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Signora mia, non ci sono più i cattivi di una volta!

Caro lei, almeno ci fossero i buoni!
Recensione di  |   | tex/


Signora mia, non ci sono più i cattivi di una volta!
Almanacco West 2013


Signora mia, non ci sono più i cattivi di una volta!

Scheda IT-TX-AL13

La persistenza dei perché 1: divergenza.

Perché si legge una storia così? A questa domanda, e a quelle correlate, abbiamo già risposto (Il ciarlatano Almanacco del West 2012 e Braccato! nn.623-624 ); e sebbene non sia colpa nostra ci rendiamo conto di risultare ripetitivi. Le risposte sono valide ora come lo erano allora. O meglio: in realtà questa volta non è proprio così. A onor del vero questa volta un motivo sensato per pubblicare e leggere la storia esiste; e ha un nome e un cognome: Carlos Gomez.

I disegni del grande maestro argentino sono un motivo più che sufficiente per tirar fuori di tasca i sei euro di questo albo. Però sono anche il solo motivo per farlo. Anzi, per dirla tutta, una volta terminata la lettura della storia e del volume viene da chiedersi perché per godere delle sue tavole venga inflitto al lettore tutto quel che non è il lavoro nudo e crudo di Gomez. In fondo, sei euro li si è tirati fuori. Le tavole di Gomez li valgono senza dubbio... se senza balloon né rubriche. Tavole curate nei dettagli, espressive e palpitanti di vita. Volti vividi ed energici, emozioni perfettamente scolpite su visi resi con naturalezza e realismo. Corpi plastici e pieni, scene d’azione ricche di pathos. I disegni di Gomez sono una festa per gli occhi non meno che un piacere pieno per l’intelletto. Nelle scene urbane e in interni, come sotto il sole delle piste, sembra di poter toccare gli oggetti e le persone, di sudare per il calore del sole a picco; si può quasi sentire nelle narici l’odore della polvere secca delle strade, o della pioggia fitta che cade sul terreno riarso.

Polvere, sole e sudore secondo Gomez
Almanacco del West 2013, pag.64 - tavola di Carlos Gomez

(c) 2013 Sergio Bonelli Editore

Polvere, sole e sudore secondo Gomez<br>Almanacco del West 2013, pag.64 - tavola di Carlos Gomez<br><i>(c) 2013 Sergio Bonelli Editore</i>

È minuzioso Gomez nel ritrarre una galleria di mimiche e personalità così diversificate, rendendo a ciascuna una vera e propria anima, una umanità reale. I pards risultano perfettamente inseriti in questa galleria - e a suo perfetto coronamento. In particolar modo Carson e Tiger sono resi al meglio: vigorosi, ironici, duri, scattanti. A prima vista l’interpretazione di Tex appare sicuramente meno canonica, tuttavia l’Aquila della Notte proposto da Gomez è presentato in tutta la complessità del genuino personaggio bonelliano: un eroe tutto d’un pezzo, ma non meno ricco di ironia e umanità: con questo albo Gomez si inserisce nel novero dei migliori interpreti del ranger e del suo specifico universo western. Lo fa con la propria personalità e sensibilità, ma senza tradire il personaggio. Per tutto questo si legge una storia così e la si pubblica. Resta da capire perché la si scriva.

La persistenza dei perché 2: convergenza.

I lettori texiani (e lo stesso Tex, viene da dire) hanno contratto un debito immenso con Mauro Boselli negli anni bui del nizzismo. È stato Mauro Boselli a garantire al ranger la sua dignità lungo un decennio e oltre di storie umilianti per il personaggio, storie a tal punto fuori personaggio da risultare in vere e proprie parodie (in)volontarie. Per questo debito non ne vorremo troppo a Boselli per questa storia. Magari ci auguriamo di non leggerne un'altra così: questo senza meno, anche perché i crediti riscossi in eccesso poi diventano debiti, Mauro. In quegli anni bui Boselli ha abituato il lettore a una propria interpretazione del personaggio, tuttavia sempre rispettosa della sua storia e delle sue caratteristiche. Come Gomez nei disegni di questo albo.

Mauro Boselli ha sempre raccontato storie di esseri umani e non di figurine di carta

Uno degli schemi più personali di Boselli ha sempre ruotato sulle figure dei cattivi. Carismatici, ma soprattutto ambigui. I cattivi boselliani più riusciti sono sempre dei personaggi sfaccettati e non completamente prevedibili. Posseggono un fondo virtuoso o comunque non del tutto marcio, delle risorse morali apparentemente incongrue con il loro ruolo e la loro storia, con la personalità di un delinquente. In realtà, sono semplicemente esseri umani. Semplicemente, Mauro Boselli ha sempre raccontato storie di esseri umani e non di figurine di carta. In modo più sfumato e in linea con lo spirito dei suoi tempi, è esattamente quanto faceva anche il creatore di Tex.

Ambiguità e realistica complessità non significano però incoerenza; incoerenza completa è quanto invece caratterizza il comportamento dei cattivi di questa storia, in particolare il loro fascinoso e carismatico leader Ozzie Johnson; così che invece di risultare umanamente mutevoli e ambigui ne vengono fuori dei pupazzi di carta dal comportamento privo di senso e di un adeguato retroterra narrativo che motivi gli sviluppi dei personaggi. Nello spazio di qualche vignetta passano da belve assetate di sangue (o quasi) a cavalieri erranti al servizio di donzelle in pericolo minacciate dagli indiani bastardoni. Ozzie, e questo è pienamente da copione, perirà sacrificando (ed emendando) la sua vita per quella della moglie malata del tizio cui aveva appena ripulito le casse. Ci può stare tutto, il banditone che si pente e cambia vita è un evento narrativo canonico da ben prima delle crisi di coscienza dell’Innominato. Però un minimo di giustificazione, di preparazione, di evoluzione ci vuole. Ci vogliono. Un minimo, non un trattato di psicoanalisi del profondo. Ma qui non c’è proprio nulla.

