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" Dopo l'apocalisse"


Pagine correlate:

"C’è una crepa in ogni cosa... ed è così che entra la luce."

Dove eravamo rimasti?
recensione di Vincenzo Oliva

Eravamo qui. Tre anni fa.

La presente storia si sviluppa per amputazioni. Esclusioni. Eliminazioni. A cominciare da quella, doppia, della splash-page delle pagg.10-11 in "Dopo l’apocalisse", primo albo della trilogia, dove si mostra la mutilazione subita dalla Città Est, nel cemento vivo dei suoi edifici polverizzati, della città slabbrata, e nella carne viva degli abitanti scomparsi con quegli edifici. Mutilazione che appare molto più drammatica qui, introdotta dalla prosaica, sommessa didascalia a corredo, che non nel finale dell’avventura precedente, dove i “fuochi d’artificio” della caduta di Urania sovrastavano la dimensione umana del disastro: perfino i numeri assumono ora una schiacciante semplicità drammatica. La mutilazione di qui in poi riecheggia, lungo tutto l’arco della storia in tre atti, nel leit-motiv ossessivo: C’è una crepa in ogni cosa. Una crepa: annuncio di una mutilazione.

La Città, oggi., e poi: Sono passati tre anni da quando il relitto della Stazione Orbitante Urania si è abbattuto sulla Terra provocando milioni di vittime. Nella didascalia è contenuta anche l’amputazione narrativa: tre anni dagli avvenimenti raccontati nella storia precedente. Senza dubbio in futuro molto di quanto avvenuto nel corso di questi tre anni ci verrà svelato, ma in questa storia essi mancano, ulteriore tassello eliminato: tre anni sono brevi, poca cosa per rimarginare l’immane ferita fisica della Città, i milioni di competenze tecniche perdute con gli abitanti periti in un sol giorno, in un solo attimo (se mai la Città potrà risollevarsi); ma un’enormità per il dolore dei sopravvissuti e i pensieri che li hanno accompagnati da allora: un buco nero delle emozioni, nel quale si scaverà sicuramente, e del quale in queste pagine si sfiorano accortamente, in superficie, gli effetti.

"Una storia che procede per eliminazioni"
   
Nel buco nero dei tre anni, nell’amputazione di affetti ed emozioni rientrano molte, importanti relazioni di Nathan, a cominciare da quella più importante, stabilita sin dal primo albo della serie, l’amicizia con Legs Weaver. Apparentemente Legs c’è ancora, ma il rapporto tra i due è ridotto a un simulacro di buone maniere; Michele Medda ce lo fa vedere con semplicità, a pag.62 del citato primo albo della storia: una chiamata di pura cortesia di Legs: mi hai detto di farmi viva e mi faccio vivafatti vivo; Nathan che passa distrattamente al messaggio seguente sulla segreteria videofonica: impaccio e disinteresse. Exit, Rebecca: una piccola rivoluzione si consuma, e necessariamente si dovrà tornarvi su. L’effetto più incidente della catastrofe sul mondo di Nathan – il mondo che a noi lettori interessa – si consuma in questo cortese allontanarsi, nel desensibilizzarsi di un’amicizia.

"Quasi inavvertitamente, esce di scena Legs.."
   

Colleghi ed ex colleghi appaiono ugualmente lontani. Al Goodman può ancora essere un amico con il quale andare a pranzo e discutere di quanto avvenuto alla Città, alla Terra, anche a se stessi, ma Al Goodman è fuori: Non credo che tu voglia veramente saperlo gli dice freddamente Nathan quando Al gli chiede come intende occuparsi della morte di Sara McBain ("Dopo l’apocalisse", pag.81).

