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Il magnifico traditore

due leggende finalmente s'incontrano
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Il magnifico traditore
 


Il magnifico traditore

Scheda IT-TX-g22

      PO: "Parlando di West e di Bonelli, lei ha mai avuto offerte o ha mai chiesto di lavorare su Tex?"
      GDA: "No. Ora lo scrive Nizzi, e sono storie più costruite. Allora i tempi erano diversi. Non voglio fare il critico, ma allora il lavoro era molto alla buona. E molti, compreso Gianluigi Bonelli, andavano avanti a braccio. Non facevano una programmazione precisa, almeno per quel che sapevo. Insomma, per me era un modo di lavorare abbastanza noioso, poco stimolante. Di scriverlo non è mai venuto in mente, anche perché disegnavo molto ma scrivevo meno di oggi. E di disegnarlo non me la sarei sentita. Se avessi avuto necessità lo avrei fatto, ma ho avuto occasioni di lavorare su storie che mi divertivano di più."
      (dall'intervista di Paolo Ottolina a Gino D'Antonio del maggio 2000).

In queste poche righe è riassunto efficacemente il tormentato rapporto tra il padre della Storia del West, nonché uno dei giganti del fumetto italiano, e il ranger più famoso d'Italia. Un incontro a lungo rimandato, tanto auspicato dai lettori quanto scansato dall'interessato. Per lungo tempo Sergio Bonelli, in virtù dell'enorme stima che nutriva per Gino D'Antonio, aveva ripetutamente cercato di avvicinarlo a Tex, invano. Ciò rende un evento ancora più prezioso la realizzazione di questo ventiduesimo Texone, che resterà purtroppo l'unico realizzato dal grande autore milanese e pubblicato postumo.

All'esordio di D'Antonio si affianca poi quello di Lucio Filippucci, che interpreta graficamente il ranger con un tratto vigoroso e dettagliato, pulito ed espressivo. Ma sui disegni torneremo.

Il massacro
Tex gigante 22, pag.115

(c) 2008 SBE

Il massacro<br>Tex gigante 22, pag.115<br><i>(c) 2008 SBE</i>

D'Antonio e Tex

"Seminoles" è emblematica del rapporto fra Tex e il suo autore, svelando tra le righe cose che vanno al di là del semplice racconto. L'inizio è prudente, rispettoso: il forte militare, il colloquio con il comandante, la missione, i battibecchi fra i due pards. Battibecchi un po' di maniera, verrebbe da dire, inseriti più per onorare un contratto che per reale convinzione. Ma già affiorano le prime "anomalie": il forte non è in Texas o in Arizona, ma in Florida; le paludi prendono il posto dei deserti e delle sconfinate praterie; i pittoreshi Seminoles, che intitolano l'albo, sostituiscono i più classici Apaches e Sioux. La Florida non è una novità assoluta in Tex, ma è comunque un'eccezione, il che ci dà una prima misura dello spessore di questo "esordiente" che non si perita di avventurarsi lungo piste poco battute.

D'Antonio scrive un Tex duro, determinato, privo d'incertezze e capace di discernere senza esitazione il bene dal male. Diverso, quindi, dai suoi soliti personaggi e affine al modello di Giovanni Luigi Bonelli, anche se ogni tanto ci pare di scorgere l'ombra di Pat McDonald (il personaggio della Storia del West che più gli somiglia) cavalcare al suo fianco
Altri temi tipicamente d'antoniani rapidamente s'innestano, fondendosi con la più pura texianità: la strage, la vendetta, la caccia all'uomo, il passato che torna, l'odio razziale, il tentativo di preservare una convivenza impossibile, fino all'eterna dicotomia fra Legge e Giustizia e alla rivincita contro un potere politico dominato dalla corruzione. Carson viene rapidamente messo fuori gioco; Tex si trasforma in cacciatore solitario e, da questo punto in avanti, abbiamo la sensazione che D'Antonio prenda saldamente in mano le redini, che abbandoni le ultime remore e inizi a scrivere, finalmente, il "suo" Tex.

