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Ciarlatano a chi?!?

dove si discute del signor Tex Willer, ranger del Texas...
Recensione di  |   | tex/


Ciarlatano a chi?!?
Almanacco West 2012


Scheda IT-TX-AL12

...e della necessità che egli assuma un elisir di lunga vita assai potente per sopravvivere ai suoi biografi.

Perché si legge una storia così? Perché si è ospiti della più amabile coppia di lettori texiani e si assiste alla loro lettura dell’albo: all’aggrottarsi delle sopracciglia per la perplessità; allo sbarrarsi degli occhi per l’incredulità; all’accorata emissione di alti lai per l’esasperata sofferenza. Si prende dunque l’albo in mano - dopo così tanto che non si legge Tex - e lo si sfoglia: una prima volta; poi una seconda e una terza. Le sopracciglia si aggrottano per la perplessità: ma davvero Tex è disegnato a 'sta maniera? Gli occhi si sbarrano per l’incredulità: DAVVERO! Si accantona l’albo; e non una sola volta, ma ripetutamente. Infine si cede e si legge. E si emettono alti lai. Ma questa non è che indebita e becera autobiografia.

Perché si pubblica una storia così? Perché una volta all’anno è prevista la pubblicazione di una cosa nota come "Almanacco del West" e se si ha sotto mano una storia di centodieci tavole se ne fa uso allo scopo.

Perché si scrive una storia così? Qui entreremmo nel campo delle ipotesi, e pur non volendo addentrarci nella psicologia dovremmo forse lavorare assai di fantasia. Ma più probabilmente è nella semplicità che troveremmo la risposta. Come sopra: una volta all’anno esce in edicola l’Almanacco del West, e qualcuno deve pur scrivere - e disegnare - l’albo.

Un candidato al suicidio
Almanacco del West 2012, pag.126 - tavola di Giacomo Danubio

(c) 2012 Sergio Bonelli Editore

Un candidato al suicidio<br>Almanacco del West 2012, pag.126 - tavola di Giacomo Danubio<br><i>(c) 2012 Sergio Bonelli Editore</i>

Ma in definitiva cos’ha che non va questa storia? A ben vedere nulla, a parte qualche "piccolo" particolare. A partire dal titolo: a conti fatti Doc McPherson è un buon diavolo e un segaossa tutt’altro che incapace e viene calunniato ingiustamente: non è davvero il ciarlatano del titolo, povero Doc! Ma questa non è che per celiare.

Ciò che salta agli occhi con immediata evidenza a una prima sfogliata dell’albo è l’inefficacia del disegno

Ciò che salta agli occhi con immediata evidenza a una prima sfogliata dell’albo - e che la lettura conferma in pieno - è l’inefficacia del disegno. Se narrativamente la storia è pochissima cosa, il lavoro di Giacomo Danubio le toglie ogni residua possibilità di suscitare il minimo interesse nel lettore. La rigidità delle espressioni e delle posture raggiunge talora lo zenit della totale non interpretazione del testo. Valgano le occasioni in cui i personaggi (più volte il Doc, ma anche l’uomo di scorta alla diligenza nelle prime pagine della storia) sono minacciati di morte e i loro volti, più che esprimere il terrore variano in una gamma di espressioni dalla moderata tristezza allo stupore un po’ ebete. E rigidi e innaturali sono gli attori delle scene d’azione con le quali Tito Faraci trapunta il tessuto diafano del racconto e ai quali Danubio non riesce a fornire alcuna credibilità fisica, mimica e dinamica. Lo stesso Tex è reso senz’anima e senza quella carica di umanità profonda che lo caratterizza. Forse in una sola occasione il disegnatore ce lo ha restituito in tutta la sua ricchezza espressiva: nel bel primo piano al saloon dopo l’abbondante colazione consumata.

Se graficamente Il Ciarlatano è una storia insufficiente con nettezza, le cose non cambiano di molto sotto il profilo del racconto. Non che la storia presenti errori evidenti o una caratterizzazione di Tex che ne stravolga la personalità, ma è nella sua interezza che essa si offre al lettore come una narrazione anemica e priva di alcun mordente. Si può riconoscere a Faraci di metterci una qual buona volontà nel rinsanguare con l’ironia la pochezza se non l’inesistenza del suo soggetto; e tuttavia questa ironia non funziona, risultando non meno anemica dello svolgersi degli eventi narrati, nei quali si cercherebbe invano traccia di dramma e pathos. E’ esemplare a questo riguardo la conclusione del racconto, nella quale Faraci non si perita di introdurre all’ultimo Carson al solo fine di fargli pronunciare la battuta finale (con Tex che gli fa da spalla) sull’intruglio venduto dal Doc. Ma il povero Carson non risulta per nulla ironico nel suo trapassare dallo scetticismo al possibilismo, e il lettore lo percepisce sbattuto nella storia unicamente per fare la figura del babbeo. E così come le ultime 2-3 pagine, in nessun dove precedente si trova un guizzo di ironia autentica, di azione sincera, di emozioni genuine. Di vita. Il mestiere non può sostituire la passione, e se pure il mestiere è un po’ latitante...

