ubcfumetti.com
Indice del SitoNovità !Cerca nel SitoScrivi a uBC
MagazineRecensioni




" Oltre il tempo e lo spazio"

TESTI
Stefano Vietti
DISEGNI
Paolo Di Clemente e
Giancarlo Olivares


Pagine correlate:

L’odio millenario tra Shra e Venerabili può avere un solo epilogo. E l’avrà...

La dignità di Shaban
recensione di Vincenzo Oliva


Iniziando dai disegni, vorrei rilevare come la soluzione adottata, di far disegnare le due parti della storia (il discorso è comunque valido per qualunque storia) a due disegnatori, appaia una scelta infelice. Un racconto a fumetti dovrebbe nascere dall’armonica fusione di testi e disegni, che si completino a vicenda. Difficile, o comunque molto più problematico, che questo avvenga se a un disegnatore si fa interrompere il suo lavoro a metà della storia, e ad un altro lo si fa iniziare nel bel mezzo dell’azione.

Su Paolo Di Clemente, al lavoro nella prima parte della storia, non trovo molto da aggiungere a quanto già dissi nella recensione del n.91 "Il segreto di Babilonia" (vera e propria parte prima di questa storia doppia dei nn.97/98); o a quanto scritto da Paolo Ottolina nella recensione della terza storia del recente Agenzia Alfa n.4 "Il tesoro dei Templari".

Per Di Clemente nessun tangibile miglioramento da quella storia, nessuna ricerca di soluzioni grafiche proprie, tese al superamento degli evidenti difetti del suo modo di disegnare; ed anzi, un adagiarsi entro i propri limiti, senza andare alla ricerca di una via personale al disegno.

I suoi volti continuano a non avere espressione: rigidi in una fissità muta, che non comunica emozione alcuna al lettore e che toglierebbe pathos anche a testi ben superiori rispetto a quelli proposti per l’occasione da Stefano Vietti. In particolare, la "sua" Legs si conferma un’autentica "mutavolto" (si vedano le varie Legs alle pagg. 16/17,34,35,50,55,61,63,89: Becky Weaver è l’autentica "bestia nera" di Di Clemente :-) ).

Non meno deludente la caratterizzazione di Branko, che, per la truce espressione del volto dovrebbe rappresentare una ghiotta occasione, per un disegnatore, di dar libero corso al proprio estro. Branko, invece, nelle mani di Paolo Di Clemente resta personaggio bidimensionale, privo di vita e umanità, privo di espressione. Basti guardare il suo primo piano a pag.15, dove sembra null’altro che un pupazzo di pezza, gli occhi spenti, privi della minima scintilla, privi del minimo indizio che quello disegnato sia un essere vivo e non solo una figura di carta.; quegli occhi di mutato che in teoria dovrebbero comunicare inquietitudine, ma che in realtà nulla danno alla fantasia del lettore.

Nè va meglio a Nathan, che per l’intero albo conserva la stessa espressione legnosa, rigida, scostante. In breve: vacua nella sua fissità.

In nessun momento il tratto di Di Clemente, così privo di profondità e di capacità di analisi del personaggio, permette al lettore di dimenticare che quelle ritratte non sono persone, ma solo personaggi di carta e inchiostro.

Assolutamente carente rimane anche l’uso che egli fa dell’accostamento tra bianchi e neri, il cui opporsi e mescolarsi dovrebbe far risaltare la tensione drammatica di un racconto. Ma appunto: opporsi e mescolarsi, ma con metodo, non un casuale accozzare i colori. Il gioco dei bianchi e neri è, in Di Clemente, un confuso sovrapporsi di pieni e vuoti senza un disegno coerente. Pur senza far miracoli, Giancarlo Olivares dà, invece, un saggio di ben altra coerenza nella sequenza delle pagg.30/40 nel n.98. Il confronto con la scena onirica disegnata da Di Clemente alle pagg.68/78 del n.97, evidenzia come ques’ultimo non riesca minimamente a trasmettere al lettore - come vorrebbe il testo - le sensazioni, il dramma dei protagonisti, le cui memorie più intime e profonde sono brutalmente "violentate" dal Venerabile.

E’ ovvio che, purtroppo, in una valutazione della storia complessivamente data, la prova di Olivares nel n.98 resti penalizzata da quella di Di Clemente.

Tuttavia, anche il copertinista di Jonathan Steele appare al di sotto delle sue ultime prove fornite su NN e Legs.

E’ anche vero, però, che la scarsa espressività di alcuni dei suoi volti - segnatamente di Nathan, specie nelle battute finali della storia - o di Elda - possa essere dovuta a una storia che alterna freneticamente azione e riflessione (verrebbe quasi da aggiungere: "filosofica") ma che elide quasi completamente un qualsivoglia momento di introspezione emotiva. Nessuna pausa - dunque - e la necessità di rendere con la maggiore ricchezza di dettaglio possibile la scenografia richiesta dalla sceneggiatura di Vietti; una storia, infine, che privilegia intreccio e frenesia dinamica rispetto ai personaggi. Sono tutte possibili cause delle (comunque poche) ombre del lavoro di Olivares. Ma tant’è: quali che siano realmente le cause, tali ombre ci sono.

