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" Le belve"


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Una storia morale
recensione di Marco Migliori



TESTI
Sog. e Sce. Michele Medda    

I riferimenti. Un villaggio di pacifici contadini. Un villaggio nella zona del delta. La città vicina, con le sue donnine allegre per il riposo del guerriero, e i passanti di evidente origine asiatica. Una stessa guerra combattuta secoli prima in quel territorio. Una guerra che non fatichiamo a identificare in una per noi ancora vicina.

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prologo
di Casini (c) 2000 SBE

La morale. 250 morti non sono niente. Niente in confronto alle migliaia di morti per cause ambientali. Per tacere della degradazione che viene mostrata in ogni angolo della città.

La fedeltà. Alla propria organizzazione. Al proprio corpo militare. Ai compagni. Al branco.

Sono alcuni degli ingredienti di questa storia particolare. Particolare ma familiare. Ad esempio non è una storia di fantascienza, ma di cronaca. Cronaca che potrebbe benissimo essere di oggi. Ad esempio è familiare l'uso della didascalia da parte di Medda, che anzi qui non solo non vi rinuncia, ma acquista il ruolo di regista e cronista morale dell'intera vicenda. Come all'inizio quando insiste sull'atrocità dell'accaduto, (s)forzando il lettore a calarsi nel clima della storia. Divise tra cinismo e moralismo, continuano il loro ruolo, chiarendo cosa voleva scrivere l'autore.

No, non è il giallo che interessa. Non è la solita solfa dei militari corrotti che interessa. O meglio, anche queste ci sono e reggono l'impalcatura su cui si può leggere questa storia. E allora leggete una storia con un doppio finale, della buona azione, e un meccanismo poliziesco che scricchiola un poco, e tuttavia si fa apprezzare nel complesso.

Ma su questa impalcatura si vede benissimo un livello superiore che è la vera storia. Una storia in cui un normale ragazzo, che viene da una banale cittadina di provincia, si trasforma. Diventa il capo-branco di un gruppetto di quattro ragazzi normali quanto lui.

Che diamine, è anche un gruppo politically correct, come possono aver fatto una cosa tanto orrenda? Sembra una squadra di americani di provincia. C'è l'asiatico, il polacco (o russo), e due ragazze, di cui una (obbligatoriamente) di colore. Cavolo, sembra di sentire le loro madri parlare al telegiornale in mezzo alle lacrime: "era tanto una brava ragazza".

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Bonertz e Nathan
di Casini (c) 2000 SBE

Tutto questo Medda ce lo suggerisce con l'intera storia. O meglio, ci spiattella le conclusioni sotto forma di giornalista: quel Bonertz, che con il suo cinico realismo interviene a sottolineare i passaggi cardine. Che poi sia un giornalista a sottolineare l'ipocrisia della società mediatica, abile a soddisfare la gente nelle sue apparenze, rappresenta la ciliegina sulla torta.



DISEGNI
Stefano Casini    

Decisamente un Casini a ottimi livelli. Dinamiche come di consueto le scene di azione. Ma anche i dialoghi vengono recitati bene dai protagonisti. Bene soprattutto i suoi personaggi grotteschi, come il barista Trang. Ma anche la città trasuda decadenza e degradazione da ogni pezzo di vignetta. Vignette che Casini gestisce quasi al meglio, sfruttando l'efficace sceneggiatura di Medda, con un ottima scelta di inquadrature.

Ci capita poi di notare tra l'altro, che in questo numero Casini si trova a disegnare il suo primo Dylan Dog. Perchè tali sembrano le scene dell'incubo da pag.77 a pag.82. Purtroppo le meno convincenti sia come sceneggiatura (6 pagine sono tantine) che come disegni.



GLOBALE
 

Un albo che ci restituisce il Nathan moraleggiante e sconsolato dei primi tempi. Un albo ben disegnato, ben sceneggiato, ma che sconta un rilevante difetto proprio nella sua ragione d'essere. Quelle didascalie così marcate, così ciniche, progettate per colpire e far pensare. E che tuttavia in questo caso appesantiscono non poco la lettura.
Ma forse volevamo solo evitare di capire.
 

 


 
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