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Labirinti d'amore, labirinti di morte

Napoleone sulle tracce di un quadro di Rembrandt, di una giovane madre suicida, della risposta al grande mistero dell'essere
Recensione di  |   | napoleone/


Labirinti d'amore, labirinti di morte
Napoleone 50 "La donna del dipinto"


Labirinti d'amore, labirinti di morte

Scheda IT-NP-50

“Parole magiche come bene e male, odio e amore, rendono possibili eventi e coincidenze improbabili, incredibili. Sono parole capaci di legare le vite degli uomini, attraverso un’intricata rete di «passaggi segreti», persino dopo la loro morte”. Proprio all’intersezione tra due di questi “passaggi” si viene a trovare Napoleone, costretto ad aggirarsi in un labirinto di disperazione e di affetti che, edificato in epoche più o meno remote, conserva ancora il potere di spingere i passi di chi vi entra lungo direttrici ben precise.
In primo luogo, nel 1650 un dipinto riesce, grazie al talento di Rembrandt van Rijn e alla congiunta volontà di chi quel quadro ha commissionato e di chi in quel quadro è ritratto, a catturare l’essenza stessa dell’essere, la luce che illumina il nulla donando esistenza alle cose. Poco più di trecento anni dopo, quello stesso dipinto è il tramite che consentirà ad una giovane ragazza madre, morta suicida, di “incontrare” il figlioletto oramai cresciuto, di comunicare con lui attraverso le frontiere che separano la vita dalla morte, di stargli vicino almeno per un momento. Ma per far sì che tale intersezione abbia luogo, perché il frutto del legame che ha unito Sybil Laudrup a Govaert van Solms possa permettere a Claudette di entrare in contatto col giovane Leonard, sarà necessario l’intervento di Napoleone, chiamato a rimettere in moto una successione di eventi ordita vent’anni prima e accidentalmente interrottasi.

La donna nel dipinto
Napoleone n.50, pag. 14

(c) 2005 SBE

La donna nel dipinto<br>Napoleone n.50, pag. 14<br><i>(c) 2005 SBE</i>

Una struttura fragile

Alle prese con situazioni e temi così complessi e delicati, Ambrosini mette in piedi una vicenda che cattura il lettore grazie all’atmosfera e all’indubbia eleganza di alcuni passaggi, ma che dimostra, per contro, una certa fragilità in sede di struttura narrativa, in particolare per quel che riguarda l’evoluzione psicologica dei personaggi e la credibilità degli eventi raccontati.
La fragilità del soggetto si traduce in una sceneggiatura che tenta continuamente di “rincorrere” lo svolgersi degli eventi
Tale fragilità è evidente innanzitutto nel soggetto, che appare piuttosto indeciso e traballante, incapace di stabilire a quale elemento debba essere assegnata la priorità e condannato quindi ad ondeggiare continuamente tra il racconto di una triste vicenda umana e la proposizione di interrogativi filosofici che di quella vicenda riescono a fatica – e solo in parte – a rispecchiare i sottotesti. Un soggetto del genere non può che tradursi, allora, in una sceneggiatura che tenta continuamente di “rincorrere” lo svolgersi degli eventi, di dare un senso unitario a situazioni che appaiono a prima (e anche a seconda) vista abbastanza distanti tra loro. Gran parte delle responsabilità in tal senso sono da attribuire a dialoghi francamente poco convincenti, che mancano completamente il bersaglio tanto nella caratterizzazione di personaggi le cui evoluzioni psicologiche appaiono piuttosto criptiche, quanto nella motivazione di azioni che sembrano spesso decisamente forzate.
Un paio di esempi valgano per tutti. Peter, alludendo a fenomeni di sospetta natura sovrannaturale, afferma di “dover assolutamente vedere quel quadro”, facendo presagire chissà quale rivelazione: una volta raggiunto lo scopo, l’unico suo commento è un laconicissmo (e scontatissimo) “quel quadro è davvero di una bellezza incredibile”; Napoleone, razionalista come non mai, quasi aggredisce Peter intimandogli di “non parlargli più di miracoli”, per poi affermare tranquillamente – senza che, per quel che sappiamo noi, sia avvenuto qualcosa di significativo, capace di fargli mutare opinione in proposito – che la modella di Rembrandt era “una giovane domestica morta in carcere che venne riesumata dalla tomba per essere dipinta e che riprese vita il tempo necessario perché il maestro la ritraesse”.
In tutto l’albo, comunque, si nota un inusuale scollamento tra mondo reale e mondo onirico, uno iato che impedisce alle domande poste da Lucrezia o alle dotte disquisizioni del cavallo filosofo di trovare risposta, o anche solo risonanza, negli eventi narrati nel “mondo di sotto”. Eventi di cui, tra l’altro, proprio per rispettare le esigenze filosofiche della vicenda, la sceneggiatura finisce in più di un’occasione per accentuare il carattere forzato e gratuito.

