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Prova d'orchestra... per clarinetto solo

la prima "vera" storia texiana di Tito Faraci
Recensione di  |   | tex/


Prova d'orchestra... per clarinetto solo
Tex 581-582


Scheda IT-TX-581-582

Nella sua reale storia d'esordio, Tito Faraci sembra voler fare le prove generali, una messa a punto in piena regola del "suo" Tex, del suo modo di concepirlo e interpretarlo. La storia è piacevole, molto western, ben costruita (benché non esente da pecche), la cui trama appare tuttavia sproporzionatamente esile se raffrontata al numero di pagine che occupa. Pensiamo sia stata una scelta intenzionale dell'autore, proprio per avere l'agio d'impiegare una serie di situazioni tipicamente texiane che costituiscono, a ben vedere, l'ossatura della vicenda.

Nell'arco delle 220 pagine, infatti, Tex si scazzotta svariate volte con i soliti balordi, mostra il suo acume in fatto di cavalli, si prende buona cura delle sue armi, va a caccia di puma, infila (con alterna fortuna) un certo numero di battute "bonelliane", affronta un orso inferocito, elimina una considerevole quantità di nemici bianchi e rossi e, soprattutto, è sempre un passo avanti agli altri, scaltro e intuitivo come nessun altro. Insomma, un Tex da manuale, praticamente perfetto nel rispetto della sua personale "grammatica". E la storia? Simpatica, dicevamo, con qualche spunto interessante e qualche lungaggine di troppo, specie nelle spiegazioni, ma niente più. Un difetto? Secondo noi no, non stavolta.

"Lo sceriffo indiano" è palesemente giocata più sui singoli episodi che sull'intreccio, più sulle situazioni e sui dialoghi che sui colpi di scena, il che secondo noi è una caratteristica non solo "bonelliana" ma del Western tout-court. Quante avventure del periodo aureo di Tex si reggono su semplici canovacci sui quali Gianluigi Bonelli faceva recitare da par suo i quattro pards? E quante di esse sono ricordate, a distanza di decenni, più per le battute dei protagonisti che per lo sviluppo della trama? Senza sbilanciarci in paragoni prematuri, ancor più che impropri, ci preme sottolineare che l'impostazione data da Faraci a questa storia è innanzi tutto rispettosa del modo di lavorare del creatore di Tex, segno che la lezione è stata studiata e appresa a fondo.

Non potremmo essere più lontani dall'esordio di Mauro Boselli che, con "Il passato di Carson", scrisse un capolavoro d'intreccio, sceneggiatura, ritmo e personaggi. Una partenza al fulmicotone, dovuta anche al fatto che, per stessa ammissione dell'autore, non v'era alcuna garanzia che a quella prima storia ne sarebbe seguita una seconda. Faraci, per sua fortuna, non ha avuto la stessa pressione psicologica, ma quel che emerge è soprattutto la differenza di prospettiva: Boselli puntò, e tuttora punta, essenzialmente sulla trama e sui comprimari, mentre Faraci ha lavorato sul protagonista e sui topòi della saga. Una scelta lungimirante, a nostro avviso, perché la serialità, e la serialità texiana in particolare, non consente di sfornare capolavori a ripetizione, ma necessita di una formula collaudata che garantisca un livello accettabile anche su storie normali.

"Lo sceriffo indiano" è fatta di pochi ingredienti e molto lavoro, il che è la sua forza e il suo limite
"Lo sceriffo indiano" è fatta di pochi ingredienti e molto lavoro, il che è la sua forza e il suo limite. Non un capolavoro, ma un promettente viatico per le storie che verranno. Faraci deve ancora dimostrare di trovarsi realmente a suo agio nell'universo texiano, con i quattro pards in primis, elemento fondante e non accessorio del suddetto universo, nonché liberarsi di una certa artificiosità e freddezza. Ma si tratta appunto del suo primo passo, pertanto possiamo ritenerci abbastanza soddisfatti.



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