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Porte che si chiudono, amicizie che finiscono
disegni di Giancarlo Olivares (c) SBE 2005


Sigmund Baginov non incrocia la strada di Nathan in alcun modo nel corso dei tre albi: un tempo questi avrebbe trovato comunque il modo di coinvolgere il genio informatico dell’Agenzia Alfa nell’operazione di salvataggio di Sara; oggi – infine – quell’allontanamento tra i due, dichiarato ma mai realmente avvenuto dopo la Saga Alfa, pare concretizzarsi; quanto meno si concretizza nello spazio di questa storia. Per la prima volta appare genuina, autentica - non semplici espediente e necessità narrativi - la diversità ideologica ed etica tra Nathan e Solomon Darver: in questa occasione, così importante per l'essere umano Nathan Never, il ruolo dell'Agenzia Alfa, del suo capo, degli altri agenti è del tutto inesistente. Non marginale: inesistente. Branko - un amico per Nathan Never –, il mutato ex terrorista, è capace solo di balbettare flebilmente, May e Link semplicemente non ci sono. E’ vuota la scena di Nathan. Medda gli costruisce intorno questa potente, dolorosa cintura di assenze, di successive amputazioni di pezzi di vita, relazioni, ricordi. Per realizzare quanto programmaticamente ci aveva annunciato sin dall’inizio: Sono uno dei pochi a fare quello che facevo tre anni fa, prima del Grande Impatto. Non so se questo faccia di me un uomo fortunato, ma sono certo di una cosa: so chi sono. Sono un agente speciale, lavoro per un’agenzia privata di sicurezza e vigilanza, l’Agenzia Alfa. Mi chiamo Nathan Never. ("Dopo l’apocalisse", pag.23).

"Una sola certezza: Nathan Never”
   
Il nucleo portante di tutta la storia è in queste brevi frasi: il ridursi a sé dell’orizzonte cognitivo ed emotivo di una bestia ferita, ma anche la contrazione necessaria per recuperare le caratteristiche fondanti di sé, per concentrarsi sulle coordinate essenziali dell’universo narrativo della persona (e del personaggio) Nathan Never, il solo punto fermo della testata: il nome che campeggia sulle copertine: la somma delle caratteristiche che fanno la sua personalità. Un agente Alfa: chiunque vi sia e comandi all’Agenzia Alfa. Un’operazione che molto probabilmente resterà – non ci illudiamo – simbolica, una tantum: difficilmente altri autori avranno la costanza e le risorse di ribadire e continuare nel prosieguo della vita editoriale della serie il programma qui asserito con forza e rigore; ma qui funziona, e quindi altre storie come questa potranno esservi in futuro. Medda riplasma l’originario personaggio, seriale, per troppi anni annacquato da decine di storie di routine, e gli crea attorno un mondo evolutivo, la possibilità di una vera continuity: le fondamenta sono nella sua complessa, spesso contraddittoria – in ultima analisi umana – figura, i cui comportamenti spesse volte sono così inadeguati alla sua tensione ideale, avvicinando il personaggio ad una persona, attraverso debolezze credibili, sperimentabili.

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E' che un uomo...
disegni di Giancarlo Olivares (c) SBE 2005


"E’ che un uomo deve capire quando deve qualcosa a sé stesso". Con queste parole, a pag.37 de "L’ultimo addio" (n.164) Roger Francis Sawyer introduce l’ultima amputazione del vecchio mondo neveriano, la molla alla base della salvezza di Sara McBain. Sara, la donna che ha rappresentato fin qui la presenza ingombrante nel mondo di affetti di Nathan, rimossa a livello emotivo nonostante l’importanza “storica” attribuitale. Il futuro di Nathan e Sara è aperto ad ogni possibile sviluppo, ora che Sawyer è uscito di scena. E con Sawyer è uscito di scena un altro pezzo significativo del vecchio mondo di Nathan Never; non propriamente un nemico, ma di certo un avversario spesso e volentieri. Un personaggio qui delineato nella sua complessità, non a caso dichiarato speculare a Nathan. E’ che un uomo deve capire quando deve qualcosa a sé stesso: un programma di egoismo che si adatta bene a Sawyer come a Nathan, un programma che pure non esclude la possibilità che l’egoismo, o meglio l’agire per interesse personale profondo, possa fare del bene. Se in ultima analisi Sawyer agisce per morire meglio di come è vissuto, per proteggere la sua “famiglia” e la sua discendenza, Nathan Never lo fa per riappropriarsi, in morte, del rapporto amputato con Sara, poi per riappropriarsene e basta; nonostante quel che possa dire a pag.9 de La squadra segreta: ma che Nathan sia un fascio di contraddizioni e sappia mentire anche a se stesso non è una novità.