Caccia al dipinto
Napoleone n.50, pag. 28

(c) 2005 SBE

Caccia al dipinto<br>Napoleone n.50, pag. 28<br><i>(c) 2005 SBE</i>

La forza del disegno

Se “La donna del dipinto” rimane comunque un buon numero, gran parte del merito è da ascrivere allora, come si diceva, all’atmosfera, al senso di tragica e ineluttabile fatalità che sembra pervadere ogni tavola, protendersi al di sopra di ogni personaggio. Atmosfera cui contribuiscono in maniera decisiva gli ottimi disegni di un Camagni mai così bravo. Questa Ginevra fredda, piovosa, in cui l’acqua che cade dal cielo si mescola alle lacrime, in cui la corrente del canale in cui Claudette si è uccisa è la corrente impetuosa del tempo che spazza via ogni cosa e da cui quasi miracolosamente emerge un “relitto” capace di arrestare l’eterna corruzione, di vincere l’oblio, è il personaggio in più, quello che dona al lettore la giusta tensione, che lo spinge ad immedesimarsi nella storia, a seguire con partecipazione pagina dopo pagina le vicende narrate. Divengono accettabili, così, passaggi altrimenti poco credibili: dopo vent’anni di corrente e di detriti, Napoleone trova e recupera agevolmente sul fondo del canale una borsetta che era sfuggita, vent’anni prima, ai sommozzatori (sommozzatori che, su indicazione di Catherine Chabrol, dovevano averla cercata a lungo). Ancora, l’improvvisa e un po’ meccanica ostinazione di Napoleone nel voler ritrovare il quadro al più presto acquista spessore esclusivamente grazie alla pressante sensazione di angoscia che Ambrosini riesce a far crescere vignetta dopo vignetta e che si scioglie in un finale realistico, misurato e convincente.

Napoleone interviene
Napoleone n.50, pag. 40

(c) 2005 SBE

Napoleone interviene<br>Napoleone n.50, pag. 40<br><i>(c) 2005 SBE</i>

Manca qualcosa

In copertina, la scelta di un segno e di colori meno “freddi” rispetto a quelli abituali risulta un po’ fuori luogo, soprattutto in occasione di una storia come questa, in cui rimorso, rassegnazione, malinconia vanno a costituire una tavolozza dominata da tonalità tutt’altro che calde. Il castello sullo sfondo, inoltre, non appare molto intonato ad un paesaggio fiammingo del XVII secolo.
In conclusione, al termine della lettura de “La donna del dipinto” - albo che è, certamente, tutto sommato ben scritto, ottimamente disegnato e stimolante – è impossibile ignorare un persistente sentimento di delusione, la convinzione di aver visto sprecati o mal gestiti un gran numero di ottimi spunti. Dialoghi filosofici meno puntuali del solito, azioni scarsamente motivate, situazioni poco credibili contribuiscono a suscitare una simile sensazione, ad appesantire un meccanismo narrativo che troppo spesso “entra in campo” e si lascia sorprendere nudo dal lettore, cosicché all’inizio della sequenza del ferimento di Leonard, ad esempio, viene spontaneo pensare “ah allora è lui il figlio di Claudette e sicuramente gli accadrà qualcosa di brutto alla vigilia del suo ventesimo compleanno”, senza che a questo pensiero si accompagni null’altro che non sia la compiaciuta consapevolezza di aver smascherato il “colpevole”.

Napoleone n.50 - Sergio Bonelli Editore, bimestrale, in edicola, brossurato – € 2,50

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