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" Schegge di follia"

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Il crimine è un miraggio nell'anima deserta delle persone deboli e segnate da qualche evento tragico. Nick Raider stavolta è sulle orme di presuntuoso rampollo che la sfiga se l'è portata da sè:

Povero orfano assassino
recensione di Emanuele De Sandre



TESTI
Sog. e Sce. Alfredo Nogara e G. Anon    

La bravura dei due scrittori è quella di trasformare un soggetto senza vette di originalità in una storia di ben 188 pagine che scorre veloce e interessante, e con qualche striatura di malinconia e di sentimento niente affatto stonata o fuori luogo.
Un soggetto senza vette di originalità ma interessante al punto giusto: Colin, figlio di un giudice, uccide un barbone e porta il padre al suicidio. Da quel momento Colin, perso ogni avere, va alla deriva nella vita fino a divenire un relitto umano. L'albo inzia qui, con la presa di coscienza dell'uomo che, accortosi di quanto è caduto in basso, decide di riscattarsi, ma sceglie la via facile e senza uscita del crimine.
Messa in questi termini sembra trattarsi del solito gialletto da due soldi. Non è così. Merito di una sceneggiatura capace di creare pathos e insaporire di sentimento un piatto altrimenti robusto ma poco gustoso.

"...il sale della sceneggiatura su un soggetto buono, ma con poco mordente..."
   
Ecco un po' delle chicche che troviamo in sceneggiatura e degne, a nostro avviso, di essere messe in evidenza:
  • le prime due tavole: quando si dice saltare i preamboli! Non si può certo lamentare una lunga attesa prima di avere il primo agognato morto, solo due vignette, alla terza il trauma è già bello che inscenato e il lettore è già pieno di quesiti a cui vuole dare risposta. Si gira pagine e va in scena lo smarrimento, quattro strisce che comprendono la semidissolvenza passato-presente e una "camera indietro" comprensiva di movimento rotatorio attorno al protagonista. Si passa dal primo piano al piano americano, "movimento di macchina" complessivo perfetto per comunicare la totale solitudine del soggetto inquadrato, tenendo conto anche del ritmo dei baloon di pensiero, rarefatti e intimisti, ma funzionali allo stesso tempo. Ottimo;
  • la vergogna e la rabbia: efficacissimo l'incontro che scatena l'abisso di follia in Colin, il suo gesto anche socialmente significativo di vomitare sulla Rolls Roice, la sfida è lanciata e gli autori stessi alimentano lo scontro fisico e sociale.
    "Vomitare sul cofano di una Rolls è il guanto di sfida all'oligarchia americana"
       
    Il linguaggio si fa insolitamente duro, volano parole pesanti per un albo Bonelli ("Maiale", "Negro", "Drogato", "Fottiti"). Fa solo piacere che alcuni autori, come i due scrittori in questione, riescano a motivare così bene alcuni passaggi narrativi, come quello molto forte appena segnalato, al punto da renderli ineludibili (leggi "non censurabili") dalla storia;
  • inizia la rivincita: gli autori decidono giustamente di dare spazio alle riflessioni di Colin sul desiderio di riscatto, in modo da consolidare la psicologia del personaggio negativo conferendogli tridimensionalità. Se i personaggi sono "veri" gli albi, per quante magagne possano avere, funzionano sempre;
  • istantanei flashback: lampi di una o due vignette al massimo, squarci di memoria del folle, ottimo collante tra una riflessione e l'altra, come a mostrare cosa c'è nella mente dell'assassino mentre "pensa" i baloon che noi leggiamo. Perfetta la distribuzione quasi geometrica, nell'arco dei due albi, della visione del padre con il cranio perforato, ossia l'incubo originario, il rimorso su cui germoglia la follia di Colin.
  • il gusto dell'inganno: piene di emozioni le pagine da 47 a 51, in cui Colin versione riccone e non più barbone drogato incontra i nababbi che a inizio albo lo avevano malmenato e insultato.
  • l'abito fa il monaco: pesantissimo il messaggio degli autori: basta travestirsi da ricchi per essere trattati come ricchi, dentro puoi essere un assassino, ma se ti presenti bene tutto ti è concesso.
    "...basta travestirsi da ricchi per essere trattati come ricchi..."
       
    E qui si dà pepe anche alla caccia della polizia: riusciranno i nostri eroi a non farsi ingannare dal travestimento di Colin?
  • il gioco degli incroci: quello preferito dagli autori, che già hanno mostrato di gradire questi finezze nel numero 151. Tra pag. 56 e pag. 69 sia Marvin che Nick incrociano l'assassino, anzi ci parlano pure assieme e non lo riconoscono! Narrativamente riteniamo che questi passaggi conferiscano sempre una piacevole tensione, provocata dal martellante quesito "capiranno che è lui?"
  • la donna dell'assassino: l'ingenuità dei due poliziotti è perfettamente giustificata, dal momento che quando incontrano Colin (l'assassino) lui è in compagnia della stessa donna che lo ha denunciato e che ne ha descritto il volto alla polizia!
    "...lui non sa che lei non sa che l'altro è..."
       
