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" Il duello"

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La pazzia, il male, la paura: i tre veri protagonisti di questo numero di Napoleone, che fanno di questa storia uno dagli episodi più noir dell'albergatore ginevrino.

Il guanto di sfida
recensione di Michela Savoldi



TESTI
Sog. e Sce. Carlo Ambrosini    

Questo numero 14 potremmo definirlo un numero "normale" di Napoleone: un buon numero routinario, con sequenze ben sceneggiate e qualche debolezza qua e là. Commentando Napoleone n.7 "Il tesoro d'argilla", il nostro Paolo Ottolina scriveva: "mentre su altre serie bonelliane si arriva al termine di una storia di pari livello con un senso di noia e (magari) di fastidio, questo non capita su Napoleone.".
È una frase che calza perfettamente anche a "Il duello". I temi trattati in questa vicenda non sono certo una novità per questa testata: il Male cieco, gli uomini che vagano cercando una ragione per la sua presenza nel mondo, senza poter concludere la loro ricerca. Il barone Von Mapplethorpe non ha certo il carisma maligno del Cardinale, nè la storia ha la brillantezza straordinaria, per esempio, de "La foresta che cammina", in cui il lettore rimaneva incantato dalla freschezza scoppiettante dell'intreccio.

Eppure qualcosa, nelle sceneggiature di Carlo Ambrosini, riesce ad arrivare al lettore come un piccolo tesoro.
Per questo può essere interessante ripercorrere passo passo alcune sequenze de "Il duello", cercando di capire quali siano le ragioni di questa piacevole sensazione che accompagna la lettura delle storie anche non esaltanti di Napoleone.

Partiamo dalla prima scena: una mattina come le altre, alla portineria dell'hotel Astrid. Napoleone scambia gentilezze formali con clienti perfettamente sconosciuti che vanno e vengono, finchè non capita qualcosa di assolutamente fuori luogo. Nella freddezza asettica della situazione improvvisamente qualcosa colpisce il vivo: Mapplethorpe ha una reazione spropositata, e tratta con disprezzo uno sfortunato ometto che ha avuto la ventura di chiedere una piccola cortesia. Napoleone si trova in mezzo e si vede sfidare ad un anacronistico duello, con una risolutezza e una sicurezza che lasciano l'albergatore nello sconcerto.

"Le bancarelle di un mercato, ancora una moltitudine di gente che si parla senza avvicinarsi realmente. E di nuovo, un'irruzione nel privato del protagonista"
   
Una tranquillità quotidiana spezzata da una specie di ciclone, da uno scoppio violento e senza senso. Tante persone che passano l'una accanto all'altra, senza toccarsi, e d'improvviso un'invasione di campo, un brusco risveglio violento. E infatti Napoleone, turbato e preso alla sprovvista, sogna.

La scena successiva: di nuovo la normalità, le piccole rogne di ogni giorno. E la ricerca di un po' di quotidianità rassicurante. Le bancarelle di un mercato, ancora una moltitudine di gente che si parla senza avvicinarsi realmente. E di nuovo, un'irruzione nel privato del protagonista: le condizioni del duello, i dettagli dell'incontro. La reazione di Napoleone a questo punto è l'infantile "non ci gioco più".
Napoleone cerca un appiglio per evitare di cadere in questo burrone di follia: va dall'amico Dumas, sperando di trovare qualcosa che lo protegga, che gli eviti d'affrontare una situazione tanto assurda. Ma né Dumas né Boulet hanno risposte abbastanza rassicuranti da offrirgli.

E poi, Lucrezia, che cerca un demone terribile e si trova innanzi un caprone violento e zotico. Niente fascino della tenebra, come nel "Master di Ballantrae" di Stevenson: il male è una delusione su tutti i fronti. Solo squallido e stupido, un Diavolo da quattro soldi.

A questo punto dell'albo (siamo a pag.26) Ambrosini ha già suscitato nel lettore lo stato d'animo che voleva trasmettere. Ci sentiamo intrappolati in una situazione insensata, sentiamo d'essere in pericolo senza capire le ragioni del nostro avversario. Ci sentiamo trascinati via dalle sicurezze quotidiane e coinvolti nostro malgrado in un vortice inarrestabile di violenza per uno stupido capriccio.

Di qui in poi, la storia prosegue per conto suo. Ambrosini ha già portato i suoi lettori in cima alla collina: da lì, la strada è in discesa, le reazioni a catena.
Von Mapplethorpe non ha profondità psicologica, i suoi meccanismi d'azione non sono granchè approfonditi. E il finale è certo la parte più debole, concluso in maniera un po' affrettata: la morte di Barko liquidata in poche vignette, i risvolti un po' feuilleton (Lazlo è figlio illegittimo del conte), lo stesso espediente del rapimento di Erika non è certo originale... Eppure i difetti, pur visibili, passano in secondo piano, li perdoniamo volentieri. Proprio perchè l'autore ha saputo coinvolgerci abilmente fin dalle prime pagine dell'albo.



DISEGNI
Gabriele Ornigotti e Matteo Piana    

Non possiamo che concordare con l'affermazione in quarta pagina di questo numero di Napoleone: Gabriele Ornigotti in questa seconda prova convince senz'altro più che nella prima (il già citato Napoleone n.7, "Il tesoro d'argilla"), meritandosi, insieme a Matteo Piana, un'ampia sufficienza. Purtroppo il difetto maggiore sta nella non sufficiente continuità: alcune vignette appaiono peggio realizzare di altre. Ben riuscito l'uso delle chine, meno massiccio che nel n.7, ed efficace nel sottolineare i momenti più cupi.
Curiosa la nuova "versione" di Boulet, nella prima parte dell'albo: a pag.41 sembra persino somigliare all'agente Never!!



GLOBALE
 

La parte onirica di quest'albo è davvero molto bella e coinvolgente, e funziona a meraviglia pure nei risvolti divertenti, come gli strali di Zeus a Boulet dopo l'uccisione di Pan.
Il punto debole sta senz'altro nel finale: un espediente banale, come la malattia del Barone, la sua pazzia che esplode; il tutto compresso in 4 sole tavole, lasciando una sensazione di incompiutezza al termine della lettura.

Eppure, come già detto, pregi e difetti passano in secondo piano e la storia si può dire riuscita. "Quando non c'è una parola per chiamare una sensazione, si racconta una storia" (A. Baricco, parlando del suo Racconto "Seta"). E Ambrosini è davvero abile nel raccontare sensazioni attraverso le sue storie.


 

 


 
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