L'angelo custode dal bel sorriso
Almanacco del West 2013, pag.80 - disegni di Carlos Gomez

(c) 2013 Sergio Bonelli Editore

L'angelo custode dal bel sorriso<br>Almanacco del West 2013, pag.80 - disegni di Carlos Gomez<br><i>(c) 2013 Sergio Bonelli Editore</i>

Ozzie è lo strafottente rapinatore e assassino che aveva ammazzato gente di qua e di là, e subito dopo è un simpatico mascalzone dal cuore d’oro. E i suoi compari sono tutti come lui. Sanguinari a mezzogiorno, e a mezzogiorno e un minuto non chiedono che di poter fare i garzoni all’emporio della vedova Mathers. Nell’economia di una storia che si regge unicamente sul confronto dei personaggi, sullo studio dei caratteri e sul dipanarsi delle azioni e reazioni umane attorno al canovaccio essenziale di una caccia ai banditi, questo risulta in una pecca decisiva. Questa storia non è un disastro, è scritta con la consueta smagata sapienza. Mauro Boselli ha mestiere e capacità di scrittura e lo si vede anche qui; mette in mostra tali qualità anche in una storia elementare e di routine come questa La pista dei fuorilegge, ben lontana dalle raffinate architetture narrative ed emotive de Il passato di Carson, Gli Invincibili o di Patagonia.

Una conclusione talmente incoerente e inconcludente da far crollare tutto come un castello di carte

La narrazione è coinvolgente, i personaggi simpatici, i pards tonici e caratterizzati accortamente. Le sequenze sono ben calibrate e i personaggi inseriti di contorno son più che semplici macchiette, Boselli ne fa degli esseri umani credibili e vivi come è nel suo stile. Rupert e Tad in apertura; Moreno e Juana al trading post; Shannon e Tom alla miniera; Beth, lo sceriffo e il contabile della banca nella cittadina di Clifton. Una galleria di miniature riuscite. Una storia semplice ma non semplicistica. E una conclusione talmente incoerente e inconcludente da far crollare tutto come un castello di carte; da far cascare le braccia al lettore. Perché si scrive una storia così?

I perché della persistenza: omeostasi.

È possibile che in origine questa storia dovesse essere completamente diversa, e che quindi diversi dovessero esserne lo sviluppo e i personaggi. Non ci interessa. Nel senso che ciò che possiamo giudicare (e ciò per cui come lettori abbiamo pagato...) è quanto effettivamente è stato pubblicato. Ovvero una sceneggiatura che appare la risultante della resezione di una storia in 180 tavole a cui sia stata amputata la parte centrale e ricuciti assieme alla bell’e meglio l’inizio e la fine; e un soggetto che di conseguenza perde coerenza e senso compiuto. Tex è ormai prossimo al traguardo dei 630 albi della serie regolare, un passato immenso, la cui sola dimensione spaziale e temporale giustifica la persistenza del personaggio nei cuori dei lettori e nelle edicole italiane. Non è una singola storia mal riuscita (e ai limiti della presa in giro del lettore...) che possa sminuire quel passato o intaccare quell’amore.

Negli ultimi dieci anni le zampate boselliane sono state rare

La persistenza del declino può però lentamente erodere la persistenza di quell’affetto e il ricordo di quel passato. Perché continuare - persistere - nella lettura di Tex? L’affetto è ovviamente la risposta. Ma quante delusioni può sopportare l’affetto? A conti fatti, il declino è iniziato intorno al n.400 della serie regolare, quasi vent’anni fa, con la crisi e l’involuzione della scrittura dell’autore principale (in precedenza unico o quasi), Claudio Nizzi. Per quasi tre lustri la crisi e l’involuzione di Nizzi hanno rappresentato lo stato dell’arte di Tex, interrotto qui e là dalle incursioni di Boselli, boccate d’aria pura. Poi forse la routine, la sovrapproduzione, l’impegno su Dampyr hanno usurato la verve boselliana, pur sempre capace di rinverdire i fasti passati e tirar fuori il Patagonia del caso. Ma negli ultimi dieci anni le zampate boselliane sono state rare.

Chi ha affiancato Boselli negli ultimi anni non sembra (ancora) in grado di puntellarne adeguatamente la vena oggi meno felice. Per Gianfranco Manfredi Tex sembra essere più che altro un diversivo o comunque un impegno secondario; Tito Faraci, dopo aver mancato su Dylan Dog è avviato al bis su Tex; Pasquale Ruju ha fornito finora prove molto solide, ma è ancora atteso a quel che serve per restituire a Tex il suo passato: una serie consistente di prove molto più che solide. Perché oggi la persistenza dell’affetto per Tex si scontra con la persistenza del suo declino. Con il ritiro di Nizzi ci si aspettava un risollevarsi del tono delle storie del ranger che non c’è stato. Non nei termini in cui, più che lecito, era necessario attendersi. E allora torna l’interrogativo: Gomez a parte, perché si pubblica una storia così?



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