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Scheda di Berardi
Julia
Ken Parker

Giallo A Milano, la Fondazione dei Musei di Porta Romana (in viale Sabotino, 22), dopo aver ospitato la mostra "I cinquant'anni di Tex, l'evoluzione di un mito", apre le sue sale a Giallo, manifestazione dedicata ai 150 anni del genere poliziesco thriller e della detection story. In cartello numerosi incontri, anche di autori Bonelliani. Giovedì 6 maggio è stata la volta di Berardi e Julia: potevano mancare gli inviati di uBC?

Berardi in giallo
report di Andrea Bigi

Giancarlo Berardi arriva alla conferenza vestito esattamente come a Lucca lo scorso novembre: camicia blu, maglione a V rosso, giubbotto di camoscio. Un deja-vu, come del resto molti degli argomenti trattati durante questo incontro. Le domande, infatti, hanno riguardato principalmente temi che Berardi aveva chiarito durante la presentazione di Julia alcuni mesi fa: la scelta di volti di attori per i suoi personaggi, le lezioni di criminologia all'università, l'assenza di Ivo Milazzo alle matite.

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Ken Parker, disegno di Ivo Milazzo
   
 

Gli spunti più interessanti sono giunti, più che da domande dirette, dal dialogo tra Di Gennaro (accompagnato da Toppi) e Berardi, da alcune considerazioni di Sergio Bonelli in persona, e dall'incalzare dei molti kenparkeriani presenti, tra cui il "nostro" Andrea Bigi. Ve li presentiamo raggruppati per argomento:

Julia, il giallo e Ken
Domanda: Rispetto a Ken Parker, in Julia c'è meno poesia, meno voglia di volare. Il giallo non rischia d'essere una gabbia per un suo personaggio?

Berardi: Il west, di per sé, offre molte più possibilità di poesia rispetto alla realtà metropolitana. Un uomo che cavalca solo all'orizzonte di una prateria è già poesia. Al contrario, una donna che chiama un taxi ha un effetto decisamente più prosaico…

Inoltre, Ken era un personaggio "on the road", sempre in movimento. Era libero da tutto. Julia, oltre che più realistico, è anche più reale. E' inserito nei meccanismi quotidiani, come è richiesto dallo stesso genere giallo.

Certo, ogni genere narrativo è di per sé una gabbia. La sfida quando si scrive è trovare tutti gli angoli possibili, ogni nuova soluzione. Ma senza una struttura fissa da cui partire non si scrive nulla. In Ken Parker è successo di trovare sempre nuovi punti di vista. Con Julia spero che succederà.
Comunque, faccio parte anch'io del club nostalgici di Ken Parker… :-)

Quello che è veramente importante è avere buone storie da scrivere. Questo vale per il cinema come per i romanzi, la TV o i fumetti. Io sono diverso dal ragazzo che a ventiquattro anni ideò Ken Parker. E' logico quindi che la visione che ho del mondo sia diversa. Mi sento stimolato e sfidato da un personaggio nuovo e così diverso, non mi sento di certo limitato dalla quotidianità cui Julia è legata.

D: Julia mantiene il taglio cinematografico cui ci aveva abituato Ken Parker. Un marchio di fabbrica dei soggetti di Berardi, insieme alla coralità delle storie. Quest'ultimo aspetto, la coralità, in Julia manca un po'… E' strano se si pensa che era riuscito ad entrare anche nell'unico Tex scritto da Berardi, "Oklahoma".

GB: Ken era un osservatore dei personaggi e delle vicende. Era un trait d'union tra le cose, che però rimaneva esterno allo svolgersi della storia. Julia è giocoforza una presenza più attiva, più protagonista. E' anche questo un effetto del genere giallo. La coralità è ancora presente nelle mie storie, o almeno mi pare. Ma certo non ha lo stesso peso che in Ken, ma è una necessità dettata dalla scelta di un'ambientazione diversa.

Per quello che riguarda "Oklahoma", anche se Tex è un protagonista assoluto, le sue vicende sono comunque ambientate nel west. Questo mi ha permesso di spostare un po' l'attenzione da lui. Del resto la storia che scrissi per Tex non piacque per nulla ai texofili…

Sergio Bonelli: Vorrei finalmente sapere se tu vent'anni fa avresti tagliato la barba a Ken Parker nel numero due della serie, se non te l'avesse "imposto" un tuo arcigno editore...
Nessuna risposta. Tentenna, si tocca la barba, ridacchia imbarazzato (anche se Berardi sembra SEMPRE imbarazzato) BONELLI lo incalza:
Quella brutta barba da trapper...

GB: Sì. Non l'avrei mai tagliata. :-)

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Julia, disegno di Luca Vannini
   
 

La cronaca e il realismo
Aldo Di Gennaro: In "Jerry è sparito", un bambino muore. Una storia simile ha poco a che fare con il fantastico che è proprio del fumetto… Assomiglia molto più alla cronaca. Il fatto che Julia non riesca a salvare questo bambino è una scelta editoriale…

GB: La realtà è una scelta stilistica. E in essa, non tutte le cose sono consolatorie. Io cerco di rappresentarla spiegando i PERCHE'. Alla fine, quello cui si arriva non è certo una giustificazione, ma conosciamo meglio i motivi che hanno portato ad un certo comportamento.