Fortunatamente le luci sono molte di più.

Alle pagine 18/19 de "Il divoratore di mondi", finalmente, si riescono a decifrare le vere fattezze ed espressione di un Venerabile: per la prima volta in tre albi!

Certo Aledon/Shaban è il personaggio centrale di questa storia doppia, l’unico cui Vietti assegni un importanza almeno pari se non superiore a quella dello sviluppo narrativo del racconto; ma è altrettanto certo che Giancarlo Olivares, nell’interpretazione del personaggio dia il suo meglio. Finalmente un Venerabile ci viene presentato graficamente in tutta la propria "umanità". O forse, "rettilità", perché Olivares, nel dargli spessore e profondità emotiva - dimensione umana, insomma - non ne dimentica la sostanziale alterità dall’Uomo, ed anzi la coglie pienamente. Prende vita, Shaban, plasticamente raffigurato, e non più disegnato - come nell’albo precedente - come una banale figura di carta.

Olivares è al meglio nelle scene alla base babilonese, sul Galahad Shield, nello spazio: dove la possibilità di concentrare la propria attenzione (e quella del lettore) sugli elementi principali della tavola e della vignetta sfugge all’effetto dispersivo della sovrabbondanza di dettagli che si ha nelle drammatiche sequenze ambientate all’interno dell’astronave-corpo dello Shra (pagg.61/78 e 85/88), che testimoniano del talento dell’artista, ma che finiscono per sottrarre tensione emotiva alla storia con quello stratificare elementi grafici su elementi grafici; distraendo l’attenzione.

Laddove invece Olivares mira ad una maggiore semplicità di linee, ad una maggiore sintesi, le sue tavole sono da leccarsi i baffi :-) e precipitano con forza il lettore nel meccanismo della narrazione, permettendogli di assaporarne tutto il pathos che Vietti ha saputo infondervi.

Altalenante anche il livello dei testi: dopo due albi sinceramente inconcludenti (contando anche "Il segreto di Babilonia"), caratterizzati da un misticismo pseudoscientifico che lascia, francamente, molto perplessi - dal sistema di alimentarsi dei Venerabili, che si nutrono di "essenze vitali", "anime" (ma cosa sono questa "anime"?), agli effetti nefasti di un allineamento di pianeti, di cui si parla nel n.97 a pag.88 - Stefano Vietti tira le fila della "saga babilonese" in un n.98 che, pur verboso e fitto di spiegazioni e teorie "filosofeggianti" (che verrebbe da definire di matrice "serriana" e dunque - di nuovo - misticheggiante) ha il merito indubbio di una scrittura evocativa e fascinatoria, che cattura il mistero e l’appeal del tema cosmico della storia. Così si "dimenticano" più volentieri forzature, ingenuità e pesantezze della trama e della sceneggiatura (e, certo, aiuta molto anche il fatto che a disegnare sia Olivares).

Che i Venerabili fossero terrestri o alieni, è tema che pare aver turbato i sonni di più di un lettore; ma, sinceramente, è aspetto di nessuna importanza.

In una serie di fantascienza l’alieno ha pieno diritto di cittadinanza, come ne ha (a patto di saper trattare la cosa con le massime cura ed attenzione) un tema, difficile e spinoso per una storia di sf, quale quello di antiche civiltà terrestri precedenti a quella umana. E diritto di cittadinanza ha anche una scienza usata parcamente - persino per nulla; o in modi che sconfinano con il fantastico puro. Ma tutto questo deve essere funzionale alla storia ed avere un proprio rigore narrativo; come, ad esempio, seppe fare Ray Bradbury nelle sue Cronache Marziane, con un Marte assolutamente irreale, eppure profondamente reale per l’umana realtà della sua poesia.

Non dovrebbe, invece, trovare spazio (non come elemento costitutivo del narrato, intendo) un uso della scienza in chiave mistico-misterica: le "anime" o "essenze vitali" non meglio specificate di cui si nutrono i Venerabili (e i loro doppi: gli Shra), i poteri mentali, in quanto magicamente connotati, dei Venerabili, che comandano sui passaggi dimensionali in un modo che troppo da vicino ricorda le capacità demiurgiche di uno sciamano. Aspetti che qualcuno potrebbe vedere come non basilari, ma che di certo danno sapore e identità alla storia.

Anche il meccanismo narrativo con il quale Vietti scioglie il nodo Venerabili/Shra ha una matrice chiaramente mistica (molto prima che psicanalitica), le cui radici affondano nel tema dell’inscindibile comunione di Bene e Male, della loro necessaria complementarietà: Bene e Male non sono che le due facce della stessa medaglia.

