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Ascolta, Napoleone, il colore soffice della follia! recensione di Vincenzo Oliva
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Fredda ed elegante, così appare questa storia; e i termini - sia ben chiaro - sono intesi in senso positivo. Cajelli oggettivizza la vicenda vissuta da Napoleone in questa trasferta francese, facendo di quest'ultimo un soggetto di studio per il lettore: è come se noi osservassimo con la lente di ingrandimento un Napoleone-coleottero chiuso in un barattolo di plastica, estraniato dalla sua realtà, che agita impotente le zampine, incapace di uscire, incapace di capire dove si trovi; la cittadina di Lautréamont è una straordinaria invenzione narrativa in questo senso: un luogo fuori dal mondo che scivola progressivamente fuori da ogni barlume di realtà, ed intrappolato al suo interno, Napoleone Di Carlo finirebbe per assumere non solo narrativamente, ma anche effettivamente la sembianza di insetto - in un doppio rimando, kafkiano (ed è ovvio) e interiore, trasformandosi nel proprio stesso oggetto di studi -, se non fosse per l'àncora che saggiamente l'autore si è premurato di gettare in mare perché la barca della psiche del suo personaggio non andasse alla deriva: la vicenda del rapimento (e cos'altro, infatti, è, a pag.83 l'accorrere di Napoleone sul luogo degli spari rifiutandosi di guardare il disegno del coleottero infine trovato da Jerôme se non il rigetto di questa sua condizione di animale-oggetto?). Particolare stridente solo in apparenza, il rapimento del piccolo Jean Michel Dreyer per un motivo a prima vista assurdo come quello di reperire i finanziamenti per la ristrutturazione dell'ex manicomio di Lautréamont, è invece la chiave di volta della storia, non solo permettendo ad un Napoleone ormai dissociato dalla realtà di rientrarvi, ma anche mostrandoci come la follia più pericolosa sia in fondo quella che si annida nei moventi più bassi dell'animo umano e non nei meandri di una psiche ormai lontana dal mondo, come ben sa Jerôme, già vittima di questa follia molto materiale, molto umana, e la cui dolce pazzia è quella dei puri di cuore.
A mancare, in tutto questo, è forse una partecipazione più sentita, più viscerale, dell'autore alla vicenda vissuta dal personaggio: Cajelli ha ormai fatto suo, intellettualmente, il Napoleone di Carlo Ambrosini, ma resta come un'ultima remora ad immergersi completamente nell'universo di questo malinconico ginevrino adottivo, e così, alla freddezza positiva del tessuto narrativo se ne aggiunge una negativa - almeno parzialmente - da parte di Cajelli nei confronti del personaggio. O forse Cajelli ha spinto troppo oltre il gioco intellettuale ed ha finito per non aver modo - ma soprattutto spazio - di sviluppare una parte emotiva. Ma, a parte questo aspetto e il mea culpa finale dal sapore un po' dolciastro pronunciato da René a nome di tutto il paese (una caduta di tono forse evitabile), la prova dell'autore è largamente positiva.
Ottima la prova di Pasquale Del Vecchio ai pennelli; l'artista ha ormai raggiunto un grado di sintonia col personaggio che gli permette praticamente di andare a memoria, e non v'è dubbio che sia la sua versione di Napoleone ad essere vista come canonica. Merito di quel suo tratto così netto, così elegante, chiaro e che pure sa trasmettere tutta l'inquietudine del lacerarsi del tessuto della realtà: l'effetto è infatti massimo nelle scene oniriche che al solito punteggiano l'albo e dove il nitore e la pulizia del segno raggiungono lo zenith, valorizzando in pieno l'interpretazione grafica di questo allontanamento dal reale (esemplare la tavola di pag.39, con il cambio di inquadratura progressivo ed il fuggire via dei personaggi dalla scena, a lasciare il lettore di fronte all'assurdità della "realtà" onirica).
Terza prova ai testi di Napoleone per Diego Cajelli e per la terza volta in coppia con Pasquale Del Vecchio ai disegni. Nella media la copertina di Ambrosini: gradevole e corretta nell'interpretazione, ma che non riesce a trasmettere quel senso di straniamento progressivo che dà invece la storia.
Forse cristallizzare in un'illustrazione un flusso narrativo alimentato dall'accumulazione progressiva degli eventi stranianti era proprio impossibile.
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