Non possiamo certo arrivare a giustificare una madre che uccide un figlio, ma possiamo arrivare in qualche maniera a comprendere i meccanismi che l'hanno portata a questo.

SB: Uno dei problemi di questa serie è quanto possiamo impressionare il pubblico, qual è il limite. E' molto più rassicurante metterci nella fantasia che nella realtà, nella quale devo fare anche i conti con la sensibilità delle persone.

Se colloco una vicenda in un momento storico lontano, o in un luogo remoto, o addirittura inesistente, per quanto essa possa essere raccapricciante non mi toccherà mai così da vicino come una storia ambientata nel presente e in un luogo realisticamente descritto, simile a quello dove vivo. Io e Berardi abbiamo discusso molto su "Jerry è sparito" e sull'opportunità di una storia così cruda.

GB: Le storie che scrivo di Julia prendono spesso spunto dalla realtà, dalla cronaca. Quello che accade nel mondo è così vario e vasto che si può trovare di tutto. Certo, può accadere anche il viceversa, che qualcuno prenda qualche idea, che so, per una rapina da una storia di Julia.

Anche se io preferisco ricordare la storia di alcuni ragazzi che pattinavano sul ghiaccio e che scivolarono in acqua. Il panettiere che li salvò disse d'avere usato una tecnica che aveva appreso leggendo Ken Parker…

"...creare Julia è stato come rimettere tutto in gioco di nuovo, ritornare a ventiquattro anni..."
   

E' stato Bonelli, alcuni anni fa, a chiedermi di cimentarmi con un personaggio nuovo, diceva che un autore deve avere più d'un personaggio. Quando, dopo un po' di tempo, ho capito che aveva ragione, è nata Julia. E' stato come rimettere tutto in gioco di nuovo, ritornare a ventiquattro anni. Ho ricominciato a leggere un sacco, a guardare film…

Io amo molto la parte del mio lavoro che riguarda la documentazione, il reperire materiale. Posso leggermi, che so, trenta libri senza alcun rimorso di coscienza… Senza preoccuparmi di aver rubato tempo al lavoro! Ritengo sia molto importante una documentazione adeguata.

La prima volta che andai a trovare Di Gennaro insieme a Ivo (Milazzo), mi sentivo un po' in soggezione. Ricordo in particolare una cosa, che mi ha insegnato molto sull'importanza della documentazione realistica… Vidi nel suo studio una forma di legno per scarpe sullo scrittoio. Chiesi a Di Gennaro il perché un oggetto simile si trovasse lì e lui mi rispose che per disegnare qualcosa è molto importante averla sottocchio.

ADG: In realtà, io l'avevo messa lì perché spesso in redazione c'era chi rimproverava ai disegnatori di fare due piedi destri o due sinistri. Per la paura che sgridassero anche me, mi misi vicino questo promemoria… Poi, i piedi di una figura sono molto importanti. Ho notato, per esempio, che se si mettono in una scena un paio di scarpe, è facile da esse soltanto immaginare già la figura per intero…

Vendite e numeri
Bonelli monopolizza l'ultima parte dell'incontro stimolato dalle insistenti domande sulle vendite...

SB: Le vendite di Julia sono intorno alle 100.000 copie. Sono molte, tenendo conto di quanto vendono le altre testate. Tanto per fare un confronto, Mister No è sulle 35.000 copie, Martin Mystére 60.000, Zagor 70.000, Dylan Dog e Tex 300.000.

Il problema è che siamo solo al numero otto… Siamo ancora sotto osservazione, in prognosi riservata. Per dati attendibili si deve attendere almeno il numero 15.

Infatti, succede a tutti i nostri "numeri uno" di vendere moltissime copie, soprattutto per effetto della pubblicità che facciamo sulle altre testate. Già dal numero due assistiamo subito ad un crollo "fisiologico". Il numero di copie vendute continua ad oscillare ancora per svariati numeri. Per questo ci è difficile capire alla svelta se una serie va bene o male.

Di Ken Parker, all'inizio, si vendevano circa 50.000 copie, contro le 300.000 di Tex. Ma era una serie in crescita e aveva un pubblico tutto suo, speciale, intelligente, vivo. Il nostro grave errore fu di non insistere allora. Sbagliammo a smettere in quel momento e quell'errore di tempo non ci fu perdonato. Infatti, nel frattempo si è persa la generazione che lo leggeva. E la ripresa è stata ancor più umiliante e deludente.

E' un po' il motivo per cui Dylan Dog ha dimezzato la tiratura dall'inizio a oggi: perché quel fumetto era la risposta di una generazione che ora non c'è più, non perché non legge più fumetti ma semplicemente perché non è più la stessa.
 

 


 
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