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Abbiamo
incontrato Giuseppe Palumbo in un'aula della Scuola Internazionale
di Comics di Firenze, dove quest'anno ha tenuto una serie di lezioni.
Assistono all'incontro Francesco Ciampi, la moglie dello stesso
Palumbo e, a tratti, il suo cane Mimì.
Dal
momento che l'intervista é destinata ad un sito web, iniziamo a
parlare del tuo rapporto con la tecnologia. Usi Internet?
Dunque, abbast… (musichina del cellulare di Palumbo, che
risponde e lo spegne subito dopo)
Domanda uno, ciak seconda. Navighi?
Navigo per esigenze documentative. Per esempio, ultimamente
ho realizzato un'illustrazione per il sito Mondadori, per un giallo
illustrato. Dato che il protagonista di questo giallo é un critico
d'arte che indaga su un furto, l'immagine rappresenta questo critico
che guarda una parete su cui sono attaccate delle fotografie, cercando
degli indizi; tutte le immagini presenti sulla parete sono state
scaricate dalla rete. Un tempo le avrei fotocopiate a colori, ritagliate
e incollate sull'originale, questa volta ho usato Photoshop e la
cosa é stata più rapida e pulita.
Ti
é capitato di visitare siti di fumetti?
Sì, qualcuno. Devo dire che quando navigo in rete, ho l'impressione
di vedere un bambino che non ha ancora imparato a parlare, e non
ha ancora un'idea chiara di quello che sta facendo e che vuole dire,
quindi ammicca ad altre cose che ha visto per dirne altre ancora.
Le storie che ho realizzato per la Kodansha sono state utilizzate
in rete prima ancora di essere pubblicate su carta. Esiste un sito
che si chiama E-manga (http://kodansha.cplaza.ne.jp/)
, che in realtà non é altro che una rivista trasportata dalla carta
alla rete, con gli optional che la carta non può avere, come sonoro,
piccole animazioni. Una regia diversa quindi, dove il fumetto é
stato una sorta di storyboard di quello che poi era venuto fuori
sulla rete. Purtroppo se non si ha il programma che legge i caratteri
giapponesi vengono fuori delle scritte tipo (Palumbo emette suoni
non trascrivibili). Comunque é anche in inglese, quindi si riesce
comunque a capirci qualcosa.
C'é qualcosa di Internet che ti spaventa?
Nulla. Proprio nulla, probabilmente perché per adesso ne vedo solo
i vantaggi. Il lavoro per Mondadori é stato svolto in un attimo,
ho avuto tutta la documentazione nel giro di dieci minuti, l'ho
utilizzata in cinque minuti, e l'immagine é stata poi spedita per
posta elettronica. É stato quindi un lavoro rapido, pulitissimo
e con un notevole abbattimento di costi.
Secondo te l'intrattenimento multimediale (Cd-rom, Internet, videogiochi
ecc.) sottrae pubblico al fumetto?
No, secondo me no. C'é indubbiamente un cambio di gusti, il nuovo
pubblico si orienta di più verso quel genere di fruizione, ma non
é questa la causa di un'eventuale crisi del fumetto. Sono cambiati
i tempi e i gusti, ma io credo che i fumetti su carta ci saranno
finché ci sarà la carta.
Credi quindi che i fumetti su Internet rappresentino un altro
tipo di fumetti e di linguaggio?
No, non un altro tipo di linguaggio. Il fumetto, che é un linguaggio
sequenziale, può essere usato in diversi modi. Non a caso quelli
che realizzano storyboard per il cinema o per la tv sono spesso
fumettisti, e non semplici disegnatori, poiché il fumettista é abituato
a mettere immagini in sequenza, mentre un disegnatore generico molto
spesso non ha questo senso del ritmo, dell'azione, che é un linguaggio
specifico del fumetto. Sono solo diversi campi dell'applicazione
dello stesso linguaggio, con possibilità diverse. Per il Cd-rom
a cui ho lavorato per la Nuova Italia sull'Inferno di dante ho realizzato
una serie di immagini che poi saranno montate su un modello in 3D.
Avevo il "plot" fornito da tale Dante Alighieri, ma il modo di organizzare
le immagini, pur tenendo fede al testo originale, doveva utilizzare
anche altri mezzi espressivi, e tener conto di altre esigenze. Saper
fare fumetti e organizzare immagini in sequenza mi ha permesso di
realizzare gli storyboard senza grandi difficoltà.
Ti sei sentito più libero rispetto al fumetto tradizionale?
Non ho avuto l'impressione di fare un lavoro diverso. Non ho utilizzato
un altro linguaggio, ho continuato a pensare a delle immagini in
sequenza. Solo che quello che stavo facendo non era una tavola su
carta, ma una struttura tridimensionale. E tutto questo é comunque
già presente in una struttura bidimensionale, tutto il fumetto classico
e d'azione che non sia pura astrazione grafica si basa sulla concezione
di uno spazio tridimensionale. Non si tratta quindi di un cambio
di linguaggio, ma solo di uno sviluppo tecnologico di quel linguaggio.
