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Uno sceriffo poco Maxi...

...e molto, molto terrestre
Recensione di  |   | tex/


Uno sceriffo poco Maxi...
Maxi Tex 16


Scheda IT-TX-m16

Non basta un buono spunto per fare una buona storia. Men che meno un buon Maxi che, con le sue trecento e passa pagine, equivale a quasi tre albi della serie regolare. Rileviamo che il Maxi ha perso da tempo la sua vocazione di banco di prova per sceneggiatori estranei al mondo di Tex, quindi in certa misura anche un luogo dove poter osare più del solito e sperimentare nuove soluzioni, e si è ormai allineato alle leggi della serialità della casa editrice, trasformandosi in un'altra (corposa) uscita annuale da riempire in un modo o nell'altro. I risultati si vedono.

Tito Faraci parte da un'idea sicuramente valida, anche perché largamente impiegata nella letteratura e cinematografia western, ossia un ambiguo sceriffo che tiene in scacco, in un miscuglio di ammirazione e soggezione, l'intera popolazione di una cittadina. Considerato che, a cominciare dal lontano 30 settembre 1948, la categoria delle "stelle di latta" è sempre andata poco d'accordo con il nostro ranger, e tenuto conto di ciò che sarebbe potuto germogliare dai pochi semi gettati nei solchi delle pagine (la banda nascosta, il ricercato, la cittadinanza "complice"), c'erano le premesse per una storia urbana di tutto rispetto.

Brillando sotto la pioggia
Maxi Tex 16, pag.119 - Tavola di Miguel Repetto

(c) 2012 Sergio Bonelli Editore

Brillando sotto la pioggia<br>Maxi Tex 16, pag.119 - Tavola di Miguel Repetto<br><i>(c) 2012 Sergio Bonelli Editore</i>

Invece, inopinatamente, non solo il soggetto resta ridotto all'osso, limitandosi a trasportarci stancamente dalla prima all'ultima pagina senza sussulti, ma nemmeno la sceneggiatura, indubbio punto di forza dell'autore, riesce a fornire un valido soccorso - c'è da capirlo: non si può campare di sola sceneggiatura per 318 pagine, nemmeno se fosse particolarmente ispirata, e non è certo il caso de La legge di Starker. Quanto ai personaggi, unica variabile residua che avrebbe potuto salvare la baracca in assenza di tutto il resto, beh, diciamo che qui non parliamo sicuramente del punto di forza dell'autore e che non c'erano particolari aspettative, ma le delusioni sono egualmente arrivate.

Avremmo potuto passar sopra un mucchio di altri difetti se l'antagonista principale fosse stato costruito a dovere

La prima, forse la maggiore, ce la procura proprio quel Gregory Starker che intitola la storia. Avremmo potuto passar sopra un mucchio di altri difetti se l'antagonista principale fosse stato costruito a dovere, diventando il principale motore degli eventi, compensando con la sua personalità le carenze di soggetto e sceneggiatura e, non ultimo, esaltando con il suo spessore di villain ambiguo e machiavellico il protagonista che gli si contrappone, un Tex rimasto ancora una volta orfano dei suoi pards e quindi più che mai bisognoso di validi comprimari.

Forse è proprio qui il punto nodale: la vacuità dei personaggi, tutti, indistintamente dal loro grado d'importanza. Piattezza che, lungi dal compensarla, mette ancor più in evidenza la povertà complessiva dell'impianto narrativo. Faraci, abbastanza inspiegabilmente per un professionista della sua esperienza, sembra voler sciupare quei pochi buoni spunti sui quali avrebbe potuto comporre una trama ben più solida, impiegando soluzioni al limite della forzatura logica. Così, proprio a inizio storia e quando ne avrebbe avuto più bisogno, Starker si sbarazza di tutti i suoi complici in modo tanto sbrigativo quanto irrealistico (sei fuorilegge professionisti, e nessuno riesce ad abbozzare una reazione), restando ad affrontare Tex con un paio di aiutanti babbei e semicaricaturali, che avrebbero figurato meglio sulle pagine del Piccolo Sceriffo o di Alan Mistero. Il terzo incomodo, Nick Lewis, il fuorilegge che fa incrociare le piste di Tex e Starker, viene liquidato anch'egli in poche pagine, abortendo allo stadio embrionale uno sviluppo dalle interessanti potenzialità.