Il modo in cui viene fatto morire Sawyer è drammatico, d’impatto. Molto crudo, certo, ma anche molto reale. Molto doloroso. Funzionale al senso di urgente disperazione e di lutto che la sua figura aveva incarnato nel corso della storia. Conclusione annunciata, telefonata, in un certo senso: ma non nel modo. Eppure avremmo potuto aspettarci anche il modo: in linea con il suo egoismo, una volta ottenuti gli scopi prefissisi, il senatore Sawyer si sottrae alle proprie responsabilità relazionali, sottrae se stesso agli altri, evita di combattere una battaglia per la quale ha perduto interesse. Il futuro ci dirà se il carismatico, untuoso Neil Bates (perché nessuno crede che la partita con lui sia finita qui) potrà rappresentare per Nathan Never un nuovo avversario all’altezza di Sawyer.

Resta infine sospeso – amputato – il rapporto di Nathan con Sara. Aperto ad ogni possibile evoluzione: comunque positiva in quanto possibile: in quanto evento di un futuro da vivere. Se infatti il tono generale della storia è cupo, talvolta disperato, la sua conclusione, il seme piantato in profondità lascia un appiglio a tutti noi. “C’è una crepa in ogni cosa.”: ce lo ripetono tutti, però… ”ed è così che entra la luce”: si aggiunge nell’ultima tavola. L’unica cosa che sappiamo, la sola a cui possiamo aggrapparci dopo aver pianto, è che un vuoto è uno spazio da riempire nuovamente: per poter andare avanti senza impazzire, senza arrenderci. Questa conclusione, in certa sua maniera ottimista e positiva, nasconde un’altra perdita: se come sappiamo abbastanza presto Sara McBain è viva, questo non vuol dire che Sara McBain non sia morta. A tutti gli effetti, Sara McBain è morta davvero.

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Così entra la luce
disegni di Giancarlo Olivares (c) SBE 2005


Si rivela così definitivamente contraddittoria l’(auto)analisi del mondo e del personaggio neveriano: i lutti, le perdite, il senso di colpa e la coazione a ripetere la colpa sono parte integrante delle caratteristiche della serie, ma fin quando la serie uscirà in edicola vi sarà una certezza positiva: che Nathan Never continuerà a vivere e convivere fino in fondo con i suoi difetti, i suoi errori, i suoi comportamenti anche meschini; ma pure potrà incarnare, con sofferenza, la positività del Personaggio Bonelliano.

A visualizzare, tradurre graficamente la complessa architettura della storia troviamo Giancarlo Olivares, che compie un attento lavoro di interpretazione del racconto e dei suoi lati apparentemente più nascosti, eccedendo solo nel sovraccaricare le espressioni di alcuni personaggi, come Al Goodman o Nathan nel corso del suo confronto con Darver.

"Interpretazione psicologicamente perfetta di Giancarlo Olivares”
   
Sfondi, volti, rappresentazione dell’azione si amalgamano a fornire una lettura nervosa, violenta, decadente dell’ambiente umano e delle psicologie; si recupera in parte l’atmosfera del primo Nathan Never, con la consapevolezza del tempo passato, delle ferite subite dal personaggio e dalla serie (e delle disillusioni dei lettori). L’uso dei retini è invasivo ma calibrato, inducendo una corrente sovrastante di stordimento, di ripresa non ancora avvenuta, mettendo quasi in parallelo gli avvenimenti della Città e le sensazioni dei lettori sul futuro della serie.

Sarà ora difficile tornare a leggere semplici avventure, però sappiamo anche che così entra la luce: attraverso le crepe di quelle semplici avventure potranno insinuarsi le (poche) storie in grado di mostrarci un personaggio vivo e reale, capace di permetterci un confronto allo specchio con lui e con le sue contraddizioni.

Vedi anche la scheda della storia.
 

 


 
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