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" Le due nemiche"

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Du' Ann is meglio che uàn
recensione di Luigi Ferrini

Vi ricordate gli scorsi Albi Giganti? Vi ricordate della morte di Susan e di Nemo, dell'adozione di Lisa da parte di Artisia, del mistero della pulsazione e del varco dimensionale? No?
Neppure noi.



TESTI
Sog. e Sce. Stefano Vietti    

Il settimo Albo Gigante di Nathan Never ci racconta il terzo capitolo della saga di Nemo, seguito ideale della prima, fortunata trilogia scritta da Antonio Serra con la quale è stata inaugurata la serie stessa degli Albi Giganti. E questa sua caratteristica di essere un albo inserito in una saga annuale è il suo primo, grosso difetto.
Perché, duole dirlo, questa saga di Nemo non ha mordente, non riesce ad appassionarci, scandita com'è da episodi annuali senza riscontro sulla serie regolare. Viene spontaneo il confronto con i primi tre Albi Giganti, ideale completamento di tante trame rimaste irrisolte sulla testata mensile.

Se la saga non appassiona, si tendono a dimenticare anche i particolari: chi non ricorda che Nemo e Susan Strong sono morti, o che i tecnodroidi sono diventati buoni, o che i grigi sono stati definitivamente sconfitti avrà serie difficoltà a entrare nell'atmosfera dell'albo.

Questo primo difetto, tuttavia, non è sufficiente a esprimere un giudizio negativo; è un problema di serializzazione, di mordente della testata, non un difetto dell'albo preso a sé stante. E allora entriamo nel dettaglio dell'albo, scollegandolo da ogni contesto, per valutarne la validità.

Il soggetto, purtroppo, non spicca: la trama portante è ricca di elementi, ma non perderebbe assolutamente niente se ne fosse privata. La carne al fuoco è tanta, ma l'impressione è che sul fuoco ci siano soltanto piccoli bocconi senza una bella bistecca a fare da portata principale. Tentando di decostruire il soggetto, il tutto si risolve nello scontro finale tra le due Ann; prima, solo elementi coreografici, alcuni dei quali sono tirati in ballo per poi non essere sviluppati. Un esempio per tutti: i grigi catturati e analizzati in laboratorio. E' lecito attendersi che prima o poi questi personaggi saranno sfruttati nella dinamica dell'episodio, e invece tutto ciò che si riesce a far fare loro è sparare tre colpi e farsi massacrare. Inutile stare a poi a elencare la sfilza di déjà vu che si incontrano a ogni piè sospinto: l'ennesimo clone di Nemo, l'ennesima inaffidabilità (con tanto di lotta intestina) dei tecnodroidi, le ennesime scaramucce stellari con piloti cattivi che non esitano a sacrificare gli alleati per il loro tornaconto... e la lista potrebbe continuare. Evitiamo di continuarla, citando solo l'ennesimo Nathan Never causa prima e motore inconsapevole degli eventi cosmici: stavolta è un suo abbraccio non dato a rendere due universi completamente differenti. Va bene che è lui l'eroe, va bene tutta la visione metaforica del messaggio d'amore da comunicare (anche se in effetti chiamare metafora un messaggio tanto esplicito ci pare poco calzante), va bene che poi la soluzione finale spetta (per contratto?) a lui, ma l'impressione è che si stia davvero raschiando il fondo del barile. Il multiverso nathancentrico è troppo per qualsiasi palato, decisamente.