Ci spostiamo all'interno della tecnologia, non della semantica.
Pubblicare fumetti su Internet così come sono (strisce o tavole)
quali possibilità apre secondo te all'aspirante disegnatore?
Mi chiedo: perché concepire un lavoro bidimensionale per un
mezzo che ti consente di lavorare su livelli di maggiore e migliore
fruizione? Il fumetto come lo conosciamo viene dalla necessità di
doverlo poi stampare su un foglio. Se hai a disposizione un monitor
che ti consente di vedere quelle stesse immagini in modo diverso,
forse anche più stimolante, perché ostinarsi a pensare ad una tavola
bidimensionale se puoi fare altro? É giusto cambiare. Io continuerò
a fare fumetti organizzati in tavole se dovrò pubblicarli su carta,
dato che il mio mezzo é quello. Ma se qualcuno mi chiede di fare
delle cose per Internet, probabilmente inizio a pensare in termini
di animazione, o di "teatrini" 3D come quello di cui parlavo prima.
Nei fumetti realizzati per la Kodansha le vignette apparivano progressivamente
simulando la sequenza, e si doveva cliccare per farne apparire una
nuova. Si poteva assistere ad una scena di inseguimento con una
colonna sonora "easy-listening" da film d'azione, ed era divertentissimo,
si entrava nella sequenza. Purtroppo stare a leggere i balloon é
ancora un limite, i personaggi potrebbero recitare… Ma questo dipende
anche dall'investitore.
Ma questo potrebbe diventare alla fine animazione, e non più
fumetto…
No, secondo me diventa ancora un'altra cosa. Non é animazione,
e probabilmente non é neanche più fumetto; ma io perderei di vista
questi limiti, sono solo delle gabbie. Internet é strepitosa proprio
perché offre una serie di cose che fino ad ora non erano pensabili.
Se voglio realizzare un cartone animato a partire da un fumetto,
con Flash posso farlo. C'é anche la possibilità di disegnare direttamente
con il computer, anche se non é ancora possibile ottenere tutte
le sfumature del pennello con una tavoletta grafica, ma comunque
lo sarà nel giro di pochi anni.
A proposito di questo, in che modo credi che il computer possa
facilitare il lavoro di un disegnatore, non tanto in termini di
velocità quanto di qualità?
Fino a qualche tempo fa, per colorare i miei disegni avevo bisogno
di un laboratorio, di un set di strumenti, pennarelli, acquerelli,
aerografo… Ora tutto questo é in un software, per questo siamo facilitati
moltissimo.
E questo potrebbe anche aiutare qualcuno a superare i suoi limiti
tecnici?
Stiamo parlando di software. Devi saper usare il software, così
come devi saper usare la matita o il pennarello. Un brutto disegno
continua ad essere un brutto disegno, sia esso su carta o su un
monitor. Forse puoi barare un po' di più con gli effetti, ma se
il disegno é fatto male non regge.
Purtroppo nell'opinione comune spesso si crede ancora che un
disegno realizzato al computer in fondo valga meno…
Quando a Moebius é stato chiesto se usava il computer, ha risposto:
Sì, é la nuova matita, le nouvelle crayon. Ha ragione, é un nuovo
strumento che ne riassume tanti e ti aiuta ad ampliare le tue possibilità.
Tutto qui, però poi devi essere tu ad organizzare le tue potenzialità.
Io tutto sommato non so ancora usare Photoshop, forse perché sono
ancora legato ad un certo modo di colorare con strumenti classici
come le Ecoline, basati sulla luce e sulla matericità del colore.
So che con alcuni programmi , come Painter, posso ottenere anche
questo, e probabilmente inizierò ad usarli. Posso imparare ad usare
meglio Photoshop, e magari scoprire soluzioni grafiche che prima
non potevo usare. Ma questo non é agevolarsi, anzi sto ricominciando
a studiare.
E per chi invece sceglie di continuare ad utilizzare strumenti
tradizionali, c'é il rischio di essere superati?
Per certi versi sì. Se Oscar Chichoni realizza un immagine utilizzando
del sangue di bue, poi si dovranno utilizzare gli strumenti più
sofisticati per riprodurla al meglio, e la qualità continuerà a
parlare da sola. Tuttavia molti editori ora preferiscono un'immagine
colorata al computer, che gli permette di superare la fase di scansione
dell'originale, che é laboriosa e costosa. Se si tratta di Chichoni,
vale la pena di affrontare la spesa. Nel caso di un disegnatore
qualunque, anche mediamente bravo, si richiede spesso un'immagine
che può andare direttamente in stampa. Tra non molto, la stampa
digitale bypasserà anche la fase della lastra. Capisci quindi quanto
é importante capire le nuove tecnologie, e quanto può essere castrante
non saperle utilizzare. Non dico di smettere di usare gli acquerelli,
la sensibilità che sviluppi in questo modo ti serve poi per usare
meglio Photoshop.