"Cacciatore solitario" non è una definizione del tutto corretta, poiché il nerbo della storia è la doppia caccia di due uomini talmente diversi tra loro da condividere unicamente la loro preda. Ed è proprio l'inquietante figura di Lafarge, l'uomo dei cani, repellente individuo capace di provare affetto solo per le sue belve assassine, a rivelarsi un pilastro portante. La grandezza di un eroe si misura da quella dei suoi antagonisti, e Lafarge è un dannato bastardo che ricorderemo certamente a lungo, anche grazie alla magnifica caratterizzazione grafica che ne dà Filippucci.

D'Antonio scrive un Tex duro, determinato, privo d'incertezze e capace di discernere senza esitazione il bene dal male. Diverso, quindi, dai suoi soliti personaggi e affine al modello di Giovanni Luigi Bonelli, anche se ogni tanto ci pare di scorgere l'ombra di Pat McDonald (il personaggio della Storia del West che più gli somiglia) cavalcare al suo fianco. D'altronde, i richiami alla Storia del West balzano all'occhio in modo evidente (si vedano le annotazioni all'edizione) ed è inevitabile che sia avvenuta una certa contaminazione. Per esempio, e lo rileviamo con piacere, si fa notare una crudezza di situazioni, dalla donna sbranata dai cani alla freccia conficcata nela gola di Lafarge che muore rantolando, crudezza che si vede sempre più raramente su Tex. Inoltre, com'era da aspettarsi, i personaggi sono vivi, mossi da umane passioni, coinvolgenti, e per una volta ci troviamo a rimpiangere su Tex una maggior presenza femminile, con quelle donne che D'Antonio - caso più unico che raro - era capace di pennellare pur in un contesto avventuroso con ironia e straripante simpatia, e di cui ci fornisce un brevissimo ma significativo assaggio con la taverniera di Fort Missoula. Troppo poco, purtroppo.

Le paludi della Florida
Tex gigante 22, pag.161

(c) 2008 SBE

Le paludi della Florida<br>Tex gigante 22, pag.161<br><i>(c) 2008 SBE</i>

Tradimento?

Non tutto fila alla perfezione, tuttavia. Il prolungato duello a distanza fra Tex e Lafarge che, come abbiamo detto, rappresenta l'ossatura dell'intera storia, paga un tributo eccessivo all'esigenza narrativa di tenere in vita il cattivone fino all'ultimo.
Il prolungato duello a distanza fra Tex e Lafarge che, come abbiamo detto, rappresenta l'ossatura dell'intera storia, paga un tributo eccessivo all'esigenza narrativa di tenere in vita il cattivone fino all'ultimo.
La pista dei due uomini si incrocia per ben tre volte prima dello scontro finale e, in tutt'e tre, Tex deve abiurare alla sua proverbiale durezza per trasformarsi nel classico can-che-abbaia-senza-mordere. Una volta era sufficiente rivolgergli una parola storta per finire a mordere dolorosamente la polvere; con la correttezza politica imperante non pretendiamo più tanto (non sia mai!), ma nemmeno vorremmo che chi osa affrontarlo con un arma in pugno per tre volte fosse lasciato libero di andarsene, e addirittura di sparargli alle spalle che gli ha ingenuamente voltato, rendendosi in tal modo colpevole anche di sottovalutare un pericolosissimo avversario, come si vedrà proprio nelle pagine conclusive. E' qui che, a nostro parere, emerge vistosamente la lontananza fra la visione bonelliana e quella d'antoniana dell'eroe. Significativa, a tal proposito, una frase che Tex pronuncia durante il terzo di questi confronti: "Idiota! Mi costringi a mostrare il mio lato peggiore!" Lato peggiore? Se negli ultimi trent'anni crediamo di aver capito qualcosa di Tex, il momento della redde rationem, quando il prepotente di turno si scontrava prima con le parole, poi con le nocche e infine con le pallottole del nostro ranger, era di gran lunga il più atteso, se non l'unico per il quale si comprava l'albo tutti i mesi, e che suscitava un tifo da stadio fra i lettori. Di più, era questo che distingueva Tex dalla massa dei suoi fratelli di carta. Se questo per D'Antonio era il "lato peggiore" di Tex, non fatichiamo a comprendere il motivo per il quale avesse sempre rifiutato di scriverne, laddove avrebbe dovuto mostrare "lati peggiori" ogni dieci pagine, almeno stando ai canoni tradizionali dello stile bonelliano. D'altronde ne abbiamo una conferma in un altro momento topico, quello della punizione finale del cattivo. In una scena peraltro di grande intensità drammatica, con un Lafarge talmente incarognito da essere disposto a sacrificarsi pur di trascinare con sé l'odiato avversario, è una terza figura quella che si incarica di stroncarne definitivamente la vita, non Tex, che resta per così dire immacolato. Sembra insomma che, nel 2008, l'eroe non debba più sporcarsi le mani, lasciando l'ingrato compito ad altri. Se è così, non dovrebbe esserlo; almeno, non per Tex.
Se gli uomini (e le donne) di D'Antonio recitano in modo convincente il merito è anche di chi cura la realizzazione grafica e, in questo caso, la scelta di Filippucci non poteva essere più felice.

