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" Il tesoro d'argilla"

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Eba e la rana

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Eba possiede il soffio della vita, ma ha scelto l'oblio della droga. Shamael possiede il dono dell'illusione, ma ha scelto di sfidare la realtà. Per riportare Eba alla sua terra…

Soffia, Eba, soffia!
recensione di Paolo Ottolina



TESTI
Sog. e Sce. Carlo Ambrosini    

Il recensore ammette un certo disagio nell'affrontare criticamente un fumetto come Napoleone. E non mi riferisco alla qualità del fumetto, invero apprezzabile (media di uBC dei primi 6 numeri: 72%). Quanto piuttosto all'atmosfera che pervade le sue storie: c'è una nebbia di malinconia, di umanità, di fantastico e insieme di prosaico, di sonnolenza e insieme di elettricità, che si respira a pieni polmoni. I luoghi, onirici e reali, in cui si muovono i personaggi di Ambrosini sono sonnacchiosi come un pomeriggio triste d'autunno, eppure colpiscono il lettore quando meno se lo aspetta, con suggestioni subitanee, con svolte narrative ora brusche ora delicate ma spesso di impatto.

Questa caratteristica della serie è viva e presente anche in un'avventura in tono minore, come questo n.7. Non si può definire tra le più riuscite, questo racconto che introduce i legami con l'Africa di Napoleone attraverso due figure fascinose come la bella Eba e l'altero Shamael. Non c'è il felice uso delle allegorie di "Racconto d'autunno" NP 5, né una trama spiazzante come ne "Il folle Barrakan" NP 3, e neppure il sofisticato intreccio di mondo fisico e mondo onirico de "Il cavaliere senza nome" NP 2. Anzi, a dirla tutta, stavolta Ambrosini stavolta opta per il non-uso assoluto della "dimensione al di sopra": i tre spiritelli ci sono, ma svolgono una funzione da pure spalle classiche per il protagonista. Fanno capolino in qualche dialogo e, con un espediente narrativo non certo nuovissimo, suggeriscono involontariamente al detective la chiave del mistero (anche se dal punto di vista del "significato", l'interpretazione è ovviamente che Napoleone ci arriva col puro istinto, incarnato da Lucrezia, la sua parte femminile). Una trama puramente noir, stavolta, quindi. Che per altro non brilla per eccezionale ingegno o per trovate sorprendenti. In aggiunta a ciò, i personaggi non convincono del tutto. Ambrosini non riesce a sviluppare compiutamente le figure minori, a farle uscire da un mero "ruolo" (e mi riferisco al marito-manager di Eba e ai cattivi della storia). E' ambiguo nella definizione delle spalle consuete (chi è Boulet? Una sorta di Candido contemporaneo o solo lo scemo del villaggio? E' un buon poliziotto solo un po' svagato o una sorta di Jenkins? E la signora Simenon? Rimarrà sempre prigioniera di quelle quattro battute che usa per lamentarsi del negligente Napoleone? E l'ispettore Dumas? In cosa si differenzia da decine di altri ispettori amici di detectives più o meno "ufficiali"?) e piuttosto superficiale anche nel caratterizzare i personaggi principali del numero, come Eba e Shamael.

"E' proprio la "bassa definizione" dei caratteri a sostenere l'atmosfera"
   

Eppure, paradossalmente, è proprio questa "bassa definizione" dei caratteri dell'albo a sostenere l'atmosfera e rendere intrigante la lettura. D'accordo, alla fine dell'albo, di Eba e di Shamael Ambrosini non ci ha poi detto moltissimo, ma questa costruzione per sottrazione, fatta di velate allusioni, di silenzi, di un passato non narrato compiutamente ma solo accennato, rende vitali e verosimili le figure. Come in "Racconto d'autunno", ancora una volta, vediamo su questa serie un riferimento al contrasto tra il mondo occidentale, razionale e degradato (la droga, la mercificazione del corpo, l'usura), e l'altro mondo, il terzo o quarto mondo, irrazionale (le illusioni generate da Shamael) e arcaico, ma capace di sprigionare vita (il soffio di Eba). Non tutti i tempi della sceneggiatura funzionano, ma certe soluzioni sono piacevoli pur nella loro semplicità (vedi sotto)

(18k)
Piano allargato, zoom, piano allargato. Disegno di G.Ornigotti
(c) 1998 SBE

Ambrosini, attraverso una parabola delicata, conduce il lettore sulle orme di Eba dalla sua condizione iniziale di schiava (della droga, del marito, dell'occidente) alla sua conclusiva auto-liberazione. Ancora una volta, l'autore opta per un "lieto fine triste", e anche questo aiuta il lettore a calarsi in un mondo fittizio in cui nulla è solo bianco o solo nero.

A legare la vicenda, ecco il protagonista: Napoleone è vivo, o almeno lo sembra. E' un detective, ma sfiora leggero le vite degli altri personaggi, non le invade. Non vuole giudicare, ma non vuole neppure restare passivo. E' in balia dell'imperscrutabile "caso", ma una volta che ha instaurato un rapporto con qualcuno, batte il suo nuovo sentiero fino in fondo. E' simile a molti di noi: svagato, negligente sul lavoro e impulsivo; a differenza di noi, ha sempre il coraggio di non voltare le spalle a chi ha bisogno e, pur vivendo nel paese più noioso del mondo, non si annoia affatto. Insomma, Napoleone ci piace, se ancora non si fosse capito ;-)



DISEGNI
Gabriele Ornigotti    

La Chiesa cattolica e molti pensatori laici si oppongono al progetto della clonazione umana, ma Ambrosini pare infischiarsene. Ecco un altro allievo, ecco un altro replicante ambrosiniano. Purtroppo, una copia difficilmente riesce come l'originale. L'esordio di Ornigotti non è del tutto disprezzabile, ma c'è ancora molto da lavorare: l'uso pesante delle chine, tutto sommato, ha una una buona resa su una serie come Napoleone, ma la padronanza della figura umana non è del tutto acquisita.

Soprattutto nella seconda parte, realizzata forse a tappe forzate per esigenze editoriali, le posture sono sovente discutibili, e così pure certe anatomie. I menti sono retrattili, visto che si allungano e si accorciano a volontà (cfr. l'ispettore Dumas), e molte vignette hanno un dettaglio degli ambienti sotto la soglia della sufficienza. In complesso una parte grafica che fa con onestà il suo lavoro, ma che non eccelle e che soprattutto stona a confronto delle altre matite viste finora (Ambrosini, Casertano, Del Vecchio, ma anche l'altro esordiente Camagni).



GLOBALE
 

Il giudizio apparentemente contraddittorio espresso sui testi di questo episodio, potrebbe essere riassunto così: questa è una storia "tecnicamente" appena sufficiente, ma mentre su altre serie bonelliane si arriva al termine di una storia di pari livello con un senso di noia e (magari) di fastidio, questo non capita su Napoleone.

Giudizio del tutto soggettivo, ovviamente, ma Ambrosini ha costruito finora una testata con un'anima, con un fascino in grigio tutto suo, che non delude neppure quando non esalta. Non è chiara 'sta faccenda? Beh, forse non lo è neppure per noi… ;-)
 

 


 
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