E secondo te é possibile invece imparare a colorare direttamente
su computer, senza aver mai sperimentato le tecniche tradizionali?
Credo che la sensibilità al colore vada educata sporcandosi le dita,
ma forse é solo perché io sono cresciuto così, e magari la prossima
generazione di disegnatori imparerà il colore sul computer, sviluppando
una nuova sensibilità basata sull'RGB (la codifica del colore
tipica dei computer) invece che sul CMYK (la cosiddetta quadricromia,
per la stampa tradizionale).
Cambiamo argomento: qual'é il primo fumetto che hai letto?
Posso dirti il primo che mi ricordo, che ha rappresentato un po'
una svolta nel mio cervello: il numero cinque di Capitan America.
Jack Kirby al suo meglio, scene d'azione, i nazisti di cui avevo
sentito tanto parlare da mia madre… Uno spostamento dell'immaginario.
In seguito ho comprato praticamente tutto quello che usciva della
Corno, tutti i supereroi e…Alan Ford! Io sono venuto fuori da questi
due modelli, e ho fatto Ramarro, che é un supereroe, ma anche un
anti-supereroe, come Alan Ford era l'anti-detective.
Come si sviluppa un'idea e la sua realizzazione nel tuo modo
di lavorare?
In genere é abbastanza casuale, io lo definisco una sorta di corto
circuito, quando a un certo punto due concetti si scontrano e formano
un'idea. In Ramarro i due concetti erano il supereroe e… la sfiga!
(ride) Poi ci sono altre motivazioni, tenete presente che
erano gli anni '80, ora non se ne parla quasi più, ma allora c'era
veramente la psicosi post-guerra fredda. Chernobyl é stato un episodio
invasivo sull'immaginario. Tornate un attimo indietro, Watchmen
era una sintesi della sindrome da catastrofe nucleare, il dottor
Manhattan é questo. Il conflitto nucleare non sembrava possibile
razionalmente, ma c'era una sensazione forte di pericolo. Nessuno
secondo me ha mai pensato che fosse possibile, sarebbe stato il
colmo del masochismo…(ride) Ma il pericolo esisteva realmente,
i dati diffusi erano inquietanti.
I fumetti diventano quindi veicoli delle paure collettive…
Non direi veicoli, ma é chiaro che sono prodotti che nascono da
sensazioni, dal vissuto… Spesso le storie di Ramarro venivano fuori
dalle situazioni che vedevo, in quel caso il corto circuito scattava
tra quello che vedevo accadere e le possibilità fantastiche del
personaggio, che trasfiguravano la realtà attraverso una lente deformante.
Non credo che Alan Moore con Watchmen volesse fare della morale
sulla politica del pianeta. É indubbio che quella situazione storica
portasse a riflettere, senza dover per forza insegnare qualcosa.
Ci sono autori palesemente autobiografici nelle storie che disegnano,
altri meno. In un fumetto fantastico come Ramarro, quanto é forte
questa componente?
Come ti ho detto, quello che scrivevo era quello che mi accadeva.
Una componente autobiografica c'é inevitabilmente, credo che sia
in qualunque produzione. Quello che racconti passa attraverso il
tuo modo di raccontare, basta questo per avere una componente autobiografica.
Siamo dei filtri attraverso cui passano delle idee.
Tra gli altri media, quali sono secondo te quelli che influenzano
maggiormente il lavoro di un disegnatore?
É una cosa molto personale, posso parlarti del mio caso. Il mio
innamoramento per Magnus mi ha portato poi ad amare un certo tipo
di disegno, che era poi quello dei maestri di Magnus. Ho cominciato
a studiare l'illustrazione Art Nouveau, comprando libri su libri...
e a leggere un certo tipo di fumetti che derivavano da Magnus, come
Scòzzari e Pazienza.
Tra gli altri media posso citare il cinema di Orson Welles, tutto
basato sui tagli di luce ed ombra, su soluzioni prospettiche, giochi
di inquadrature, che é alla fine lo stesso linguaggio di luci ed
ombre che usa Magnus. L'Otello di Welles é un meraviglioso gioco
di silhouettes; la scena iniziale, quella del funerale, sarebbe
stata la stessa se l'avessero disegnata Magnus o Breccia, o Battaglia.
Vedi che lo stesso discorso sull'impatto tra il bianco ed il nero
passa attraverso una serie di soluzioni simili, attraverso media
diversi.
E la letteratura, che non ha immagini?
Lo dici tu che non ha immagini (ride). Ci sono, ci sono le
immagini. Infatti i libri che preferisco sono ad esempio quelli
di Borges, quella letteratura che ha poi influenzato tanti disegnatori
argentini come Breccia. Alla fine giri intorno ad un'idea, a un'immagine
del mondo. Uno dei simboli di Borges é la scacchiera, il bianco
e il nero, che é la base dell'inchiostrazione. Come vedi non mi
allontano da un cerchio chiuso di interessi, da un'unica immagine.

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