Lo scudo umano: un classico di Faraci
Maxi Tex 16, pag.154 - Disegno di Miguel Repetto

(c) 2012 Sergio Bonelli Editore

Lo scudo umano: un classico di Faraci<br>Maxi Tex 16, pag.154 - Disegno di Miguel Repetto<br><i>(c) 2012 Sergio Bonelli Editore</i>

E che dire dei cittadini di Blackfalls? Che dire dei sudditi della spietata "Legge di Starker"? Pensiamo a quel che sarebbe potuto essere lo sfondo sul quale innervare l'intera sceneggiatura, ossia il rapporto malato fra sceriffo e cittadinanza, l'iniziale diffidenza e ostilità verso Tex, poi il suo lento mutare, la graduale presa di coscienza di fronte alle azioni e alle parole del ranger, lo scambio di ruoli fra cacciatore e preda, fino al completo ribaltamento della situazione e alla massima esaltazione del carisma di Tex, capace di redimere un'intera città irretita da un perfido incantatore con la stella. Invece niente, o quasi. Soltanto a storia ormai avviata a conclusione, Starker decide di profittare della complicità dei "suoi" concittadini e, per convincerli, che fa? Quali sottili machiavellismi adotterà mai costui, per aizzare la popolazione tutta contro un famoso e stimato ranger? Un'arringa di ben sei (!) pagine, al termine della quale si ritrovano tutti entusiasticamente schierati al suo fianco. Mah.

Non che poi accada gran che. L'epico (si fa per dire) scontro fra Tex e l'intera Blackfalls si risolve con un paio di botte in testa, mentre Starker pensa bene di gettare la maschera facendosi venire una crisi isterica e cascando nel più sciocco dei tranelli. Davvero una fine ingloriosa per chi ha tenuto impegnato non-si-sa-come il grande Tex Willer per oltre trecento pagine, per tacere dei prodi cittadini che, lesti a cambiare bandiera dopo un'altrettanto prolissa contro-arringa, acclamano il nuovo paladino tra scroscianti applausi.

Sceriffi sull'orlo di una crisi di nervi
Maxi Tex 16, pag.308 - Disegno di Miguel Repetto

(c) 2012 Sergio Bonelli Editore

Sceriffi sull'orlo di una crisi di nervi<br>Maxi Tex 16, pag.308 - Disegno di Miguel Repetto<br><i>(c) 2012 Sergio Bonelli Editore</i>

L'eccessiva semplicità delle soluzioni narrative è il triste corollario della povertà di un soggetto che, bruciate improvvidamente le poche idee valide, si affida a lunghe sequenze di riempimento. Dialoghi ridondanti, scene inutilmente dilatate, agguati, cazzotti e un paio di sparatorie, inserite per spezzare la monotonia più che per reale necessità. Il tutto gravato da una cappa di seriosità ingiustificata, considerato lo scarsissimo spessore degli avversari.

L'assenza dei tre pards mette ancor più in rilievo l'inconsistenza dei personaggi di contorno

L'assenza dei tre pards mette ancor più in rilievo l'inconsistenza dei personaggi di contorno, sagome di cartone dagli scopi meramente funzionali alla trama, ma incapaci di trasmettere alcuna partecipazione emotiva. Perfino Tex sembra trovarsi spaesato e continua a girare a vuoto, fino alla comparsa di un provvidenziale deus-ex-machina, ossia un ciarliero negretto che, sostanzialmente, gli racconta tutto, perfino il vero nome di Starker. Un ben misero espediente, degno di un passato che, sinceramente, vorremmo lasciarci alle spalle.