Recupero di carisma

Un'altra piccola sbavatura, assai meno grave, è la risata di Tex quando arriva al cospetto di Batterbaum, un errore che comunque non aveva mai commesso nessuno, nemmeno il Claudio Nizzi dei tempi peggiori. Tex è ironico, a volte sarcastico, sorride spesso ma non ride mai. Sembra che perfino Filippucci abbia sofferto di questa situazione, realizzando insieme con la risata forse il suo peggior primo piano del ranger, come se il suo volto non fosse anatomicamente conformato a tale reazione emotiva. Ma è l'unica, insignificante caduta di un disegnatore che ha saputo rendere con mirabile accuratezza i paesaggi della Florida, le divise dei soldati e i pittoreschi costumi dei Seminoles, nonché infondere espressività ai volti dei numerosi personaggi di questa lunga avventura. Se gli uomini (e le donne) di D'Antonio recitano in modo convincente il merito è anche di chi cura la realizzazione grafica e, in questo caso, la scelta di Filippucci non poteva essere più felice.

Risata forzata
Tex gigante 22, pag.235

(c) 2008 SBE

Risata forzata<br>Tex gigante 22, pag.235<br><i>(c) 2008 SBE</i>

Rimane un po' di amaro per non aver letto una storia con il quartetto al completo. Da uno scrittore "corale" come D'Antonio sarebbe stato lecito aspettarselo, ma sembra che l'andazzo corrente tenda sempre più a isolare Tex, a volte persino dall'inseparabile Carson, e preferisca affiancargli comprimari di passaggio.

La straordinaria longevità artistica di D'Antonio non fa che aumentare il rimpianto per la dipartita di un autore che avrebbe potuto dare ancora tanto al fumetto, e a Tex.
Ci consoliamo comunque con il confronto fra Tex e Batterbaum, una piccola gemma a degna conclusione di un ottimo albo, dove la semplice presenza minacciosa di Tex è sufficiente a ridurre a miti consigli un piccolo - di statura - ma assai ammanicato maneggione, capace di smuovere addirittura il presidente degli Stati Uniti ma abbastanza furbo da capire che in questo caso è meglio lasciar perdere. Una bella iniezione di carisma per il nostro Tex, che in un passato - ahinoi - non troppo lontano si faceva battere in velocità da vecchi avvocati in vestaglia.

Resta un'ultima considerazione da fare. D'Antonio ha scritto "Seminoles" alla bellezza di 79 anni d'età. A quella stessa età, perfino il grande Gianluigi Bonelli non riusciva a produrre nulla di meglio de "La città corrotta" (n.323). La straordinaria longevità artistica di D'Antonio non fa che aumentare il rimpianto per la dipartita di un autore che avrebbe potuto dare ancora tanto al fumetto, e a Tex.

D'Antonio non doveva farci lo scherzo di lasciarci così, ma almeno lo ha fatto in bellezza.

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