Tema, ancora una volta, perfettamente legittimo. Vietti, tuttavia, privilegia una modalità mistica per presentare sia le azioni che portano alla scissione tra Venerabili e Shra, sia la loro tragica lotta senza quartiere (lotta che mi ha ricordato quella, altrettanto disperata e definitiva, tra Bele e Lokai nell’episodio "Un odio di mille anni" della serie classica di Star Trek). E’ su un piano ideologico (morale contro scienza) che avviene la rappresentazione dello scontro; in modi cari all’antiscientismo di Antonio Serra .

Tuttavia, almeno nella seconda parte della storia, Vietti sa elevarsi ai suoi migliori livelli e presenta al lettore - oltre a una sceneggiatura che coglie il fascino dello scontro epico Venerabili/Shra - la figura drammatica di Shaban, del suo essere scisso, della tragica storia in lui racchiusa dell’intera razza dei Venerabili; persi dietro al loro sogno irraggiungibile di perfezione. Così umani e così alieni, nella loro dualità Bene/Male. E così tragicamente fragili ed impauriti; e incapaci di riconoscere il Male insito in loro, nella vita; incapaci di controllarlo e accettarlo: tanto da arrivare alla divisione fisica dei due elementi, che finirà per distruggere la razza a causa di questa impossibilità di accettarsi.

In una storia così complessa - ma spesso anche confusa, per quanto si detto - è normale che i personaggi passino in secondo piano, diventino quasi elementi trascurabili (a partire dallo stesso Nathan).

Vietti sa scrivere quando vuole :-), come ha dimostrato ampiamente in occasione dell’ottavo speciale, "Oceano verde". E come dimostra bene Shaban: unica figura a giganteggiare nell’economia della storia.

Shaban, il Venerabile superstite, il cui senso di colpa - personale e razziale - intesse l’arco intero dei due albi, rendendo plausibile anche la scena altrimenti ridicola del pugno di Branko (n.97 a pag.86).

Figura ormai dolorosa e non più inquietante. Unico vero protagonista di una storia centrata, in ultima analisi, sul problema psicologico ed etico di accettare sé stessi e i propri limiti. Shaban vi giungerà, alfine, ed accettando i propri limiti ed errori - la propria natura - accetterà anche il proprio destino di morte; qui ancor prima che fisica, simbolo della fine del sogno di perfezione inseguito dai Venerabili (qui si ha un ritorno di quel fondo antiscientifico, "serriano", di questa come di altre storie).

Alla luce della dignità e del dramma dell’ultimo Venerabile, viene ancor più da chiedersi perché si siano volute riproporre ancora una volta sulle pagine di NN riflessioni moralisticheggianti decisamente pesanti, espressione di un buonismo del quale non si avvertiva il bisogno (in questo gli autori di NN fanno concorrenza a quelli di Dylan Dog: vedere la recensione di DD155, "La nuova stirpe").

I giudizi espressi da Nathan, Legs e Branko su Shaban e sui Venerabili appaiono violenti e ottusi nel loro essere la categorica affermazione di un giudizio espresso dai "giusti". La cultura, la società, la storia dei venerabili sono antiche di decine di milioni di anni: eppure tutto questo scompare a fronte della definitiva sentenza di condanna emessa dall’arroganza degli agenti Alfa (certo, poi ci sarà il finale consolatorio, ma intanto...).

Tutto questo per tacere della non meno bigotta serie di accuse rivolte ad Aron nel n.97 alle pagg.49/51.

Perché l’autore mette in bocca a Nathan&co. parole così dure (e - ripeto - ottuse)? Per dare maggior corpo al senso di colpa di Shaban? Per arrivare alla scena finale della storia, al discorso di Nathan "risarcitorio" per Shaban (ma anche ulteriormente buonista)? In realtà l’intero meccanismo non fa che accrescere il dolciastro moralismo dei precedenti discorsi degli agenti Alfa.

Non può tacersi, in chiusura, l’infelice scelta dei tempi e dell’opportunità narrativa da parte di Vietti nell’episodio della spiegazione che Hadija dà a Nathan in merito al fallito tentativo di rapirla nel primo albo ed al modo in cui ella si fosse sottratta al rapimento.

La spiegazione alle pagg.52/54 del n.98 spezza incomprensibilmente e ingiustificatamente il crescendo drammatico degli avvenimenti, e la motivazione addotta da Hadija per la tardiva spiegazione è decisamente campata in aria: "E’ il mio modo per dirti che devi partire concentrandoti solo sulla missione (...)". Ed è anche pleonastica: non ve n’era il minimo bisogno.

 

 


 
(c) 1996 uBC all right reserved worldwide
Top
http://www.ubcfumetti.com §