali costruire situazioni e personaggi interessanti. Qui, a parte una stanca ripetitività e una certa attenzione a non commettere errori formali, c'è poco che sia degno di farsi ricordare.

Sì, volendo qualcosa si trova. Per esempio, una certa inedita cruenza negli scontri con i militari, sia pure per mano degli Utes e non dei due pards che, come da copione, evitano spargimenti di sangue, oppure una maggiore attenzione a risparmiare figure barbine alla coppia di protagonisti. E' consolante che, stavolta, Tex e Carson siano capaci di sventare un agguato da soli, o che riescano a entrare in un forte militare e poi a uscirne senza farsi arrestare (chi conosce bene le storie di Claudio Nizzi sa che queste non sono battute umoristiche), e forse qualche anno fa avremmo perfino salutato l'evento con soddisfazione. Oggi, però, non riescono a mascherare i difetti di questa storia, che poi sono gli stessi di decine di precedenti dello stesso autore: la scarsa fantasia, l'artificiosità dei dialoghi, la prevedibilità delle situazioni, la forzatura -quando non l'incongruenza- degli snodi narrativi, la mancanza di ritmo. Ed è una magra consolazione che, forse, qui siano un filo meno accentuati che in passato. Significa che, con tutta la sua buona volontà, ormai l'autore più di così non riesce a fare e a dare.

Tex contro Hermann
Tex 632, pag.57 - Tavola di Lucio Filippucci

(c) 2013 Sergio Bonelli Editore

Tex contro Hermann<br>Tex 632, pag.57 - Tavola di Lucio Filippucci<br><i>(c) 2013 Sergio Bonelli Editore</i>

Non va oltre una piena sufficienza il comparto grafico. Lucio Filippucci può sicuramente fare di meglio, come ha dimostrato con il Texone di Sergio D'Antonio. Anche lui, come lo sceneggiatore, ha preferito andare sul sicuro, ispirandosi pesantemente al Giovanni Ticci di Sulle piste del Nord per rappresentare paesaggi e personaggi di questa storia ambientata fra le nevose foreste del Colorado. Rileviamo diverse incertezze nelle fisionomie, una generale staticità delle pose e una mancanza di espressività dei personaggi, che oscillano tutti fra l'indifferenza e l'ingrugnimento spinto. Non male, comunque, la caratterizzazione del colonnello Hermann, che nell'abbigliamento ricorda la figura storica di George Armstrong Custer nella battaglia del fiume Washita.

Insomma, L'oro dei monti San Juan è tutto tranne che memorabile. Peccato, perché dopo trent'anni di carriera texiana, sia pure fra luci e ombre, Claudio Nizzi avrebbe potuto darci qualcosa di più. In meglio o in peggio, ma almeno qualcosa di cui discutere con passione, per la quale dividersi fieramente fra detrattori e sostenitori, un'ultima volta.

Ci preme, in chiusura, sottolineare un ultimo aspetto. Con tutti i suoi difetti, questa storia non è peggiore di quella che l'ha preceduta, anzi. Non è un bel segnale per il futuro.



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