Spaventato... o stufo di ripetere sempre la stessa lagna?
Almanacco del West 2012, pag.107 - disegni di Giacomo Danubio

(c) 2012 Sergio Bonelli Editore

Spaventato... o stufo di ripetere sempre la stessa lagna?<br>Almanacco del West 2012, pag.107 - disegni di Giacomo Danubio<br><i>(c) 2012 Sergio Bonelli Editore</i>

Doc McPherson non è un vero ciarlatano, né di quelli sulfurei e neppure di quelli cialtronescamente simpatici: è un povero diavolo spaventato che prega in continuazione di non essere accoppato, una blanda figura che genera una blanda simpatia. Il suo assistente è il più blando pard occasionale che Tito Faraci abbia finora accoppiato al nostro ranger, e l’essersi rivelato un valido aiuto per Tex non riesce a riscattarne la caratterizzazione incolore. I cattivi sono di un’inconsistenza umana e narrativa che va oltre una rappresentazione blanda: i due fratelli a capo della banda e il loro braccio destro Draker non posseggono alcuno spessore umano o criminale che faccia correre il rischio che il lettore possa rammentarsi di loro in futuro: espletano un compito, quello di contrapporsi a Tex, ma non hanno una vita loro, una personalità indipendente. Aver riletto dopo l’almanacco gli albi di El Muerto ha dato il colpo di grazia al povero Rud e compagnia: la figura gigantesca di Paco Ordoñez ha una carica di tragedia, sofferenza e malvagità vere che attraversano i decenni; e perfino gli sgherri che El Muerto aveva ingaggiato vivevano di luce propria grazie a una cialtroneria ruspante e vitale. Blando è il Tex di queste pagine, un Tex che svolge con diligenza il compitino assegnatogli dall’autore. Là dove esce da questo blando percorrere l’anonimità della storia lo fa con mala grazia, insolentendo senza motivo il malcapitato sceriffo di Stoneville che si becca del codardo scaldasedie ma al quale, a ben vedere, non c’è molto da rimproverare. Forse però per Faraci strapazzare comunque uno sceriffo ogni tanto fa molto Tex, così come qualche "beccaccione" o "gallinaccio" sparso qui e là nell’arco della storia. A ben vedere anche la strapazzata è in fondo blanda.

Una storia priva di anima

C’è poco, del resto, che una sceneggiatura possa cavare dal soggetto-non soggetto di questa storia blanda. Se in centodieci pagine texiane risaltano evidenti allungamenti del brodo siamo in presenza di un racconto povero di idee e dal contenuto di dramma blando. Una storia priva di anima. E’ difficile appassionarsi al salvataggio di una figura inconsistente come il Doc, o alle figure dei banditi, che si "stagliano" con drammatica potenza. E dunque i continui e asfissianti tentativi di uccidere McPherson (o altri) - ogni volta rimandati o falliti con accorgimenti così bolsi da non nascondere per nulla la loro natura di espedienti allo scopo. Ecco allora che trova una logica collocazione la manfrina di Tex con il povero sceriffo: due pagine gratis, e pure strizzando l’occhio al lettore più disposto a lasciar correre. Ecco ancora uno scontro con i cattivi che non finisce più e che non si solleva mai dalla piattezza di uno scambio di pistolettate e fucilate - del resto cosa era avvenuto in precedenza per cui dovremmo interessarci della sorte di McPherson e del suo assistente o anche dei banditi? Ecco infine che si può infilare Carson per chiudere degnamente la storia: così oltre al pard occasionale si mette il pard tradizionale e gli si fa fare una battuta ironica. Tutto troppo blando per blandire davvero il lettore.

Non vorremmo tuttavia essere ingenerosi. Ci accontentiamo di non accontentarci, pur nella consapevolezza di quanto scritto all’inizio: perché si pubblica e si scrive una storia del genere? Perché s’ha da scriverla e da pubblicarla!



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