Le cose migliorano un po' in termini di sceneggiatura, dove la storia scorre via senza intoppi, senza sviste e con i flashback ridotti al minimo (e quindi decisamente tollerabili). Ci piacciono meno i dialoghi, a tratti decisamente troppo retorici per essere credibili, così come la caratterizzazione dei comprimari, che non approfondisce i vecchi personaggi, non ci concentra sui nuovi protagonisti e anzi si dilunga su personaggi secondari, deludendo il lettore che si aspetterebbe di conseguenza di vedere emergere tali personaggi successivamente. Cosa che invece puntualmente non avviene. Poco felice anche il modo in cui viene gestito il Nemo olografico, che si configura come poco realistico e poco evocativo; a parziale discolpa di questa scelta c'è tuttavia da dire che sarebbe stato difficile gestire un Nemo non olografico (ma per esempio soltanto "acustico") senza perdere leggibilità e fruibilità dell'albo. Difficile ma comunque non impossibile, beninteso.

Apprezzabile invece la scelta di "dare per scontati" alcuni aspetti legati alla società e alle culture dell'universo parallelo, senza giustificarli e spiegarli troppo: l'effetto è realistico, anche se il rovescio della medaglia si trova nella difficoltà di riconoscere il già visto, come abbiamo già rilevato all'inizio.

Il finale meritava probabilmente più spazio, ennesima riprova di una errata scansione del ritmo narrativo tra le tavole, pur nella constatazione della difficoltà di tenere alti ritmo e mordente per un numero di tavole così elevato.



DISEGNI
Paolo Di Clemente    

L'attesa di un albo gigante disegnato da Paolo di Clemente faceva tremare più di un ginocchio, visti i non eccelsi exploit precedenti del disegnatore sulla serie regolare. Il risultato è decisamente migliore delle aspettative, ma tuttavia appena sufficiente.

Il difetto principale che si può imputare ai disegni è quello di essere estremamente statici, oltre che spesso disarmonici nelle anatomie; in particolare relativamente ai volti. Scene che avrebbero avuto bisogno di maggiore dinamicità, come la prima trasformazione dell'Imperatrice Ann, rendono bene lo sforzo del gesto anche se lo fanno rassomigliare forse un po' troppo all'analogo sforzo dovuto a una difficile defecazione, ed è un vero peccato che non si azzardi quasi mai in una regia un po' meno convenzionale, con inquadrature meno "solite".

Diverso il discorso per quanto riguarda gli esterni, i disegni delle astronavi e dei paesaggi: qua il risultato è decisamente buono, peccato che raramente sia originale. Molte sono infatti le fonti di ispirazioni di Di Clemente, e il disegnatore si dimostra abbastanza abile nell'"ispirarsi" alle fonti più varie.

L'impressione che si ricava da questo albo è che a Di Clemente manchi ancora una personalità creativa matura, e che la scelta di affidargli i disegni di un Gigante sia stata dettata in definitiva soltanto dalla sua velocità nella realizzazione di un alto numero di tavole. Comunque il miglioramento c'è stato, e si vede; ci auguriamo che il trend positivo continui.



GLOBALE
 

Se questa storia, ripulita da tutte le sequenze superflue tese ad allungare il brodo, fosse stata pubblicata nella serie regolare o negli Speciali, forse ne saremmo stati più soddisfatti. Come lettori, ci aspettiamo di più dagli Albi Giganti; non soltanto storie parallele e slegate dalla serie regolare, ma qualcosa in più. Quel qualcosa in più che si ritrova nella complessità delle trame ordite nei primi Giganti da Antonio Serra, oppure quel qualcosa in più del Gigante 4, dove Michele Medda utilizzava le tematiche di fantascienza per sollevare (fuori da una riuscita metafora) temi "scomodi" quali l'olocausto nazista e la politica israeliana.

Attendiamo con ansia il "qualcosa in più" di Stefano Vietti, un qualcosa di necessariamente personale e diverso da quello dei suoi predecessori. Nei suoi albi, giganti e non, se ne intravede un germe nella gestione delle tematiche avventurose, nei personaggi corali, nella complessità di certi intrecci e nell'elemento fantascientifico che Vietti sa spesso introdurre.

Attendiamo dunque con fiducia nuovi Albi Giganti, che siano davvero Giganti, e non soltanto nel formato.

 
 


 
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