    Solo che ora, in versione ripulita e "arricchita", Colin gode delle grazie e della fiducia della ignara Meg, dopo che lei stessa a inizio albo lo aveva avuto a schifio. L'intrigo "lui (Nick) non sa che lei (Meg) non sa che l'altro (Colin) è (un criminale)" funziona.
  • la pietra angolare: un barbone. Quale peggior legge del contrappasso per Colin? Il cinico e folle riscatto dalla povertà dell'assassino inizia con lui povero insultato dai ricchi, ma poi lo stesso Colin si tradisce insultando un pezzente! Affascinante e spietata simmetria della sorte a cui è destinato chi non vuole imparare dai propri errori e da quelli altrui;
  • comprensibile ingenuità: di male in peggio, per gli sfortunati agenti del Distretto Centrale: a pag. 69 Nick stesso spiffera all'assassino quale pista la polizia sta seguendo per incastrarlo! E tutto grazie al gioco incrociato del "travestimento" e della "fiducia", di cui si è parlato sopra;
  • il riassunto di Jimmy: nel secondo albo Jimmy sale sugli scudi, prima come protagonista di un efficace riassunto di ciò che è accaduto, il tutto in una efficacissima sequenza in cui le parole delle ipotesi dei poliziotti si sovrappongono alle immagini in flashback di quanto è realmente accaduto; poi come braccio armato della legge, non accade spesso, e ogni volta è un evento.
  • comprimari all'assalto: dopo Jimmy, grande spazio anche per Alfie, il soffia di Nick, che assume un ruolo fondamentale nel portare avanti la vicenda. Forse le scene che lo vedono coinvolto sono troppo "concentriche" rispetto alla traccia narrativa centrale (poco amalgamate con il resto del plot giallo), ma il coinvolgere personaggi già noti della serie anzichè inserirne di nuovi facilita la compartecipazione del lettore abituale agli eventi. Mossa azzeccata;
  • sindaco incapace! Immensa figura da chiodi del sindaco di New York, nonchè dell'amato-odiato Ciaocara, a dare il senso di come Nick, Marvin, Jimmy e Art siano proprio soli, a livello istituzionale, nella lotta contro il crimine. Passaggio classico ma che aiuta sempre ad aumentare lo stato di nervosismo narrativo e il desiderio di riscossa nel lettore;
  • unico neo: le 12 pagine filate di riassunto finale. Gestite benissimo, nulla da dire, ma stupisce che, in un albo vivace sopra la media come questo, si adoperi la trovata del colpevole che sente il bisogno di confessare tutto per filo e per segno proprio nel momento topico.
    Comunque nel finale (gradevolmente malinconico e autoespiatorio) il ritmo e il pathos sono tali da far passare inosservato il dettaglio di cui abbiamo appena detto.



    DISEGNI
    Renato Polese    

    Si è sempre in imbarazzo dinanzi al dovere di scrivere qualcosa su un grande maestro come è Renato Polese. L'imbarazzo cresce se si pensa che l'artista in questione è stato uno di quelli che hanno fatto la Storia del west, in tutti i sensi! Che Polese sappia narrare e gestire le tavole non è minimamente in dubbio, lascia un po' perplessi l'eccessiva velocità con cui apparentemente sono state disegnate le 188 tavole dell'avventura in questione. Tutto troppo poco curato, se si escludono alcuni primi piani nel concitato finale, veramente efficaci.
    Polese, vecchia gloria del vecchio west, appare stanco e svogliato, e dà l'impressione di destreggiarsi con il solo "mestiere". Ci auguriamo che presto questo autore, che tanto ha saputo emozionarci sin dai tempi de "Il Giornalino", sappia ritrovare lo spirito e la verve di un tempo, non fosse altro che per fare da "chioccia di lusso" alle tante matricole talentuose che hanno esordito ed esordiranno prossimamente sulle tavole di Nick Raider. Il talento è un dono, il mestiere è il cuore irrinunciabile della produzione seriale.



    GLOBALE
     

    Entrambi i titoli sono estremamente suggestivi, un po' meno originale il primo ("Schegge di follia"). Copertine non eccessivamente spettacolari, ma centrano il tema. Il cattivo dell'albo "La morte non dimentica", con quella giacca rossa da balera, sembra saltare fuori dall'illustrazione e dall'edicola per pugnalare noi. Brivido.
    Doppia storia riuscitissima, bravi i due scrittori, ma attendiamo un assolo di G. Anon.
     

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