Come l'erba buona che si lascia soffocare da quella cattiva, sceneggiatura e dialoghi finiscono per adeguarsi al generale clima di piattezza e banalità. Così, fatti salvi alcuni apprezzabili tocchi di classe, dobbiamo sorbirci lunghe e reiterate sequenze spiegazioniste malamente realizzate, non escluso un pessimo uso dell'auto-racconto. Ci riferiamo, per esempio, a quando lo sceriffo rievoca, con sequenze di flash-back e balloon di pensiero, episodi del suo passato senza alcuno scopo, se non quello di "informare" il lettore di questioni secondarie che, oltretutto, nelle linee generali s'erano capite da un pezzo. Altro caso, quando i personaggi "pensano" o esplicitano con le parole le loro azioni presenti, quasi a voler spiegare a lettori un po' tardi di comprendonio ciò che stanno già vedendo con i loro occhi, oppure per rimarcare quanto una determinata azione sia logica, giustificata, corretta... in altre parole, ben sceneggiata! Sono soluzioni elementari, che si possono faticosamente accettare in storie come quelle della compianta EsseGesse (Comandante Mark e affini, per intenderci), ma sono del tutto fuori luogo su Tex.

Paura di che? Di non farsi capire?
Maxi Tex 16, pag.229 - Tavola di Miguel Repetto

(c) 2012 Sergio Bonelli Editore

Paura di che?  Di non farsi capire?<br>Maxi Tex 16, pag.229 - Tavola di Miguel Repetto<br><i>(c) 2012 Sergio Bonelli Editore</i>

Con una punta di perfidia potremmo a questo punto affermare che i disegni di Miguel Angel Repetto sono perfettamente adatti al genere di storia, più per bambini che per ragazzi o adulti. In realtà, se da un lato facciamo tanto di cappello alla tecnica dell'ultra-ottuagenario disegnatore argentino che, a dispetto della veneranda età, dimostra ancora un'invidiabile saldezza di mano e senso delle proporzioni, dall'altro i difetti sono quanto mai evidenti. Legnosità delle pose, innaturalità delle scene dinamiche, fisionomie che variano da una vignetta all'altra, espressioni sopra le righe a livello di caricatura, lacrime e gocce di sudore che zampillano come da fontane, a volte perfino l'uso di linee che evidenziano particolari espressioni di stupore - mancano giusto i goccioloni tipici di certi manga! Le pose e le espressioni migliori sono sostanzialmente copiate da Giovanni Ticci; per il resto, il risultato può anche definirsi discreto in termini assoluti, ma ha poco a che vedere con Tex. Stupisce che, nonostante Repetto disegni il personaggio ormai da parecchi anni, non sia mai entrato, o voluto entrare, in piena sintonia con il suo mondo.

Tex o Paperino?
Maxi Tex 16, pag.155 - Disegno di Miguel Repetto

(c) 2012 Sergio Bonelli Editore

Tex o Paperino?<br>Maxi Tex 16, pag.155 - Disegno di Miguel Repetto<br><i>(c) 2012 Sergio Bonelli Editore</i>
La storia va criticata più che altro per quello che non avviene

Non tutto è da buttare. L'idea di partenza è interessante e c'è un tentativo d'intreccio, che però rimane abbozzato e si perde per via. La legge di Starker va criticata più che altro per quello che non avviene, almeno da chi, come noi, pensa che una buona idea non sfruttata sia peggio di una cattiva idea.

Anche stavolta Faraci decide di fare a meno dei tre pards, salvo un evitabilissimo impiego di Carson nel finale. Senza voler apparire presuntuosi, pensiamo sia stato un errore. La loro assenza, se apparentemente semplifica la vita dello sceneggiatore, in realtà fa mancare tre elementi fortemente carismatici, capaci di vivacizzare dialoghi e narrazione, a tutto beneficio di una storia lunga e dal soggetto scarno come questa. Certo, si tratta di personaggi che richiedono una certa attenzione, anzi, una notevole attenzione, ma non è forse questo il mestiere di uno sceneggiatore?

Un altro albo che, spiace dirlo, si dimenticherà più velocemente di quanto si sia impiegato a leggerlo.



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